della Messa offerto in pane e vino; la manna, con cui si nutrirono per tanto tempo gli Ebrei nel deserto, simbolo della Comunione: “Panem de coelo præstitisti eis” [Un pane dal cielo offristi loro]; il Tabernacolo nel Tempio di Gerusalemme e la nuvola che lo copriva in certi momenti e riempiva il Tempio, figura della presenza reale di Gesù Cristo nel santo Tabernacolo. Quando poi Gesù predicò il suo Vangelo alle [folle] nelle contrade della Palestina, preannunziò il grande mistero, specialmente con i miracoli della moltiplicazione dei pani e col discorso che è registrato in San Giovanni, cap. 6: “Io sono il pane vivo disceso dal cielo, chi mangia questo pane non morrà; chi mangia la mia carne e beve il mio sangue avrà la vita eterna” [Gv 6,50]. [...] Gesù si preparò all’Ultima Cena, e volle che si preparassero gli apostoli. Si preparò al grande sacrificio pieno d’ardore. Dal desiderio di essere battezzato nel battesimo di sangue, affrettava il passo per il suo ultimo viaggio a Gerusalemme [cfr. Lc 9,51]. Egli doveva finalmente dare agli uomini l’estremo segno: il segno supremo del suo amore per noi, e volle che gli Apostoli preparassero il cenacolo, grande, addobbato per l’Ultima Cena. Là egli compì il sacrificio, cioè celebrò la prima S. Messa. “Prendete e mangiate: questo è il mio Corpo. Prendete e bevete: questo è il calice del mio sangue che sarà sparso per voi in remissione dei peccati” (Mt 26,28). Preparazione, quindi, di secoli. Preparazione alla Messa, preparazione che viene dalla condotta di Gesù Cristo. Non ascoltare con leggerezza la Messa, non ricevere con leggerezza la Comunione. Quando si discende dalla camerata per recarsi in chiesa, non è come per andare a fare colazione, o per fare la ricreazione. Avere pensieri santi. Gesù dice agli Apostoli: Parate nobis: andate a preparare per la Cena [cfr. Lc 22,8]. Andare in chiesa recitando il Rosario; raccolti, concentrati in pensieri alti e in pensieri umili: alti, per la grandezza dell’atto; umili, per conoscere le nostre necessità. Il nostro cuore è fatto per Dio, perciò non ci sarà mai pace che in Dio. La Messa si divide in tre parti.
1. Gesù predicò il Vangelo, prima di offrire il Sacrificio della Croce; e nella Messa abbiamo l’istruzione, che va fino al Credo compreso, per chiedere al Signore l’aumento di fede, la grazia che la nostra mente sia riempita di sapienza celeste: Mens impletur gratia [La mente è riempita di grazia]. Capire l’epistola, capire il Vangelo. Ogni Messa ha una cosa da dire, e chi segue il Messalino certamente prende, almeno in qualche misura, l’insegnamento di Dio che la Chiesa intende darci. Chiedere aumento di fede. Che cos’è quello stare con indifferenza alla Messa, mentre parla Iddio e mentre l’atto di fede deve prepararci al Sacrificio? Parla Iddio! Quanta pietà mi fanno quegli uomini che trascurano la Messa! Ma fanno pietà anche quelli che, entrati in chiesa, sono indifferenti per la Parola di Dio. Santificare la prima parte della Messa. Domandare al Signore perdono dei peccati, perché nell’anima possa entrare la sapienza di Dio.
2. Viene poi il sacrificio. Il sacrificio dobbiamo intenderlo bene. Noi, con Cristo, offriamo il pane e il vino: questo significa che nella consacrazione Gesù ci dà l’estrema prova del suo amore. “Nessuno ama più di Colui che dà la vita per l’amato” [Gv 15,13]. Ecco: Gesù s’immola, e noi pure ci offriamo e offriamo le nostre cose. L’amore condotto fino al sacrificio è la virtù che riassume tutte le altre virtù. In hoc verbo instauratur, dilige: tutta la legge e tutte le virtù si riassumono nella parola “ama”, nella carità (cfr. Rm 13,10.19). Gesù dà la vita per noi, e noi dobbiamo capire che la vocazione e la missione nostra è di mettere le nostre forze, il nostro ingegno, la nostra vita a servizio delle anime. Ecco il sacrificio della Messa. Il sacrificio della Croce viene a confermare la predicazione di Gesù, e per il sacrificio della Croce noi otteniamo la grazia di credere e di amare. Si può in quel momento elevare una gran croce sull’altare. Ma è ancora meglio fare come fa la Chiesa: eleva l’Ostia, eleva il Calice. S. Pio X insisteva: “In quel momento dite: Signor mio e Dio mio”. [...] 3. [Vi è poi] la terza parte della Messa: la Comunione. Ci prepariamo con un atto di fede? Con un atto di pentimento? Agnus Dei [Agnello di Dio]. Ci prepariamo con proteste di non volerci separare mai dall’amore di Gesù Cristo? E con [il] domandare: Prosit mihi ad tutamentum mentis et corporis, questa Ostia mi sia di aiuto e di difesa dell’anima e del corpo? Quindi sopra di noi, che S. Paolo paragona all’olivo selvatico, il Sacerdote mette una gemma preziosa e noi veniamo innestati in Cristo. La gemma delle gemme è Gesù Cristo.
Noi ci nutriamo di Lui e non è un nutrimento soltanto del corpo; giova anche al corpo, perché futuræ gloriæ nobis pignus datur: è pegno della risurrezione finale; ma soprattutto lo spirito, l’anima è nutrita. Aumento di fede, aumento di grazia, aumento di virtù, aumento di consolazioni celesti. Omne delectamentum in se habentem: ogni conforto, ogni diletto in questo Pane Eucaristico, di cui i santi si nutrivano così bene, e lo ricevevano dopo una lunga preparazione, che consisteva specialmente nella purificazione della coscienza, nel desiderio, nell’atto di amore. Poi segue il ringraziamento che, nella Messa, è costituito dalle parole che si dicono per la purificazione del calice, nel Communio, nel Postcommunio, e nel Vangelo. Innestati in Cristo, noi non produrremo più quei frutti scarsi, cattivi dell’ulivo selvatico: Olivaster cum esses tu, insertus es in bonam olivam [tu reciso dall’oleastro che eri, sei stato innestato nell’olivo buono. Cfr. Rm 11,24]; ma produrremo i frutti di Gesù.
Gesù nel cuore porta una vitalità, un’effervescenza di attività spirituale per chi fa bene la Comunione. è la santità, è la virtù ad alta tensione: non a bassa tensione, come quella della lampadina, ma l’alta tensione, che viene dalla vita di Gesù Cristo in noi quando la Comunione è ben fatta. Allora daremo frutti di carità, di zelo, di diligenza nello studio, di devozione, di rispetto ai fratelli, ai superiori, agli inferiori; daremo frutti di vita comune, spirito di povertà, castità, obbedienza, umiltà, pazienza. […] La nostra vita è una Messa. Istruzione, fede, amore alle anime, amore a Dio, sacrificio che compiremo sul letto di morte, e poi la visione eterna di Dio, e l’assistenza alla Messa eterna, dove celebra il gran Pontefice Gesù Cristo, assistito da tutta la corte celeste. [...] La vita è una grande Messa che si prolunga nell’eternità. [E noi] cerchiamo di capire meglio la Messa? E la Comunione? Dalla Messa e dalla Comunione ricaviamo frutti di vita spirituale? E pensiamo che la vita è una Messa e che la Messa è eterna in cielo?
Alle volte è così scarsa la stima della Messa, che si finisce col dire: “Messa più, Messa meno!” Siamo tanto ignoranti nelle cose spirituali! Di questo gran tesoro che è la Messa, vi è tanta ignoranza nel popolo cristiano! Quanti la perdono anche la domenica! Quanti vi assistono di rado! Almeno noi ripariamo l’indifferenza di tanti; e soprattutto partecipiamo alla Messa come offerenti. Medesima è la vittima che si offre e medesimo è l’offerente principale, Gesù Cristo; sono i medesimi frutti che Gesù Cristo conquistò sul Calvario. Uniamoci all’apostolo Giovanni e a Maria, e offriamo con Gesù Cristo il grande Sacrificio.
Beato Giacomo Alberione |