Se vogliamo amare Dio, dobbiamo separarci da noi stessi, rinunziando alle vanità, ai piaceri e alle soddisfazioni della carne; bisogna che superiamo noi stessi. La purificazione dei peccati non consiste soltanto nell’andare a confessarsi: occorre anche distaccare il cuore. Il nostro amore deve essere così forte da spezzare ogni legame. Quando si ama il Signore, e lo si ama davvero, non c’è altro che una risposta sulla terra: “Io farò quello che il Signore desidera e vuole da me”. Amiamo l’esame di coscienza e analizziamo i nostri pensieri e sentimenti. Alcuni rilevano soltanto le azioni della giornata: lo studio, l’apostolato, la pietà, la ricreazione. Si vada più addentro: ai pensieri, al cuore, alla volontà, alla povertà. Finché non si ha una tendenza ed una preferenza all’umiliazione e al sacrificio, si ama ancora noi stessi; si maschera l’amor proprio.
L’amore di Dio è unitivo: ci fa cercare il Signore con la mente, con la volontà, con il cuore. Per chi ama il Signore non vi è scienza più grande che la Sacra Scrittura, la dottrina della Chiesa e dei Santi Padri. L’anima amante cerca di dare gusto al Signore, in quanto può, generosamente. È assetata di perfezione e cerca il meglio. Questa unione con il Signore essa l’attua meglio nella Comunione. La sua non è però una Comunione qualunque, ma completa: è unione di mente, di volontà, di cuore.
L’amore deve operare in noi una trasformazione; deve portarci fino a poter dire con il nostro padre S. Paolo: “Non sono più io che vivo, ma è Gesù Cristo che vive in me”. Sulla terra l’esercizio della nostra vita deve consistere in questo: togliere da noi, ad una ad una, le massime terrene; scolpire, versetto per versetto, nella nostra mente, la Sacra Scrittura. L’amore trasforma anche la volontà in quella di Gesù Cristo. L’anima allora, per quanto sta in sé, desidera la povertà del presepio, la critica aspra, l’umiliazione, e cerca la croce, il dolore, la mortificazione.
Amare il Signore con tutta la mente significa aderire a tutte le verità che Egli ha rivelato e ci propone a credere per mezzo della Chiesa. Le anime consacrate debbono amare Dio con tutta le mente, ma in un grado più elevato, sia perché le verità sono estensibili, sia perché vengono da esse più meditate, più approfondite, più vissute. Costoro, aderendo alle verità più delicate e alla scienza dei consigli, si elevano alla contemplazione, più spesso e più perfettamente dei semplici cristiani.
L’anima che medita le verità divine, che conforma ad esse i suoi giudizi e trae da esse le conclusioni pratiche per la sua vita, gusta la conoscenza di Dio, si compiace di ciò che Egli è. La carità c’impone di amare il Signore con tutte le nostre forze, cioè con tutta la nostra volontà; allora è piena di zelo e di desiderio che Dio sia conosciuto, amato, servito, conseguito da tutti gli uomini. E la persona consacrata che lascia tutto per il suo Dio, aderisce anche ai desideri e ai consigli di Gesù Cristo. La sua anima, assetata di Dio, va studiando ogni giorno, nell’esame di coscienza, il modo di togliere tutto quello che non piace a Lui. Amare il Signore con tutto il cuore significa unirsi a lui, intrattenersi volentieri con lui.
Alcuni pregano poco, pregano distrattamente. Altri pregano di più, amano un po’ di più il Signore e sono più affezionati a lui. Altri ancora amano moltissimo il Signore; le loro occupazioni preferite sono la Messa, la Visita al SS. Sacramento, soprattutto la Comunione. Queste anime prevengono sulla terra l’occupazione del cielo, e adorano il loro Dio, lo ringraziano continuamente, cercano di soddisfare per i loro peccati e impetrano grazie per sé e per gli altri.
L’amore quaggiù non può essere perfetto; lo sarà solo in cielo; ma per andare in cielo, bisogna morire, e morire importa sacrificio, dolore. Dunque: il vero, perfetto amore si dimostra col sacrificio. Morire a noi stessi, rinnegare tutte le nostre tendenze, tutta la nostra volontà: ecco la condizione dell’amore. Il fuoco dell’amore non divampa se non brucia. Il fuoco della perfezione non sale se non si consuma tutto l’amor proprio.
La legge dell’amore suppone la legge del sacrificio. L’anima che ama accresce il fuoco dell’amore sacrificandosi per il Bene amato. Ameremo Gesù più di noi stessi quando gli avremo restituito tutto, quando avremo immolato completamente la nostra volontà, quando saremo diventati indifferenti a ogni cosa. Chi è totalmente distaccato dalla terra e unito a Dio, è perfetto. La nostra vita è tanto più perfetta, quanto più assomiglia alla vita di Dio; ma Dio è carità. Imitare Dio come i figli imitano il padre.
L’anima consacrata rinuncia ai beni, alla volontà, al corpo, al cuore, perché vuole faticare e vivere solo per Dio. Amare Dio sulla terra per amarlo anche in cielo. Che state lì a lagnarvi? Cosa volete star lì a lamentarvi della persona tale o della tal altra? Affogate tutto nel mare dell’amore. Nell’amore tutto deve essere santificato ed elevato.
Molte volte noi non comprendiamo se c’è in noi l’amor di Dio. Il segno più chiaro di questo amore è l’amore del prossimo. L’amore non consiste nel desiderare le consolazioni di Dio, ma il Dio delle consolazioni. Volgete presto la vostra vita verso l’immenso mare dell’amore. L’amore ci investa tutti, sia il nostro peso dolce, che ci guidi nelle nostre relazioni esterne e nel nostro lavoro intimo. Si brucino nell’amore tutte quelle cose che sono frutto di amor proprio e di inclinazione al male.
L’amore verso nostro Signore trova un grande scoglio nella tiepidezza. Il tiepido è colui che non tiene conto dei piccoli peccati, dei piccoli difetti, e vive distrattamente, sia perché non vi bada, sia perché li stima mali leggeri. Chi è tiepido trascura tanto bene, e quello che fa, lo fa con mal garbo. Fino a che non si è liberi da certe tendenze, pigrizie, attaccamenti, non si comprende bene l’amor di Dio.
La carità ha tre parti: amore di benevolenza, amore di compiacenza e amore di concupiscenza.
L’Amore di benevolenza è in pratica il desiderio della gloria di Dio. Noi siamo creati per conoscere, amare e servire Dio, in una parola, per dare gloria a Dio quaggiù e per glorificarlo poi in eterno nel Paradiso. La benevolenza consiste nel desiderare per il prossimo quello che ancora non ha. Desideriamo per tutti tutto il bene che è possibile. Noi in particolare dobbiamo desiderare per i membri del nostro Istituto ciò che non hanno: o la salute, o la consolazione, o la luce di Dio, o l’obbedienza, o la benedizione sulle iniziative d’apostolato ecc.
L’Amore di compiacenza è ancora più spirituale, più difficile a comprendersi. Consiste nel compiacersi del bene che ha Dio. E quale bene ha Dio? Ogni bene, anzi Egli è il bene unico ed eterno. Infinita sapienza, bontà, eternità, immensità, Egli è tutto, il principio di ogni cosa e l’ultimo fine. L’amore si compiace del prossimo, perché è immagine di Dio, è immagine che vale intensamente di più di un’immagine di Gesù Cristo riprodotto col gesso o con il legno. Chi ama il prossimo prova un vero piacere nel constatare in esso la bontà, le molte capacità, la buona volontà, i successi, le approvazioni che riceve ecc.
L’Amore di concupiscenza non è ammesso da tutti, perché sembra una cosa sola con l’amore di compiacenza, ma c’è sicuramente, e consiste nel desiderio di stare volentieri col Signore. Chi va volentieri alla Visita o alla Messa ha l’amore di concupiscenza. Lo stare con Gesù, il desiderare la sua compagnia, il compiere i nostri doveri con Lui, è amore di concupiscenza.
Anche con il prossimo quest’amore porta al desiderio di stare realmente con le persone di cui dobbiamo amare la compagnia, cioè le persone buone, le sorelle di ideale e di vocazione, il desiderio e l’amore agli incontri nostri, lo sforzo di favorirli e di renderli lieti e santi ecc.
Qual è dunque la misura del vero amore? Lo dice S. Agostino: Amare senza misura. La carità verso Dio è interna e spesso non si conosce, ma il segno esteriore per conoscere se si ama davvero Dio è quello di amare il prossimo. E lo si ama non solo con le opere di zelo, ma specialmente col sopportare, tollerare, compatire.
La carità è una virtù che si capisce difficilmente ed è impossibile ottenerla umanamente; si può, però, acquistare con gli atti di carità uniti alla grazia dello Spirito Santo. La prima volta fu accesa dallo Spirito Santo nell’anima degli Apostoli e così deve accendersi ora nel cuore di tutti. Cresciamo dunque nella carità, virtù delle anime perfette, anima di tutte le altre virtù, virtù che durerà in eterno.
Amiamo tanto il Signore! Proviamoci a dire adagio l’atto di carità e scrutiamo nei nostri cuori se il nostro amore è vero, se realmente non diciamo una bugia alle parole “Vi amo con tutto il cuore”. Forse amarlo più di qualche altra cosa sì, ma amarlo più di noi stessi è un po’ difficile.
Dobbiamo avere il cuore simile al cuore di Gesù come S. Paolo, e amare come lui amava il Maestro Divino. Noi in particolare poi dovremmo sentire un grande amore del prossimo, perché la nostra vocazione è apostolica. Tutto il bene che facciamo al prossimo, Gesù lo cambia in gradi di gloria per noi. Con la carità acquistiamo credito presso Dio. A volte ci lamentiamo perché il prossimo non paga subito o non ci mostra gratitudine. Insensati! Non accontentiamoci di un po’ di fiato o di un grazie: vogliamo il possesso e il gaudio di Dio.
Ci ispiri il Signore e ci dia la grazia di praticare la carità nelle sue due manifestazioni: verso Dio e verso il prossimo.
Beato Giacomo Alberione
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