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LA PRIMA LETTERA DI SAN GIOVANNI
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La comunione nella carne del Verbo: 1Gv 1,1-4 La prima lettera di Giovanni si apre con un breve prologo, racchiuso nei vv. 1-4, che riecheggia il ben più ricco prologo del vangelo giovanneo, richiamando l’idea del “principio”, della “vita”, del “vedere” e del “testimoniare” che erano risuonate nella solenne apertura del quarto vangelo. Ma, a ben vedere, questi temi sono qui ripensati e riletti in chiave nuova, a servizio dell’intento dell’autore della Lettera, cioè mettere in guardia i suoi lettori dai pericoli rappresentati dalla dottrina che relativizza l’Incarnazione, che pare propugnata dai suoi fascinosi avversari. Il periodare di questi versetti si fa martellante, quasi una cascata di verbi, in cui la grammatica è contorta e messa a dura prova, e la presenza di frasi incidentali e di riprese rende quasi difficile la lettura, toglie il fiato, ma tutto converge nel comunicare l’urgenza del messaggio e la meraviglia e lo stupore che lo accompagna, a far gustare il realismo contemplante e la concretezza estasiata di chi sa e vuole comunicare che la Vita che è in Dio si è fatta visibile ed addirittura toccabile e le nostre mani l’hanno toccata. Se il vangelo di Giovanni inizia innalzando il suo sguardo d’aquila al Principio senza principio in cui risplende immota la divinità del Verbo, la 1Gv riprende la parola arché [principio] ma le dà un movimento dinamico grazie alla particella apò [da] che la precede; è dunque un principio nella storia, qualcosa da cui si inizia e si continua; non si tratta più dell’eterno principio, ma di un principio dentro la storia: questo è l’oggetto dell’annuncio (cfr. v. 3), ciò che era fin dal principio e che continua ad essere presente, cioè il messaggio di Gesù, che coincide con la sua parola, udita dai primi testimoni, ma soprattutto con la sua vita “vista” da chi rende testimonianza. |
| Già questa enucleazione, nella sua incoerenza, ci rivela che la persona di Gesù ed il suo messaggio sono inscindibili: nel neutro “ciò” si evocano vita ed insegnamento, poiché il messaggio si può udire, ma solo la persona si può vedere e toccare, e per accentuarne il realismo, l’Autore menziona anche gli organi sensoriali, occhi e mano, tramite cui questo è avvenuto. È da notare come questi verbi al passato siano espressi nelle due forme in cui la lingua greca antica esprime l’idea del passato, una chiamata “aoristo”, l’altra “perfetto”. Alcuni autori pensano che ciò sia dovuto solo ad una variazione stilistica, ma altri vi scorgono una differenza di significato, poiché ritengono che nel greco del Nuovo Testamento il perfetto esprima un’azione passata del tutto compiuta, mentre l’aoristo un’azione passata i cui effetti perdurano nel presente. Se così fosse non sarebbe privo di suggestione considerare come “udimmo e vedemmo con i nostri occhi” sono espressi al perfetto, indicando l’esperienza unica ed irripetibile dei testimoni oculari dell’evento di Gesù, mentre “contemplammo e toccammo con mani” è dato all’aoristo, quasi a dire che, grazie all’esperienza dei primi testimoni comunicata nell’annuncio e creduta nella fede, è possibile a nuovi testimoni che diventano nuovi annunciatori, fare la stessa esperienza dei primi e si attualizza nella comunità credente che rimane fedele a “ciò che era fin dal principio”. Infatti anche il vedere con gli occhi dei testimoni oculari è sempre un vedere credente: nel vangelo di Giovanni infatti il verbo orào [vedere], usato in 1Gv1,1, è legato al credere, come nell’esperienza con cui il discepolo amato prende coscienza della resurrezione: “e vide e credette” (Gv 20,8). Dunque anche i primi testimoni hanno un vedere che interpreta, che diventa azione di fede; anche loro devono “vedere oltre” per vedere il mistero dell’Incarnato. Per la loro testimonianza ora questa esperienza è offerta al credente che “vede e tocca con mano”. Qui si usa il verbo theàomai [contemplare, vedere comprendendo] che i primi testimoni sperimentarono davanti al Verbo che si fece carne “e noi vedemmo [etheasàmetha/contemplammo] la sua gloria” (Gv 1,14). PER LA RIFLESSIONE PERSONALE: 1) A partire dai verbi utilizzati, abbiamo compreso che l’«autore» delle lettere è il gruppo unitario dei responsabili della comunità giovannea, la quale si sente partecipe dell’esperienza storica di Gesù fatta dal Discepolo Amato. Egli con la sua testimonianza accolta e custodita, fonda nuovi autorevoli testimoni, una catena ininterrotta, giunta fino a noi. Noi siamo un anello di questa catena che deve generare altri “testimoni”. Sono consapevole che attraverso la mia testimonianza io devo offrire una esperienza concreta nella quale ognuno può vedere e toccare con mano il Verbo della vita? 2) Gesù, la Vita che era “rivolta verso il Padre” in un dialogo divino infinito, si è fatta visibile a noi nel suo dinamismo di comunione, chiamandoci così a far parte di questa straordinaria comunicazione. I santi facevano l’esperienza di tutto fare, anche le cose più ordinarie, senza interrompere mai questo colloquio divino con i “Tre”. Io, in che modo vivo questo dialogo? Ne sono consapevole davvero? 3) La comunione a cui siamo chiamate si fonda sulle fatiche e l’amore di Cristo, è per questo un dono, un bene gratuito. Cristo è l’ago della nostra comunione, o abbiamo la tentazione di ricercare una comunione solo umana? don Marco Renda |