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UN DIO DA GUSTARE

Si apre questo mese di novembre con la solennità di Tutti i Santi, uomini e donne che contemplano ora la gloria di Dio, per aver attraversato la propria vicenda terrena con slancio e generosità, con l’eroicità delle virtù. I santi sono per noi compagni di viaggio nel cammino di perfezione, intercessori nelle prove, testimoni di esperienze straordinarie affinché noi possiamo vivere l’ordinario con lo sguardo puntato all’eternità. Così è la vicenda umana e spirituale di Jean-Joseph Surin, gesuita francese tra i più grandi mistici del XVII secolo. La sua eccezionale statura spirituale è stata a lungo oscurata dalla sua malattia mentale, durata circa vent’anni, e dalle intricate vicende che l’hanno visto coinvolto in strani fenomeni di possessione diabolica. Surin vive tutto questo nella certezza che “a Dio bisogna dare tutto perché Lui è il tutto. Occorre fissare solidamente il proprio cuore in Dio, camminare sempre verso di Lui e non sopportare nel proprio cuore nessun attaccamento che prenda il posto di Dio”. Don Ezio Bolis, Docente di Teologia Spirituale nel Seminario di Bergamo e alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, nel libro Un Dio da gustare, edito dalle Paoline, ci presenta un’antologia delle sue lettere (116 delle 594 ritrovate), facendola precedere da un’introduzione che aiuta a comprendere il contesto storico e religioso in cui Surin è vissuto. Le pagine di Surin sferzano l’anima e scuotono quella tiepidezza spirituale che tenta di smorzare gli entusiasmi nella consacrazione totale a Dio. La sua voce non consente ai mediocri di sonnecchiare in pace: “Una delle ragioni per cui si vedono tante religiose strascicate e rammollite è che all’inizio non hanno assunto questa autentica prospettiva, la prospettiva del ‘primo passo’, di amare e di cercare Dio nel compimento della Sua volontà”.

Alla malattia e alle tentazioni, per cui si sente già eternamente perduto, si aggiungono per Surin le incomprensioni dei confratelli, che criticano non solo il suo comportamento, ma anche, successivamente, i suoi scritti; scritti che sente come un apostolato affidatogli dallo Spirito Santo, allo stesso modo della predicazione e della direzione spirituale. Nel linguaggio “corporeo” di cui si serve, Surin assegna un posto privilegiato al gusto e al gustare. Quando si riferisce a Dio ne parla come di Qualcuno che si lascia gustare dall’anima; la quale, a sua volta è invitata a gustare Dio, a sperimentare la dolcezza della sua Presenza e dell’unione con Lui. Devotissimo di Santa Teresa d’Avila, associa l’esperienza mistica, il “gustare Dio”, a un’esperienza di suprema libertà interiore: “Siate così libera in Dio da non avere altri limiti se non il male. A condizione che accogliate gioiosamente dalla mano di Dio tutto quanto vi capiterà e che vogliate essergli fedele, vivete, amate e godete in Dio come nel vostro ambiente più spazioso e vasto fino all’infinito”. La tempesta non ha avuto l’ultima parola, la notte si è illuminata ed è stata attraversata, la sua vita e i suoi scritti testimoniano la presenza di Dio: una presenza desiderata e sperimentata, straordinaria e reale, trafiggente e dolce, presenza che mette in crisi e allo stesso tempo sazia e dà gusto.

Rosaria G.