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LA PRIMA LETTERA DI SAN GIOVANNI
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1Gv 2,29-3,10; la giustizia: essere figli di Dio La pericope di 1Gv 2,29-3,10 ci invita a riflettere sul dinamismo di vita che produce nel credente il fatto di essere realmente figlio di Dio, tanto che qualche commentatore ha pensato che qui potremmo trovarci in presenza di tracce di un’antica omelia battesimale, rivolta nella comunità giovannea ai neofiti il giorno del loro battesimo. L’Autore infatti esordisce con una ipotesi che ha più il sapore di una constatazione: “Voi sapete che egli è giusto, dunque sapete anche che chi fa la giustizia è generato da lui” (cfr. 1Gv 2,29), e questa consapevolezza di essere stati generati da Dio fa sgorgare dal suo cuore quasi un’esclamazione di giubilo per l’amore del Padre che ci ha fatto suoi figli (cfr. 1Gv 3,1). Ma che significa fare la giustizia? Ce lo dirà alla fine del brano nel v. 10, istituendo un parallelismo tra “fare la giustizia” ed “amare il fratello”. Dunque la giustizia è l’amore come lo contempliamo in Dio, il quale, in maniera inaudita e sorprendente, ci ha fatto suoi figli. “Quale grande amore ci ha dato il Padre...”, e questo “quale” sotto la penna di Giovanni è l’aggettivo greco potapòs, che nel greco classico significa “donde” o “da quale terra?” e per questa sua marca semantica di esoticità viene ad indicare “quanto grande e di quale specie”, con un senso di meraviglia e stupore. L’amore del Padre è dunque un amore “straniero”, estraneo al merito ed alla conquista, proviene da un altrove, dal cuore amante di Dio che vuole effondere se stesso verso la sua creatura. È un amore non dovuto, come quello dello straniero samaritano che si impietosisce dell’uomo incappato nei briganti (cfr. Lc 10,33ss.), e che perciò suscita sorpresa gioiosa e meraviglia grata che si fa lode e ringraziamento. Dunque è questo Padre inatteso che ci ha generati, e generandoci ci ha impresso le sue caratteristiche, per cui non è il fare la giustizia che provoca la generazione divina, ma è la generazione divina che si manifesta nella giustizia dell’amore, perché i figli portano le caratteristiche del Padre. E l’amore “straniero” del Padre, manifestato nell’essere, e nell’esistere, dei suoi figli, li rende stranieri in questo mondo; infatti “il mondo non ci conosce, perché non ha conosciuto lui” (1Gv 3,1b). Anzi, noi stessi ancora non ci conosciamo fino in fondo, perché siamo generati dal Padre che ha una vita infinita, e questa vita è attiva in noi, perciò “ciò che saremo non è stato ancora rivelato” (1Gv 3,2). Non nel senso che ci sarà qualcosa di più grande che essere figli di Dio, ma che la ricchezza di questa figliolanza cresce in noi di giorno in giorno, e tutta la bellezza e la gloria di questo essere figli la contempleremo solo nell’eternità. Infatti noi viviamo la nostra esistenza filiale sul modello di Cristo, il Figlio in cui siamo figli: ora nella forma ancora oscura della fede, poi nella luminosità della visione; ora siamo conformati alla passione dolorosa di amore che egli portò nel suo corpo di carne, poi lo saremo all’amore beato che la sua umanità gloriosa sperimenta presso il Padre. |
“Dal momento che adesso nei costumi degli eletti si esprime la somiglianza con la sua vita – potremmo affermare con Gregorio Magno – anche nello spirito si rifletterà la somiglianza dell’eternità nella resurrezione” (Gregorio Magno, In Ez I, 2,20). Se anche qui l’Autore non dimentica la polemica con i secessionisti, ricorda ai suoi lettori che c’è un non-ancora nascosto nel già realizzato della salvezza data dalla generazione divina: la vita ricevuta in dono non è statica, ma vitale; essi sono davvero stati innestati alla vite buona, ma proprio per questo devono dare il frutto dell’amore; se esso non viene sarà tragico segno che quella vita è morta ed il tralcio già innestato può essere tagliato via nel giudizio venturo (cfr. Gv 15,1ss.). In questo accenno alla condizione definitiva dei cristiani al cospetto del Signore glorioso, Giovanni si mantiene fedele alla sobrietà escatologica di tutto il Nuovo Testamento: mentre, infatti, gli scritti apocalittici coevi si dilettano nel descrivere le condizioni dei risuscitati e del mondo futuro, ed i vangeli apocrifi non mancheranno di dare fantasiosi ritratti del Cristo risorto, gli autori ispirati annunciano piuttosto il senso profondo della condizione finale dei credenti e della gloria escatologica del Risuscitato, non offrendo spazio a nessuna curiosità sul come delle cose ultime. PER LA RIFLESSIONE PERSONALE: 1) “Osiamo dire: Padre nostro…”. La liturgia ci insegna che è inaudito chiamare Dio Padre, che è un dono immeritato poterlo fare. Come coltivo in me la meraviglia per la paternità di Dio? In che modo l’esperienza della figliolanza diventa lode e rendimento di grazie? 2) Quali caratteristiche della vita “straniera” di Dio Padre riconosco in me suo figlio? Guardando alla mia esistenza, quali nuove rivelazioni scopro in me della vita filiale con il maturare della vita di fede nel tempo che mi è dato? Da cosa riconosco che il germe divino che mi abita è vitale e produce frutti di vita nuova? 3) Vedo in me, nella Chiesa e nel mondo i segni del peccato di anomia che caratterizza gli ultimi tempi? Come annunciare una obbedienza alla legge che è libertà per amare da figli? don Marco Renda |