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LA PRIMA LETTERA DI SAN GIOVANNI
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1Gv 3,11-24: l’amore fraterno Dopo aver ricordato che la giustizia del cristiano consiste nell’amore del fratello, l’Autore offre ai suoi lettori una accorata esortazione a mettere in pratica il comandamento nuovo ricevuto da Cristo, cominciando con il ricordare che questo è il messaggio che hanno udito fin dal principio, cioè dal principio del loro essere cristiani, allorché a loro fu trasmesso l’insegnamento di Gesù insieme alla grazia dello Spirito Santo, per vivere come lui, anzi per vivere la sua stessa vita di Figlio incarnato che fu il principio della salvezza di tutti, espressione originaria ed originante di quell’amore che dona la vita per i fratelli, che ora deve prendere carne nell’esistenza dei cristiani. La menzione del “principio” rimanda dunque all’origine della fede, origine nella vita e nella parola di Gesù e nella risposta del credente quando credette alla parola e trasformò la sua vita in una vita cristificata. La prima specificazione del modo di vivere l’amore avviene per via negativa, evocando l’immagine di Caino; egli, che pure era realmente fratello di Abele, non si comportò affatto come tale, ma lo uccise. Non è difficile scorgere un riferimento ai falsi fratelli, a coloro che si sono separati dalla comunità, e con il loro atteggiamento uccidono la fraternità stessa, ancor più se è vero, come alcuni studiosi pensano, che coloro che si lasciarono affascinare dalle idee eretiche furono i più ricchi della comunità, e con la loro partenza venne meno la ricca parte dei beni offerti alla carità fraterna su cui contava per vivere la parte più indigente della chiesa giovannea. In ogni caso il riferimento a Caino ha una sua precisa ragion d’essere; in questo personaggio, chi scrive ravvisa il prototipo del persecutore, il quale odia il giusto a motivo delle sue buone opere che rendono evidente, manifesta e condannata la malvagità di chi opera empiamente. |
| Nel Nuovo Testamento Caino è visto come modello dei miscredenti (cfr. Eb 11,4; Gd 10-11): evocando Caino, Giovanni sembrerebbe qui dirci che la vera carità nasce dalla vera fede, anzi è il manifestarsi in opere della fede autentica e dottrinalmente corretta, e dunque chi non conserva la retta fede in Gesù che salva con il dono concreto della sua vita non può avere la perfetta carità che è amare come lui, nella concretezza del dono di sé. Richiamando la vicenda biblica di Caino ed Abele, come esempio della negazione dell’amore fraterno, la nostra Lettera si inserisce nel solco di tutta la tradizione biblica, che non ha mai nascosto la problematicità dei rapporti fraterni; se i credenti possono, e devono, chiamarsi fratelli ed amarsi come tali, non possono non lasciarsi ammaestrare dalla criticità delle Scritture su tale legame, per fare un illuminato discernimento e vivere la fraternità con matura consapevolezza. Sant’Agostino, commentando il nostro brano, vede nell’invidia la causa dell’odio di Caino ed afferma con decisione: “Se c’è invidia non può esserci amore fraterno. Chi è dominato dall’invidia non è uno che ama”. PER LA RIFLESSIONE PERSONALE: 1) Come vivo l’amore fraterno nella comunità cui appartengo? Sono sfuggito alla “rivalità mimetica” o coltivo ancora invidia e gelosia per i doni ed i ministeri dell’altro? 2) Se l’amore passa per la concretezza della condivisione dei beni materiali, trovo in me un cuore libero e generoso nel condividere? Alimento idee e visioni del mondo contrarie alla solidarietà, spinte da chiusure e paure verso l’altro che con il suo volto è appello alla responsabilità ed alla diaconia? Come contribuisco a combattere queste idee nel mio ambiente ecclesiale, sociale e politico? 3) Trovo confidenza nella misericordia del cuore magnanimo di Dio davanti ai rimproveri del mio cuore? Come cerco l’equilibrio spirituale fra la conoscenza della mia inadeguatezza al comandamento del Signore e la fiducia nella sua misericordia? don Marco Renda 1 RENE’ GIRARD, Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo, Adelphi 1983 (specialmente pp. 194ss.). 2 è interessante notare che lo Scrittore in questa pericope usa tutte le parole per indicare la vita che la lingua greca gli offriva, zoé, psyché e bíos, ognuna con una connotazione semantica diversa, costruendo un discorso molto articolato su tutte le correlazioni possibili tra la vita e l’amore, il quale invece è sempre agápe. Mai infatti si usano i termini filía ed éros, che denotano un amore diverso da quello che proviene da Dio, anzi che, come apprenderemo in 4,8, Dio stesso è. 3 EVAGRIO PONTICO, Ad Monachos 15 |