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COS’È LA COMUNICAZIONE?

 

“Non si può non comunicare” è la legge fondamentale che sta alla base degli studi sulla comunicazione. In effetti tutti comunichiamo qualcosa: con le parole principalmente, ma anche con i gesti, lo sguardo, il modo di vestire, il comportamento. Ma la comunicazione non avviene soltanto attraverso il linguaggio verbale e quello del corpo: un libro comunica un’idea, un quadro comunica i sentimenti dell’artista, un fumetto comunica una storia. Ma cos’è la comunicazione? Nel definire cos’è la comunicazione si fa riferimento a due teorie principali: quella basata sul modello lineare e quella basata sul modello rituale. Secondo il modello lineare, elaborato negli Stati Uniti, comunicare vuol dire trasmettere un messaggio a qualcuno attraverso un determinato canale con la conseguenza del produrre un determinato effetto. Se consideriamo il nostro vivere quotidiano, un insegnante che spiega un argomento agli alunni usando come canale di trasmissione la voce o la proiezione di un video, con l’intento di trasmettere ad essi dei contenuti,

comunica secondo questo modello. Se consideriamo il mondo dei mass media, la pubblicità comunica secondo questo modello, perché ha l’intento di inculcare nel pubblico il desiderio di acquistare il prodotto pubblicizzato. Il modello rituale, elaborato in Europa, assume che c’è comunicazione quando due o più persone entrano in dialogo e si scambiano informazioni; affinché ciò avvenga è necessario che i soggetti coinvolti parlino lo stesso linguaggio, cioè abbiano molte cose in comune, a partire dal contesto socio-culturale in cui vivono. Riprendendo l’esempio precedente, un insegnante che comunica secondo questo modello, spiega l’argomento ai suoi alunni, ma li rende partecipi delle lezioni, coinvolgendoli e cercando di capire se ciò che egli spiega viene assimilato dagli stessi. Nel mondo dei mass media, sicuramente internet, e in modo particolare le reti sociali, comunicano attraverso il modello rituale, in quanto vi è scambio di opinioni fra i diversi soggetti coinvolti (i cosiddetti “attori sociali”). Nell’ambito specifico dei mass media, fino a qualche decennio fa, gli studiosi parlavano di “comunicazione ad uno stadio”, per spiegare il modo con cui i media raggiungono i singoli soggetti o le masse. Facciamo un esempio. In TV viene rappresentata una fiction che viene vista da diverse persone. La fiction, in base a come è realizzata, propone idee, valori, modi di vivere. Secondo il modello ad uno stadio, ciascun spettatore si fa un’idea propria del contesto, estrapola proprie idee e ne trae le proprie conseguenze.
Questa teoria non è del tutto abbandonata, ma oggi si parla più diffusamente di “comunicazione a due stadi”, che comporta l’introduzione di una nuova figura che si interpone fra il mezzo e gli spettatori: l’opinion leader. Si tratta di un individuo (può essere anche ciascuno di noi) che, nell’esempio precedente, guarda la fiction alla TV, ne trae le sue conclusioni e comunica agli altri spettatori ciò che lui ha compreso. Generalmente gli opinion leader sono coloro che veicolano i messaggi provenienti dai mass media. Per noi Paolini, nel comunicare il vangelo agli uomini di oggi, è necessario imitare il Divino Maestro. Gesù nel parlare alle folle usava un linguaggio simbolico, semplice e accessibile a tutti. Nel narrare le parabole, produce un effetto sorprendente sull’uomo di ogni tempo: la parabola diventa uno specchio in cui ciascuno si identifica con un personaggio e riceve in profondità il messaggio. Per noi oggi, un modo molto pratico, veloce e semplice per far arrivare un messaggio al cuore di chi ci ascolta, è quello di usare storielle, a mo’ di parabole. Gesù nel comunicare cose importanti (basti pensare all’istituzione dell’Eucaristia), usava il linguaggio dei riti, cioè accompagnava le parole con gesti importanti e coinvolgenti. C’era una perfetta sintonia tra ciò che diceva e ciò che realizzava. Oggi più che mai è utile per noi accompagnare le catechesi con segni che coinvolgano chi ci ascolta oppure unire alle parole le immagini, ad esempio la proiezione di filmati. Infine Gesù usava anche il linguaggio del “mito”, cioè era in grado di comunicare anche con i dottori della legge, con coloro che avevano conoscenze approfondite di filosofia o delle Sacre Scritture. Anche noi siamo chiamate a conoscere in modo approfondito la Parola di Dio per poter comunicare in modo completo con chi cerca risposte esaurienti sulla verità. Considerando l’ambito specifico dell’annuncio del Vangelo, quali sono i requisiti fondamentali del perfetto comunicatore? Egli è innanzitutto un testimone, cioè addita agli altri ciò che egli stesso ha visto. Non si può comunicare Cristo se non lo si è incontrato e se non si vive di Lui. Non basta però essere testimoni. Un ottimo comunicatore è anche un rabdomante, cioè ha la capacità di vedere la bellezza e l’altezza della vita, vede una sorgente d’acqua zampillante anche dove tutti vedono solo un pozzo prosciugato. Il comunicatore è anche un maestro che non sta a dire cosa è giusto o non giusto fare, ma che fa fare esperienza a chi gli è affidato e cura le eventuali cadute. Il perfetto comunicatore è anche un artista capace di mostrare ciò che non si vede e non si sente: in poche parole è in grado di mostrare Dio anche se Dio non è visibile ai nostri occhi e la sua voce non è udibile alle nostre orecchie. Il comunicatore è anche un’ottima levatrice, che non dona un figlio da crescere, ma aiuta ad accogliere e crescere il proprio figlio. Il comunicatore è anche un profeta, cioè colui che dice la verità e che indica come un faro qual è la verità. Infine, il perfetto comunicatore è in cammino con gli altri, non si considera un santo, perché santo è solo Dio, ma si considera in viaggio con gli altri verso la stessa meta, il Paradiso.

Rosa L. D.