presentazione dell’autore, dei destinatari e dello scopo dello scritto, come anche assenti sono i saluti finali, ma appare più come un discorso di esortazione rivolto ad una comunità non lontana da chi scrive, ma anzi vicina e presente ad esso. È solo da qualche indicazione sparsa nel corpo del testo (cfr. 1Gv 1,4; 2,12ss.) che apprendiamo che si tratta di un testo scritto ed inviato a destinatari, tuttavia mai identificati chiaramente. Un discorso diverso vale invece per la Seconda e la Terza Lettera: qui le connotazioni dell’epistola sono ben presenti, ed inoltre si tratta di testi molto brevi, “cartoline” più che lettere le ha definito qualcuno con un pizzico di ironia, la cui estensione può essere contenuta in un unico foglio di papiro, quindi facile da essere inviato, ma il mittente si presenta con un titolo per noi oscuro, o presbùteros, “il Presbitero”, come allusiva e simbolica è l’indicazione del destinatario della Seconda Lettera, la “Eletta Signora”, e definita è quella del destinatario della Terza missiva, un certo Gaio, di cui però non conosciamo altro se non il nome.
Considerata ormai superata la questione se le tre lettere abbiano autori diversi – dato che il contenuto teologico è espresso solo dalla Prima e le altre due potrebbero intendersi come biglietti di accompagnamento quando il testo di questa fu inviato a comunità più lontane dall’autore, il quale infatti promette ai destinatari una visita di persona (cfr. 2Gv 12; 3Gv 14), e che difficilmente i “biglietti”, quasi privi di contenuto teologico, della Seconda e Terza Lettera si sarebbero conservati se non perché connessi con la Prima e con l’autorevolezza di chi scrive – rimane da domandarci chi sia il Presbitero.
Se la tradizione gli dà il volto di Giovanni apostolo, il discepolo amato dal Signore, molti autori moderni si sono chiesti perché egli non usa il suo nome e non si appella alla sua autorità di apostolo, in quello che vuole essere una energica messa in guardia della comunità da pericoli dottrinali gravi. C’è da dire che nella comunità che pare essere destinataria degli scritti giovannei non ci fosse una struttura ecclesiale come quella definita nelle lettere pastorali paoline, per cui “presbitero” indicherebbe un preciso grado di una nascente gerarchia ecclesiastica che subentra agli apostoli, ormai morti o lontani, nella guida della comunità. “Presbitero” sembra intendere piuttosto qualcuno che appartiene all’origine del movimento cristiano, un testimone dei primi giorni, uno che può dire di avere udito, visto e toccato ciò che era fin dal principio, cioè il Verbo divenuto sperimentabile per gli uomini nell’Incarnazione, come appunto fa l’autore della Prima Lettera di Giovanni (1Gv 1,1s.). Un testimone antico, Papia di Gerapoli, nel II sec. riferisce di un presbitero Giovanni, discepolo del Signore, alla cui scuola egli stesso sembrerebbe essere stato educato. Inoltre nella Prima Lettera di Pietro l’autore, che certamente si vuole presentare come l’apostolo, si definisce anche “presbitero” (cfr. 1Pt 1,1; 5,1).
La Costituzione Apostolica, uno scritto del IV sec., ci fa sapere che un Giovanni il Presbitero succedette all’apostolo Giovanni come vescovo di Efeso. Considerando ciò, e non dimenticando che l’autore della Prima Lettera di Giovanni sembra parlare a nome di un “noi”, non sembra peregrino concludere che il Presbitero sia da intendere come il capo autorevole di una scuola di pensiero teologico, che si esprime però non in una realtà accademica, come le scuole filosofiche antiche, ma in una comunità di vita e di fede che, senza separarsi dagli altri cristiani, ha sviluppato una particolare sensibilità spirituale e teologica, che parla un socioletto specifico, cioè un linguaggio proprio in cui ricorrono termini privilegiati intesi in senso ben definito (un po’ come accade oggi nei movimenti ecclesiali, per cui la parola “ribellato” appartiene al modo di esprimersi dei neocatecumenali, o “effusionato” rimanda all’appartenenza all’ambito del Movimento Carismatico), e la cui origine può farsi risalire all’esperienza peculiare del Discepolo Amato, che potrebbe essere Giovanni figlio di Zebedeo, come la tradizione ha sempre ritenuto. E questo ragionamento sull’identità, almeno di ruolo se non di persona, sull’autore ci apre alla prospettiva entro cui leggere questi scritti, a comprendere quale è la crisi che li ha generati. Si tratta infatti di una crisi interna ad una comunità fino allora coesa ed in un certo senso definita rispetto al resto del corpo cui appartiene.
Ancora una volta il paragone con i movimenti attuali ci aiuta; non è insolito infatti vedere frazionarsi movimenti dalla intensa vita spirituale su particolari interpretazioni del modo di intendere la loro spiritualità, e più vicini rimangono nell’espressione esterna e nelle convinzioni di fondo, e di più, purtroppo, cresce l’ostilità. Così il nostro Autore può dire dei suoi avversari che essi “sono usciti di mezzo a noi, ma non erano dei nostri” (1Gv 2,19), e si sente di rimproverare un tale Diotrefe, tacciato di essere presuntuoso ed ambizioso, perché impedisce la diffusione dello scritto del Presbitero nella comunità di cui forse è responsabile e ne critica pensiero ed autorità (cfr. 3Gv 9-10). Appaiono perciò del tutto superate tra gli esegeti le ipotesi che vedevano gli avversari contro cui polemizzano le epistole giovannee nei Giudei, obiettivo polemico invece del vangelo di Giovanni, come gli gnostici, almeno gli esponenti dello gnosticismo compiuto contro cui polemizzeranno i Padri del II e III secolo. Siamo dunque in un momento in cui è ormai chiara la separazione dei cristiani dal giudaismo, per cui non c’è più motivo di sentire come “fratelli” gli ebrei da persuadere della messianicità di Gesù, ed in cui cominciano a circolare idee e linguaggi che troveranno maturazione nel movimento gnostico successivo.
Possiamo ipotizzare, con la maggior parte degli studiosi, che verso la fine del primo secolo, la comunità di fede che si rifà al Discepolo Prediletto, che vive probabilmente ad Efeso e conta esponenti nei borghi rurali che circondano questa immensa e tentacolare metropoli dell’antichità, ha un momento di scontro e di frantumazione sull’autentica lettura del vangelo secondo Giovanni, o della predicazione che in questo vangelo si sarebbe cristallizzata, e si divide in due fazioni, che si accusano a vicenda di non comprendere più il senso del messaggio originario, e si tacciano, diremmo con un linguaggio posteriore, l’un altro di eresia. Il nostro autore e la comunità che lo esprime ed a cui parla appartengono a quella che sarà la linea vincente, perché resterà nella comunione con la fede di tutta la Chiesa cristiana; gli oppositori, invece, o meglio i loro discendenti concettuali, finiranno nel grande ed informe mare dello gnosticismo, più o meno cristianeggiante. Ma quali sono i temi su cui avviene la rottura o come il vangelo o la predicazione giovannea possono aver dato adito alle due differenti letture? Rispetto ai vangeli sinottici, il vangelo di Giovanni non presenta un diffuso e preciso insegnamento etico: esso conosce un solo comandamento, il comandamento nuovo dell’amore reciproco tra i fratelli della comunità dei credenti che il Signore Gesù presenta come il “suo” comandamento, quello che gli appartiene, che lo esprime ed a cui lui stesso dà forma esemplandolo sulla sua autodonazione d’amore (cfr. Gv 15,12).
Inoltre i fatti della vita di Gesù, i suoi miracoli, limitati al numero simbolico di sette e definiti come “segni”, sembrano essere più pretesti per dei lunghi discorsi del Cristo, piuttosto che episodi che abbiano importanza per se stessi; e questi stessi discorsi sembrano avere come scopo presentare Gesù come il Rivelatore divino, portatore di una sapienza misteriosa che ha origine celeste, tanto che qualcuno, in passato, ha potuto dire, certamente esagerando, che il Gesù giovanneo è un rivelatore senza una rivelazione perché rivela soltanto se stesso come il rivelatore. Inoltre il quarto vangelo sottolinea più di qualunque altro scritto neotestamentario la preesistenza personale del Verbo e legge la sua storia terrena, fino alla morte, come il rivelarsi della sua gloria e maestà divina: basti pensare che mentre il Gesù dei Sinottici nella notte dell’arresto prova tristezza ed angoscia fino a sudare sangue ed a cadere prostrato a terra, il Gesù di Giovanni, in quella stessa notte, fa cadere a terra gli avversari che vengono ad arrestarlo proclamando il suo Nome divino: “Io Sono” (Gv 18,5s.). Date queste premesse è possibile che alcuni cristiani della comunità giovannea, accesi di entusiasmo spirituale per il loro Signore, e forse ancora influenzati dal loro retroterra pagano da cui provenivano, come dimostrano anche i nomi citati di Diotrefe, Demetrio e Gaio che portano in sé il nome di una divinità pagana, abbiano messo in ombra l’aspetto umano di Gesù per volgere la loro attenzione di fede al Verbo divino, il quale più che salvare con la sua morte, salva perché insegna la sapienza divina, e risvegli le anime alla luce della verità, dando così loro la vita vera. Per questo l’Autore ammonisce che “solo ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne è da Dio” (1Gv 3,2) ed insiste sul valore espiatorio della morte cruenta di Gesù (cfr. 1Gv 2,2).
In passato qualcuno ha concluso facilmente che gli avversari della 1Gv fossero gnostici, per i quali la salvezza è solo prendere coscienza della scintilla divina che c’è nell’uomo e risalire così al di là della materia, o addirittura doceti, i quali negavano la realtà del corpo umano di Cristo e dicevano che era solo apparenza, assunta dal Cristo celeste al battesimo, come mezzo per diffondere il suo messaggio, abbandonata da questi prima della passione, così che sulla croce patì solo un uomo, mentre il principio divino rimaneva beato ed impassibile in cielo. Ma se così fosse difficilmente potevano essere “dei nostri”, come li chiama l’Autore, cioè cristiani che avevano udito da Giovanni che “il Verbo si è fatto carne” (Gv 1,14). Si tratta piuttosto di cristiani per i quali però la vicenda umana di Gesù era marginale; quello che a loro appariva essenziale era la sua presenza nel mondo che permetteva ai credenti di unirsi a lui tramite la fede, e questo è la salvezza. Ci accorgiamo che una simile formulazione sarebbe sottoscrivibile da qualunque cristiano; il dramma della comunità giovannea fu che proprio un confine sottile correva tra le due fazioni che potevano anche condividere le parole, ma le intendevano in senso diverso. Così anche l’Autore delle lettere può affermare che “chiunque rimane in lui non pecca” (1Gv 3,6), ma gli avversari intendevano forse che chi crede in Cristo, qualunque cosa faccia, non commette peccato, perché ormai è unito a lui.
Da qui discende un relativismo etico, alimentato dal silenzio del vangelo giovanneo sui precetti, per cui non sono importanti le opere compiute, ma l’adesione di fede, per cui il nostro Autore dovrà insistere sulla concretezza dell’amore fraterno come essenziale alla vita cristiana. “Figlioli – egli ammonisce – nessuno vi inganni… chi non pratica la giustizia non è da Dio” (1Gv 3,7-10). Se dunque il comportamento etico è senza valore ai fini della salvezza, allora non c’è da aspettare nessun giudizio finale di Dio, infatti dallo stesso vangelo di Giovanni essi apprendevano che “chi ascolta la mia parola e crede in colui che mi ha mandato ha la vita eterna e non va incontro al giudizio”. Ancora una volta la divisione è non sul messaggio, ma sulla sua interpretazione. Per coloro che diedero preoccupazione al Presbitero queste parole indicavano che la salvezza era realizzata già al momento dell’adesione di fede, forse resa evidente dal battesimo, e tutto era già compiuto, non c’era nessun “non ancora” da attendere. Forse per questo il custode di ciò che era da principio ricorda ai suoi, che potrebbero traviarsi, che Cristo è venuto “non con acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue” (1Gv 5,6), frase misteriosa che potrebbe lasciar intendere che la grazia donata nel battesimo viene dalla concreta morte di croce del Cristo e perciò diventa attuale solo nell’imitare l’amore incarnato, l’amore di sangue del Signore. Ci appare dunque la straordinaria attualità dell’epistolario giovanneo: in quest’epoca segnata da una riscoperta del linguaggio del sacro, come ricerca di luce, di vita, di spiritualità senza però impegno morale e concretezza dottrinale, il Presbitero torna a ricordarci ciò che è nel principio, il Verbo fatto carne che dona la grazia di essere figli e chiama a vivere nell’amore come lui, per essere carne dove dimora l’eternità e che abita la comunione della Chiesa, tenda del Verbo che venne per dimorare, con un volto riconoscibile, tra gli uomini (cfr. 1Gv 1,1-4).
PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:
1) Tra una Lettera e l’altra ci sono delle anomalie e delle differenze nella struttura, nei destinatari, nel possibile mittente. Ti ricordi quali sono tali anomalie?
2) Lo scrittore delle lettere nello scrivere l’Epistolario ha una finalità polemica. Perché e contro chi?
3) Il vangelo e la predicazione giovannea hanno nel tempo dato adito a due differenti letture: quali sono e perché è avvenuto questo?
don Marco Renda |