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LA PRIMA LETTERA DI SAN GIOVANNI
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1Gv 1,5-2,17: la lotta vittoriosa contro il peccato

Dopo il prologo, in cui la Prima Lettera di Giovanni ha proclamato la grazia della comunione che discende dalla Trinità ai credenti tramite i testimoni di ciò che era fin dal principio, l’Autore vuole mostrare ai suoi ascoltatori come si vive questa comunione e precisa che chi vuole davvero vivere in Dio deve essere del tutto separato dal peccato: la comunione con la grazia è perciò separazione da ciò che non appartiene a Dio, nel quale c’è solo luce senza mescolanza alcuna con la tenebra (1Gv 1,1) ed il cui amore non può abitare per nulla in colui in cui ancora persistono altri amori, amori carnali e mondani (1Gv 2,15); ma i credenti hanno già compiuto questa separazione perché nella potenza del sangue di Cristo (1Gv 1,7) hanno vinto la battaglia decisiva con il maligno (1Gv 12ss.). Cerchiamo ora di vedere come i temi di questa sezione, che sopra ho cercato di riassumere per mostrarne l’unità tematica, si articolano nel corpo della pericope. Il v. 5 rimanda subito alla conclusione del prologo, precisando qual è il messaggio udito in principio e che viene ora annunciato per creare comunione: “Dio è luce ed in lui non ci sono tenebre”. Poiché si precisa che questo è il messaggio udito “da lui”, cioè da Gesù, sorprende di non trovare nel vangelo di Giovanni una simile affermazione. Ma chi scrive e chi legge ben ricorda che Gesù si è presentato come la “Luce del mondo”(Gv 8,12), attribuendo a sé una prerogativa che l’Antico Testamento proclama di Dio (cfr. Sal 27,1); dunque è Gesù che rivela la luce di Dio, in Gesù Dio viene ad illuminare la vita dell’uomo. Dio è luce non perché appare chiaro agli occhi degli uomini, ma perché rende luminoso e senza inciampo il loro cammino; chi segue Gesù-luce non cammina nelle tenebre, ma ha la luce che è vita, una vita luminosa (cfr. Gv 8,12). Per questo subito la Lettera specifica che l’evidenza dell’illuminazione divina è camminare nella luce, cioè vivere secondo i comandamenti. Già la tradizione rabbinica insegnava che l’uomo di carne può seguire Dio che è fuoco divorante se, come lui, vive di amore e di misericordia. Si insiste in questi versetti sul tema del camminare, che nella tradizione ebraica ha a che fare con la vita morale, e questo camminare nella luce, cioè vivere con l’amore donante di Dio, significa “fare la verità” (v. 6), cioè esprimere una esistenza autentica, dove profondità ed evidenza coincidono. In Dio infatti non ci sono tenebre, così i suoi figli non accolgono zone d’ombra, zone in cui la vita divina non agisce e non li pervade. Come Dio è pienezza di vita, e perciò verità, in tesa alla maniera biblica come stabilità senza tentennamenti, così il credente che vive in comunione con lui non si aggroviglia in dinamiche di vita e di pensiero contorte e oscure, ma esprime tutto di sé nell’esporsi nell’amore; perciò chi cammina nella luce è in comunione con gli altri,
perché non ha più quelle zone chiuse e segrete del cuore che provocano sospetti e inimicizie, come la luce di Dio che rifulse pienamente nel dono totale di amore del Crocifisso nudo. Ma, da buon padre dei suoi fedeli, l’Autore sa bene che il peccato è sempre in agguato, perciò consola

i suoi ascoltatori ricordando che questa pienezza di luce è sempre in divenire. Il sangue di Cristo, la sua vita donata per amore, costantemente purifica i fedeli, costantemente dona loro quella rinnovata capacità di amore e come sangue di luce non cessa di irrorare tutti gli ambiti vitali dei credenti. Se è vero che l’Autore ha polemizzato con i suoi avversari, confutando forse un loro slogan: “Noi siamo in comunione con Dio”, ricordandogli che ciò è inverato solo dal camminare nella luce dei comandamenti, ancor più entra nell’agone, riportando quello che potrebbe essere stato un punto di forza dei secessionisti, che avrebbero affermato: “Noi siamo senza peccato” (cfr. v. 9). Essi infatti avrebbero potuto appellarsi al vangelo di Giovanni in cui si dice che “chi crede in lui non è condannato”(Gv 3,18) e che le uniche tenebre sono l’incredulità (cfr. Gv 9), quindi essi, essendo diventati credenti, non hanno più peccato, ed essendo assimilati al Figlio di Dio nel battesimo sono in perenne stato di grazia, a prescindere dalle azioni che compiono. Il Maestro della comunità ricorda loro che le Scritture proclamano che ogni uomo è peccatore, dunque negare questo significa fare di Dio un bugiardo come Satana. La vera via per vincere il peccato è invece riconoscere la realtà di essere peccatori, perché a questo riconoscimento il credente accompagna sempre la proclamazione di Dio fedele e giusto che perdona.
È interessante notare che l’attributo della giustizia divina motiva la confidenza dei peccatori; Dio è giusto non perché condanna, ma perché perdona. La sua giustizia è la misericordia. Chi scrive queste righe ben sapeva che la Bibbia greca aveva tradotto con “dikaiosyne/giustizia” l’ebraico hesed che indica l’amore fedele e benevolo di Dio. Ai suoi figlioli, ricorda ancora che la considerazione di essere peccatori apre alla speranza perché Gesù è il Paraclito presso il Padre. Nel vangelo di Giovanni lo stesso Gesù si era implicitamente presentato come tale, quando aveva promesso di inviare, dopo di lui, un “altro Paraclito” (Gv 14,16). La parola paràkletos viene dalla forma passiva del verbo parakaléin che significa “chiamare vicino”: dunque il paraclito è colui che è chiamato vicino, per aiutare, soccorrere, difendere, da cui la traduzione “avvocato”, come colui che, nel tribunale, sta accanto all’accusato per perorarne la causa davanti al giudice. La traduzione consolator con cui lo intese la Vulgata non sembra la più felice, perché inerisce di più al significato attivo del verbo, come l’ambito giudiziario non esaurisce la ricchezza di senso del vocabolo. Nella tradizione rabbinica un vocabolo assonante è paraqlit/l’intercessore, ed in questa funzione appaiono Mosè e i patriarchi, che intercedono presso Dio per il popolo peccatore. Un grande paraqlit è il sacrificio di espiazione di cui si parla in Lev 16, che personificato, nel midrash rabbinico, si presenta a Dio giudice per renderlo propizio verso il popolo colpevole. Potremmo pensare che chi scrive queste righe non è lontano da questa idea, visto che Gesù Paraclito è definito anche sacrificio di espiazione (cfr. 1Gv 2,1-2).
Rileggendo questi vv. alla luce del grande rituale espiatorio descritto in Lev 16 potremmo ben vedere in Gesù la vittima di espiazione, che si è avvicinato a noi, è stato al nostro fianco nell’Incarnazione; ha preso su di sé i peccati del mondo intero come il capro su cui pubblicamente il sacerdote Aronne confessava i peccati del popolo, come in qualche modo, ad un riconoscimento pubblico dei peccati esortava l’Autore al v. 1,9 con il verbo omologhéin/riconoscere pubblicamente; è stato immolato come il sacrificio espiatorio che con il suo sangue giunge all’Arca nel Santo dei Santi, cioè il sangue, che è vita, crea un canale vitale dall’uomo a Dio e da Dio all’uomo perché la vita divina discenda in perdono e benedizione. Al v. 7 infatti c’è stato detto che il sangue di Gesù purifica, rende puri come Dio è puro, vivi della vita del Dio santo. Così anche Eb 8-9 presenta alla luce della liturgia dell’Espiazione il sacrificio di Cristo e la sua permanente efficacia di grazia presso Dio. Pertanto, se ogni vita nuova viene dal sacrificio di Cristo, e questo rimane sempre vitale, i credenti che lo conoscono, cioè che fanno esperienza della sua vita, devono vivere come lui, nell’amore che si dona; infatti i comandamenti da osservare si riducono al comandamento dell’amore come quello di Cristo.
Questo comandamento è antico e nuovo (vv. 2,7-8): antico, perché riporta all’esperienza originaria dell’annuncio che Gesù stesso diede del comandamento, del suo inverarsi sulla croce, della sua presentazione ai nuovi fedeli al momento dell’ingresso nella comunità; ma è anche nuovo, e questa novità non è espressa con l’aggettivo neòs/recente ma con kainòs/inaudito, sorprendente: è una novità qualitativa, tanto che è nuovo non solo per i cristiani ma anche per Cristo stesso, nel senso che per lui segnò la “novità” dell’adempimento nella storia dell’eterna comunione con la volontà buona del Padre, divenuta nel tempo dell’Incarnazione obbedienza e passione. Così è nuovo per i credenti, perché ogni volta che lo praticano fanno rinnovata esperienza della vita nuova del Cristo, donata loro nel Battesimo e per la fede. Così ogni atto dell’amore fraterno è una nuova vittoria della luce che sconfigge le tenebre; per i cristiani non è l’amore ad essere cieco, ma l’odio, che impedisce di vedere la verità di Dio, la vita donata dal Cristo, che è l’unica vita, l’unico ambiente vitale in cui è possibile respirare l’aria vivificante dello Spirito. “Se un uomo avesse tutte le virtù e non avesse la carità, sarebbe come il corpo di Adamo già perfettamente formato, ma senza vita, perché senza il soffio divino” (Francesco di Sales, Teotimo, IV,3). È solo ricevendo questo soffio divino tramite il canale vivente che è il sangue di luce di Gesù vittima espiatoria che si rinasce a vita nuova. Così si può essere figlioli (teknìa dal verbo tìktein/generare) rinati dalla grazia che rimette i peccati, che diventeranno figlioli/paidìa (v. 2,14) che lasciandosi educare (paidéuein) conosceranno il Padre e potranno così diventare padri a loro volta, che trasmettendo la conoscenza/esperienza di Dio generano nuovi figli nella fede, figli che saranno giovani forti perché nell’esperienza vivente dell’amore vincono il maligno. A questi fedeli si rivolge accoratamente il Padre della comunità nello scrivere la sua lettera (1Gv 2,12- 14).
Già Origene pensava che, piuttosto che a gruppi particolari all’interno della comunità, il riferimento ai padri, ai figli ed ai giovani fosse da intendersi in senso spirituale, riguardo “l’età dell’anima”. Ed il venerabile Beda ammonisce: “Se dimenticate colui che è dal principio, perderete la paternità. Non dimenticate di essere ancora giovani. Lottate per vincere e vincete”. E Clemente di Alessandria precisa: “Giovani intende quelli che hanno sfidato la concupiscenza”.
Ed infatti il nemico da vincere, anzi già vinto per il sangue di Cristo, è proprio la concupiscenza che impedisce l’amore del Padre. La “concupiscenza della carne” ha la carne non come oggetto, ma come soggetto; è ciò che desidera l’uomo, in quanto creatura fragile e limitata, che, se diventa l’unico desiderio, lo rende materiale come le cose materiali che desidera. La concupiscenza della carne vuole stabilire la dittatura dei bisogni primari ed impedisce al cuore di riconoscere la signoria di Dio. I bisogni necessari, quando diventano assoluti e orientatori unici della vita, finiscono per disumanizzare l’uomo. Gesù affamato nel deserto vince la concupiscenza della carne andando oltre la fame per nutrirsi della volontà del Padre. La concupiscenza degli occhi proietta l’uomo fuori di sé, lo disperde nel desiderio delle belle cose create e gli fa dimenticare la bellezza originaria in cui è creato dall’Amore. Gesù, rifiutando il plauso che gli verrebbe buttandosi dal tempio, si nasconde nel segreto del Padre. Infine la superbia della vita indica l’arroganza di bastare a se stesso. Qui vita non è indicata con zoé, come sempre negli scritti giovannei, dove significa la vita spirituale, vera vita degna dell’uomo, ma bìos, la vita nella sua più cruda materialità, che può indicare anche i beni di sussistenza e le ricchezze; non sono queste che danno consistenza, ma l’amore del Padre; i beni mondani infatti passano e se essi sono tutta la nostra vita noi passiamo con essi. “Ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno” (1Gv 2,17).

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) Quale realtà di liberazione vedo nel confessare “pubblicamente” (nella confessione sacramentale, nell’ammissione di errore davanti ad altri ed alla coscienza) i peccati?

2) Figlioli, giovani, padri sono termini che riguardano le “età dell’anima”. “Nei figli troviamo la nascita, nei padri l’antichità, nei giovani la forza” (s. Agostino). Come il credente vive queste età interiori? Quali gli atteggiamenti e le azioni che vi si addicono?

3) La società contemporanea proclama la dittatura dei bisogni primari, quella che Giovanni chiama “la concupiscenza della carne”. Come lotto dentro di me contro questa concupiscenza, perché non diventi mentalità ed abitudine? Come annunciare con verità l’amore del Padre come liberante? Come combattere nella vita personale ed ecclesiale la “concupiscenza degli occhi”, il desiderio di essere riconosciuti, approvati ed accolti ad ogni costo?

don Marco Renda