Home | Chi siamo | Cosa facciamo | Perché siamo nate | Spiritualità | La nostra storia | Libreria | Fondatore | Famiglia Paolina | Preghiere | Archivio | Links | Scrivici | Area Riservata | Webmail | Mappa del sito

 

LA PRIMA LETTERA DI SAN GIOVANNI
(2)

La comunione nella carne del Verbo: 1Gv 1,1-4

La prima lettera di Giovanni si apre con un breve prologo, racchiuso nei vv. 1-4, che riecheggia il ben più ricco prologo del vangelo giovanneo, richiamando l’idea del “principio”, della “vita”, del “vedere” e del “testimoniare” che erano risuonate nella solenne apertura del quarto vangelo. Ma, a ben vedere, questi temi sono qui ripensati e riletti in chiave nuova, a servizio dell’intento dell’autore della Lettera, cioè mettere in guardia i suoi lettori dai pericoli rappresentati dalla dottrina che relativizza l’Incarnazione, che pare propugnata dai suoi fascinosi avversari. Il periodare di questi versetti si fa martellante, quasi una cascata di verbi, in cui la grammatica è contorta e messa a dura prova, e la presenza di frasi incidentali e di riprese rende quasi difficile la lettura, toglie il fiato, ma tutto converge nel comunicare l’urgenza del messaggio e la meraviglia e lo stupore che lo accompagna, a far gustare il realismo contemplante e la concretezza estasiata di chi sa e vuole comunicare che la Vita che è in Dio si è fatta visibile ed addirittura toccabile e le nostre mani l’hanno toccata. Se il vangelo di Giovanni inizia innalzando il suo sguardo d’aquila al Principio senza principio in cui risplende immota la divinità del Verbo, la 1Gv riprende la parola arché [principio] ma le dà un movimento dinamico grazie alla particella apò [da] che la precede; è dunque un principio nella storia, qualcosa da cui si inizia e si continua; non si tratta più dell’eterno principio, ma di un principio dentro la storia: questo è l’oggetto dell’annuncio (cfr. v. 3), ciò che era fin dal principio e che continua ad essere presente, cioè il messaggio di Gesù, che coincide con la sua parola, udita dai primi testimoni, ma soprattutto con la sua vita “vista” da chi rende testimonianza.
Se gli avversari si smarriscono contemplando la natura divina del Verbo, l’Autore ricorda loro che questa si può conoscere solo nell’esperienza storica di Gesù di Nazareth, il Verbo incarnato che è venuto a “spiegarci” il Padre con la sua esistenza terrena (cfr. Gv 1,18). Il pronome neutro ò [ciò] posto all’inizio del testo rimanda a questa globalità di fatti e parole accadute dentro la storia. In questo l’Autore si dimostra inserito nel comune sentire della Chiesa antica, testimoniato dall’inizio del vangelo di Marco che con “principio del vangelo di Gesù Cristo Figlio di Dio” (Mc 1,1) intende tutto il racconto del suo vangelo: la vicenda storica di Gesù è il principio, inizio e fondamento, del vangelo annunciato, “incominciando [archsàmenos, participio aoristo del verbo àrchomai, della stessa radice di arché/principio] dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui di tra noi è stato assunto in cielo” (At 1,22), tempo di cui deve essere testimone chi vuol essere apostolo. Ora il nostro Autore specifica che “ciò che era fin dal principio” è “ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato”.

Già questa enucleazione, nella sua incoerenza, ci rivela che la persona di Gesù ed il suo messaggio sono inscindibili: nel neutro “ciò” si evocano vita ed insegnamento, poiché il messaggio si può udire, ma solo la persona si può vedere e toccare, e per accentuarne il realismo, l’Autore menziona anche gli organi sensoriali, occhi e mano, tramite cui questo è avvenuto. È da notare come questi verbi al passato siano espressi nelle due forme in cui la lingua greca antica esprime l’idea del passato, una chiamata “aoristo”, l’altra “perfetto”. Alcuni autori pensano che ciò sia dovuto solo ad una variazione stilistica, ma altri vi scorgono una differenza di significato, poiché ritengono che nel greco del Nuovo Testamento il perfetto esprima un’azione passata del tutto compiuta, mentre l’aoristo un’azione passata i cui effetti perdurano nel presente. Se così fosse non sarebbe privo di suggestione considerare come “udimmo e vedemmo con i nostri occhi” sono espressi al perfetto, indicando l’esperienza unica ed irripetibile dei testimoni oculari dell’evento di Gesù, mentre “contemplammo e toccammo con mani” è dato all’aoristo, quasi a dire che, grazie all’esperienza dei primi testimoni comunicata nell’annuncio e creduta nella fede, è possibile a nuovi testimoni che diventano nuovi annunciatori, fare la stessa esperienza dei primi e si attualizza nella comunità credente che rimane fedele a “ciò che era fin dal principio”. Infatti anche il vedere con gli occhi dei testimoni oculari è sempre un vedere credente: nel vangelo di Giovanni infatti il verbo orào [vedere], usato in 1Gv1,1, è legato al credere, come nell’esperienza con cui il discepolo amato prende coscienza della resurrezione: “e vide e credette” (Gv 20,8). Dunque anche i primi testimoni hanno un vedere che interpreta, che diventa azione di fede; anche loro devono “vedere oltre” per vedere il mistero dell’Incarnato. Per la loro testimonianza ora questa esperienza è offerta al credente che “vede e tocca con mano”. Qui si usa il verbo theàomai [contemplare, vedere comprendendo] che i primi testimoni sperimentarono davanti al Verbo che si fece carne “e noi vedemmo [etheasàmetha/contemplammo] la sua gloria” (Gv 1,14).
In questo entrare nel mistero si tocca con mano il Verbo della vita con i sensi divenuti spirituali nella concretezza dell’obbedienza alla parola udita, come insegnerà ad un discepolo Filosseno di Mabbug: “Converti le tue passioni e i tuoi sensi corporali e spirituali e vedrai, udrai, odorerai, gusterai, palperai la vita spirituale di cui sei stato reso degno”1. Ma questo “toccare” rimane sempre relativo; il verbo pselafào qui impiegato indica un “toccare come a tentoni”, come un cieco che riconosce al tatto con una visione non completa; con questo stesso verbo il Risorto invita i discepoli a toccarlo (cfr. Lc 24,39) per fare l’esperienza dell’insperimentabile. Non è privo di suggestione quanto qualche autore propone, che l’aoristo “toccammo” con mano includa l’esperienza di convivialità dei discepoli con il Cristo che ora continua nel toccare eucaristico, in cui l’Incarnato Risorto si offre con tutta la sua storia di vita, morte e resurrezione. Se quanto detto è plausibile, allora si potrebbe concludere che il noi che qui parla sia il gruppo unitario dei responsabili della comunità giovannea, che si sente partecipe dell’esperienza storica di Gesù fatta dal Discepolo Amato, che con la sua testimonianza accolta e custodita, fonda nuovi autorevoli testimoni, una catena ininterrotta che rende presente ciò che era al principio, cioè la vita del Verbo incarnato, la sua predicazione, la morte e la resurrezione dell’Innalzato. Scopo della loro testimonianza è che anche altri possano fare la stessa esperienza, fine dell’annuncio è la comunione, il perseverare nella comunione se, come pare, i destinatari sono già credenti, ma tentati dalla predicazione accattivante e deresponsabilizzante dei secessionisti.
La parola koinonìa [comunione] è insolita per gli scritti giovannei che preferiscono l’idea dell’intimità come “essere in” o “rimanere in”. Compare solo qui forse per esprimere l’idea comunitaria di comunione. L’Autore afferma infatti, contro ogni fuga spiritualista, che la comunione con Dio passa per la comunione con la comunità che è fondata nella presenza storica di Gesù. La Vita che era pròs tòn patèra, “rivolta verso il Padre” che è il Verbo pròs tòn Theòn/rivolto verso Dio (Gv 1,1), si è fatta visibile nel suo dinamismo di comunione; non era “presso”, ma “rivolta verso” in un dialogo divino infinito; questo dialogo divino l’Incarnato introduce nel mondo, così la comunità nasce da quella comunione incarnata accolta e vissuta, che è vita, e vita eterna, cioè divina, aiònios, cioè di un altro eone, di un altro sistema di vita e di relazioni, diverso da quello mondano: è la stessa comunione trinitaria, “col Padre e con il Figlio suo Gesù Cristo”, che è partecipata ai credenti. Giustamente D. Bonhoeffer ammoniva che per i cristiani ricercare una comunione umana è letale: essi devono cercare comunione solo in Gesù Cristo ed accoglierla come dono divino e partecipazione all’esperienza di Gesù Cristo. “La nostra comunione – egli scrive – non può motivarsi in base a ciò che un cristiano è in se stesso... per la nostra fraternità è determinante solo ciò che si è a partire da Cristo”2. Se infatti la comunione è partecipazione comune ad un bene, richiamando il termine koinonìa anche l’idea di una eredità comune che si acquisisce come dono per le fatiche e l’amore di un altro, è chiaro che la comunione può istaurarsi solo ricevendo un dato già posto, un bene che non appartiene e che precede: la comunione è possibile solo nella fedeltà alla tradizione che nasce da quell’inserzione di Dio nel mondo che è l’Incarnazione del Verbo come i testimoni autorevoli la tramandano. Ed il conservare e donare la testimonianza forma la gioia dei testimoni stessi: “queste cose vi scriviamo perché la nostra gioia sia perfetta” (1Gv 1,4).

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) A partire dai verbi utilizzati, abbiamo compreso che l’«autore» delle lettere è il gruppo unitario dei responsabili della comunità giovannea, la quale si sente partecipe dell’esperienza storica di Gesù fatta dal Discepolo Amato. Egli con la sua testimonianza accolta e custodita, fonda nuovi autorevoli testimoni, una catena ininterrotta, giunta fino a noi. Noi siamo un anello di questa catena che deve generare altri “testimoni”. Sono consapevole che attraverso la mia testimonianza io devo offrire una esperienza concreta nella quale ognuno può vedere e toccare con mano il Verbo della vita?

2) Gesù, la Vita che era “rivolta verso il Padre” in un dialogo divino infinito, si è fatta visibile a noi nel suo dinamismo di comunione, chiamandoci così a far parte di questa straordinaria comunicazione. I santi facevano l’esperienza di tutto fare, anche le cose più ordinarie, senza interrompere mai questo colloquio divino con i “Tre”. Io, in che modo vivo questo dialogo? Ne sono consapevole davvero?

3) La comunione a cui siamo chiamate si fonda sulle fatiche e l’amore di Cristo, è per questo un dono, un bene gratuito. Cristo è l’ago della nostra comunione, o abbiamo la tentazione di ricercare una comunione solo umana?

don Marco Renda