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LA PRIMA LETTERA DI SAN GIOVANNI
(8)

S.Paolo

1Gv 4,7-21: Dio è amore

In questo lungo brano che occupa buona parte del quarto capitolo della prima Lettera di Giovanni, l’Autore conduce il lettore a contemplare la radice stessa dell’amore che è Dio, e mostra come il frutto dell’amore non sia il risultato di uno sforzo morale, quanto piuttosto una rivelazione dell’essere, dell’essere di Dio che, con la sua presenza nel credente, lo rende creatura nuova, gli dona un modo nuovo di essere e perciò di esistere. L’amore, dunque, è prima nell’ordine dell’essere, non del fare, perché il cristianesimo non è innanzitutto una dottrina morale, ma una rinascita in Dio. Perciò il nostro brano vuole presentarsi non come una esortazione morale, ma come una difesa teologica dell’amore. Se volessimo paragonare il flusso di pensiero che dipana la nostra pericope con gli scritti dei filosofi antichi, ci verrebbe in mente il Simposio di Platone, un dialogo in cui si discute la natura e gli effetti dell’amore. Ma mentre il filosofo giunge a dire che l’amore è divino, Giovanni ci rivela che “Dio è amore”. Potrebbe apparire che le due conclusioni siano simili, ma non è affatto così. Se l’amore è divino vuol dire che questa forza tutti avvolge fino a stravolgerli, coinvolgendoli in una “divina mania” cui è impossibile resistere. Dire invece che Dio è amore significa riconoscere un essere personale che crea relazioni che sono relazioni di amore, per cui tutto il suo essere persona è essere amore, cioè comunione. E dove egli è presente, lì crea relazioni simili, che non stravolgono la mente, ma trasformano la vita. Questo amore che è da Dio, perché Egli è amore, non è cieco, ha gli occhi ben aperti, ma li apre per guardare tutti con uno sguardo amoroso ed amorevole. Sono gli occhi spalancati del Crocifisso di san Damiano, che il pittore raffigurò con la ferita del costato, dunque già morto, ma con gli occhi aperti, perché proprio la sua morte è luce di vita per coloro che Egli guarda e che guardano a Lui. Se infatti Platone parla dell’amore chiamandolo èros, amore di passione, Giovanni ci proclama che Dio è agàpe, amore di comunione. Davvero l’èros è impersonale, perché tende alla confusione, all’annullamento degli amanti uno nell’altro. L’agàpe invece non potrebbe vivere senza che le persone conservino la loro identità, il loro volto, perché è amore relazionale. Per questo la definizione giovannea “Dio è amore” è la migliore proclamazione della Trinità, poiché i Tre sono Uno non annullandosi, ma esistendo come dono, come relazioni sussistenti, come li definisce la teologia. Perciò Agostino poteva dire: “Se vedi la carità, vedi la Trinità”.

Mentre nel mito platonico èros è figlio del Bisogno e dell’Ingegno, cioè delle arti seduttive messe in opera per possedere l’amato di cui si sente il bisogno, l’agàpe nasce dalla ricchezza e dalla pienezza; Dio non ama per bisogno, ma per desiderio di amore e di condivisione del bene che è. Così anche il cristiano, figlio di Dio, ama solo per eccedenza dell’essere, non per un bisogno, perché il bisogno centra sull’io, mentre il desiderio corre verso l’Altro. “L’amore non cerca il proprio interesse”, dice san Paolo scrivendo ai Corinzi (13,5), e gli fa eco Bernardo di Chiaravalle quando afferma che “l’amore ama per se stesso”, ama perché è amore. Il brano che stiamo leggendo inizia ricordando ai lettori che sono gli amati di Dio, agapetòi, destinatari dell’agàpe di Dio come il Figlio Gesù, che nei vangeli del battesimo e della trasfigurazione la voce del Padre definisce agapetòs, il pienamente amato1. Infatti gli agàpetoi sono tali perché generati da Dio. È la rigenerazione nella grazia che fa dei credenti degli amati e gli fa conoscere l’amore di Dio; cioè è nella condizione nuova in cui vive il battezzato che si fa esperienza dell’essere di Dio.
Scoprendosi persone tese all’amore, scoprendo che la chiusura in sé che era il peccato è scomparsa e che al suo posto c’è una vita nella comunione e per la comunione, scoprendo tutto questo il credente riconosce di avere in sé le caratteristiche divine. Sa di essere nato da Dio, sa di essere amore, dunque il Padre che lo ha generato, ed a immagine del quale ora è ed esiste, non può essere che amore. E la vita nuova che sperimenta in sé come tensione d’amore la riconosce conforme a quella che Dio ha manifestato di sé, mandando il suo Figlio per dare vita al mondo ed espiare i peccati. È importante questa duplice chiarificazione della missione di Cristo. Egli è venuto per la vita del mondo, ma questa vita sta nell’espiazione dei peccati. Il credente è così salvato da ogni visione idilliaca dell’amore; se egli ha in sé l’amore di Dio, ha un amore per i peccatori, un amore che può diventare sofferenza. È un amore di espiazione, perché non solo ama chi rifiuta l’amore, ma colma con la sua abbondanza di amore il vuoto che c’è nella vita di chi si chiude all’amore. Gesù infatti espiò i peccati del mondo sulla croce non per l’eccesso della sofferenza, ma per l’abisso invincibile dell’amore, perché solo “l’amore copre una moltitudine di peccati”. Da questa rinascita dal Dio amore che dona il Figlio per i peccatori nasce come conseguenza l’amore vicendevole. È in questo amore che si vede il Dio invisibile, cioè si fa esperienza di lui grazie alla testimonianza dello Spirito Santo. Lo Spirito testimonia della presenza di Dio nei suoi figli perché dona loro pace interiore nel sapersi amati da Dio e perché li conduce a riconoscere nelle opere d’amore che essi compiono il frutto di quella presenza amorosa di Dio che opera in loro e tramite loro. Potremmo dire che chi vede sgorgare dalle sue mani opere di amore sa che Dio amore abita in lui come una sorgente viva di amore. E Giovanni dice infatti che “abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha in noi” (v.16). Qui la traduzione “l’amore per noi” non è chiara; il testo greco usa la particella en (in). Dunque l’Autore ci dice che abbiamo imparato dall’esperienza e sperimentato nella relazione di fiducia piena con lui che l’amore di Dio abita ed agisce in noi che ci affidiamo a lui.
È proprio commentando questi passi giovannei che s. Agostino scrive la sua famosa frase: “Ama e fa ciò che vuoi”, perché se vivi dell’amore di Dio non potrai volere altro che ciò che Dio che è in te vuole, e cioè l’amore fraterno, l’amore per il peccatore. E questo vale per il singolo credente come per la comunità; la comunità nasce infatti dalla relazione di persone che si amano. Dunque solo una comunità che sperimenta al suo interno relazioni d’amore può essere certa della presenza di Dio in essa e potrà fare scelte di vita, di forme di comunità e di preghiera che vuole, perché nulla vorrà che non sia amore. Per questo il giudizio non è più da temere; chi sa, poiché ama, di vivere già ora con Dio, di essere abitato dalla sua presenza, non ha da temere un giudizio che separerebbe da lui. La pericope termina con un riferimento ai comandamenti, eco della tradizione ebraica che insegna: “Amare Dio con tutto il cuore è prendere a cuore le sue parole” (Midrash Sifré Dt), ribadendo ancora quel richiamo all’obbedienza storica ed incarnata che ha il suo modello nel Figlio che osserva il comandamento del Padre e su cui l’Autore tanto ha insistito in tutta la Lettera.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) “Ama e fa’ ciò che vuoi”. Quale libertà mi dona l’amore? Come le mie scelte personali sono orientate dalla libertà di amare? Come la nostra vita di comunità – e di gruppo – fonda le sue scelte comunitarie sull’amore vicendevole?

2) Vivo l’amore da Dio, che è desiderio senza bisogno, capace di “espiazione”, o sono ancora prigioniero di un amore “erotico”, che cerca il possesso e sente bisogno assoluto di appagamento?

3) “Nell’amore non c’è timore”. Ho escluso del tutto la paura di Dio dal mio rapporto con lui, conservando il santo timore, che è stupore grato davanti all’eccedenza dell’amore di chi si china su di me? Come la predicazione della Chiesa, la catechesi a fanciulli ed adulti, può liberarsi del tutto da una presentazione paurosa di un Dio che castiga?

don Marco Renda

1 La traduzione “prediletto”, usuale in questi casi, non fa cogliere il vero significato del termine, come la traduzione di agapetòi con “carissimi” riduce una densa forma teologica a semplice espressione letteraria del genere epistolare. Già mi sembra migliore la nuova versione della Bibbia che anziché “prediletto”, che suggerisce l’idea di una preferenza rispetto ad altri, traduce “diletto”, nel segno di un amore intenso e personale.