in un mondo in cui si assiste alla sempre più incalzante e spietata messa in discussione anche dei valori basilari della vita dell’individuo e della società stessa – quali appunto il rispetto della vita, l’amore, la famiglia, la giustizia, la lealtà, ecc... – la figura di don Alberione, il suo carisma, il suo messaggio, risultano più che mai attuali: “nessuna più grande ricchezza si può dare a questo mondo povero e orgoglioso che Gesù Cristo”.
Il nostro caro Fondatore dal cuore di Paolo, “instancabile, sempre attento a scrutare i segni dei tempi, cioè le più geniali forme di arrivare alle anime” – come disse di lui Paolo VI nell’udienza del 28 giugno del 1969 – oggi vive nella sua Famiglia e a ciascuno dei suoi figli con tono implorante ripete: “Fate a tutti la carità della Verità!”. Questo, che è ormai diventato quasi lo “slogan” della Famiglia Paolina, deve arrivare anche al cuore di noi Annunziatine e attraversarlo come parola più penetrante di una spada a doppio taglio. E ciò, innanzitutto perché “consacrate” e per questo impegnate in prima linea nella missione dell’annuncio, e poi perché “paoline” e dunque inserite anche a pieno titolo nell’ambito del complesso mondo della comunicazione sociale. Se da una parte è vero che il mondo della comunicazione è una realtà che, data la sua caratteristica di continua evoluzione, fa sentire indietro e sorpassati prima ancora di aver cominciato, è pur vero che in questo campo potremmo fare ancora tanto di più.
Questa relazione vuol essere appunto un interrogarci insieme a partire dalle “nostre fonti” – prime fra tutte lo Statuto – per ascoltare, tramite la voce del nostro Fondatore, quella del Maestro Divino alle sue Annunziatine; e ciò, per meglio capire quanto desiderava da noi quando ci ha “create” come Istituto e quanto a ciascuna chiede oggi circa l’impegno apostolico con i mezzi di comunicazione sociale per il bene di tutta la sua Chiesa.
CAPITOLO I
L’URGENZA DELL’APOSTOLATO
Vita cristiana e vita consacrata
Incontrare Gesù significa doverlo annunciare: una vita di amore a Gesù deve essere necessariamente una vita apostolica perché, dopo che lo si è incontrato, la vita ha senso solo se è vissuta per farlo conoscere.
E di ciò troviamo conferma, prima che nella storia della Chiesa e nella vita di ciascuno dei santi, nei racconti evangelici. Quando Gesù passava per le strade d’Israele e incontrava le persone, esse diventavano “apostole” per i fratelli, sia che si ponessero al suo seguito sia che rimanessero nel proprio ambiente. Un’antica espressione dice: ex abundantia cordis os loquitur (= La bocca parla attingendo alle ricchezze del cuore). E in effetti è davvero così: noi parliamo, e anche tanto, di ciò a cui teniamo.... se abbiamo incontrato Gesù, se lo amiamo e lo conosciamo, naturalmente anche parleremo di Lui.
Del resto, l’«andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15) è una chiara ed esplicita richiesta che Gesù rivolge ai suoi discepoli e con loro a tutti i cristiani, per cui si può dire davvero con il Papa Paolo VI che l’ «evangelizzare è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda» (Esort. Apost. Evangelii Nuntiandi 14). Bisogna dunque assumere senza riserve l’impegno missionario dell’annuncio del Vangelo, superare la “visione intimistica” del nostro rapporto con il Signore che, rischia di ridurre il nostro impegno apostolico. “Da questo mondo – scrive Paolo VI – sale una possente e tragica invocazione ad essere evangelizzato” (Idem 55). Eppure avviene sempre più spesso di costatare – come afferma lo scrittore J. Lafrance – che il cristiano “vive ma non ha coscienza di quello che porta in sé, è come un essere addormentato che lascia sonnecchiare nel cuore le energie dello Spirito”. Bisogna diventare annunziatori. Apostolo è chi, come il nostro Fondatore ha il perenne assillo nel cuore della salvezza delle anime (“L’umanità è come un grande fiume che va a buttarsi nell’eternità: sarà salva? Sarà perduta per sempre?” Pensieri, p. 113), ha sempre in testa qualche “santa industria per il bene”.
L’apostolato, che già dovrebbe costituire il tratto peculiare di tutti i cristiani, dovrebbe poi avere nei consacrati delle connotazioni di zelo e di ardore ancora più forti, naturale conseguenza di quel rapporto di profonda intimità amorosa che si instaura tra il Signore e chi si dona a Lui nella totalità. Il desiderio di avere dei figli è caratteristica di autenticità del sentimento che lega un uomo e una donna: allo stesso modo e di più ancora, una persona che si è donata al Signore deve sentire dentro di sé il desiderio di generare alla vita in Cristo quante più persone possibile. Quando si comprende appieno che la vocazione, mistero insondabile di scelta divina, non è una chiamata alla vita comoda o il ripiego per chi non ha trovato altro, non si può che chiedere a Dio di usare ogni atomo di ciò che ci appartiene per il bene e la salvezza del mondo. Si comprende in questo senso l’ansia apostolica di tutti i santi della storia della Chiesa e di tanti fratelli e sorelle che ci accompagnano o ci hanno preceduto nel cammino della perfezione evangelica. Penso in questo momento, ad esempio, ad un don Bernardo Antonini, splendida figura di paolino che molte di noi hanno avuto la grazia di conoscere prima della morte, il quale, nel suo testamento spirituale, così si esprimeva: “O mio Dio, mio tutto, annega nel tuo amore questa goccia d’amore; brucia e consuma con il fuoco ardente dell’apostolato non tutti i giorni ma tutti i secondi della vita che mi concedi. Signore, eccomi, sono tuo”.
L’apostolato dell’Annunziatina
Il nostro Statuto all’articolo 27 ci ricorda che l’apostolato per l’Annunziatina è essenziale. Lo stesso don Alberione il 7 maggio 1958, durante un’istruzione alle Pie Discepole sui secolari consacrati, afferma con forza: “Chi non fa l’apostolato non può essere accettato. L’apostolato è scelto dalle persone, non è scelto dall’Istituto, è scelto dai singoli membri, ma bisogna che abbiano un apostolato” (Assemblea circoscrizionale, Per raggiungere una mentalità di comunione come Famiglia Paolina, p. 31).
In più punti del nostro Statuto in effetti si insiste sull’importanza dell’apostolato per le Annunziatine. Vi si legge: i membri dell’Istituto svilupperanno tutte le loro possibilità cristiane ed evangeliche affinché il divino messaggio della salvezza sia conosciuto ed accettato da tutti gli uomini” (Statuto, 4); i membri dell’Istituto si impegnano a cooperare perché Cristo viva in ogni uomo (Statuto, 30); l’apostolato suppone un cuore acceso che non può contenere e comprimere l’interno fuoco; l’apostolato ci fa altoparlanti di Dio (Statuto p. 37).
In modo particolare l’articolo 4 su citato penso debba costituire per ciascuna motivo di profonda riflessione e verifica: in quel “svilupperanno tutte le loro possibilità cristiane ed evangeliche” si intravede infatti, per ciascuna di noi, l’imperativo apostolico a modellarci su entrambi i “nostri fondatori”, sul “mi sono fatto tutto a tutti” di Paolo (1Cor 9,22) così come sull’«orientò tutto, studio, pietà, pensieri, comportamento, persino le ricreazioni in vista della missione...» di don Alberione (cfr. AD, 9, p. 8). Negli Atti degli Apostoli ci viene riportata una espressione di San Paolo molto forte: “Dichiaro solennemente oggi davanti a voi che io sono senza colpa riguardo a coloro che si perdessero, perché non mi sono sottratto al compito di annunziarvi tutta la volontà di Dio (At 20,26-27). A sua volta don Alberione così si esprime: “Sento la gravità, dinanzi a Dio ed agli uomini, della missione affidatami dal Signore” (Pensieri, p. 18), e in una sua preghiera arriva ad affermare “che soffra quanto devo affinché il seme sparso cresca, che col patire e col pregare soccorra tutti i figli spirituali (G. Alberione, La mano di Dio sopra di me, p. 71).
E noi? Quante di noi possono sentirsi tranquille in coscienza e dichiarare di fronte a Dio con la medesima serenità di San Paolo e di don Alberione di aver fatto tutto quanto era nelle proprie possibilità per farLo conoscere?
Nel capitolo del nostro Statuto dedicato all’apostolato, c’è una grande varietà di possibilità apostoliche. Vi si legge:
[I membri] promuovano, in tutti i modi: la diffusione della Sacra Scrittura (...); la lettura assidua del Santo Vangelo nelle famiglie (...); la partecipazione attiva alla Liturgia (...); lo studio sistematico del Catechismo (...); la recita del Santo Rosario nelle famiglie (...)” (Statuto, 28.5). (...) Rivolgano particolarmente il loro spirito ed attività alla SS. Eucaristia (...) anche per supplicare il Divin Maestro perché «mandi operai nella sua messe»; a tal fine favoriscano la partecipazione attiva alla Santa Messa; promuovano giornate eucaristiche ed ore di adorazione comunitaria per i giovani (Statuto, 28.6). Ricordino i membri che la vocazione (...) deve essere tenuta in grande stima nella Chiesa, e che, quindi, è vero apostolato farla conoscere, perché altri si consacrino a Dio nell’Istituto (...) (Statuto, 29). I membri dell’Istituto si impegnano a cooperare perché Cristo viva in ogni uomo, secondo lo spirito di San Paolo (Statuto, 30).
La missione dell’Annunziatina comporta tante forme di soccorso spirituale ai fratelli, senza alcuna limitazione, in quanto ella può dare al suo Sposo e Signore tutto quello di cui è capace. Come disse don Alberione nel 1958, l’apostolato del nostro Istituto, “è molto ampio: si può dire che è compreso ogni apostolato: dall’unione delle anime vittime all’azione politica del cristiano” (cfr. CISP, pp. 1311-1314). È naturale però che tra i vari apostolati possibili quelli riportati nello Statuto devono essere da noi tenuti in speciale considerazione, come “particolarmente cari” al cuore di Dio e dunque, in una scala di priorità, da preferire. All’Annunziatina è data dalla Chiesa l’opportunità di essere, come don Alberione, fantasiosa nell’apostolato, di ricorrere pure a ciò che è nuovo e ardito con particolare attenzione circa l’uso dei mezzi tecnici e organizzativi moderni per fini apostolici (Statuto, 27). Il Primo Maestro, nel campo dell’apostolato, aveva infatti sviluppato una particolare caratteristica che è poi tipica di tutte le anime di fede e di vita interiore: la “vigilanza pastorale”, quella singolare sensibilità cioè di intuire con penetrante chiarezza e con forte anticipo le necessità del popolo di Dio per adeguare docilmente la sua azione e le sue fondazioni in vista di un soccorso spirituale agli uomini il più possibile efficace (cfr. DC, p. 9). Al nostro Fondatore la “vigilanza pastorale”, a lui che tanto pregava, amava e faceva amare Maria, sicuramente era stata proprio Lei ad insegnarla. E anche a noi Annunziatine, figlie di don Alberione chiamate “a vivere nel suo clima” (Statuto, 6.1), la Mamma sicuramente la richiede. Lo“scrutare i segni dei tempi e approfittare come Lei e secondo il suo stile di ogni occasione offertaci per far conoscere Cristo, dovrebbe essere una caratteristica propria dell’Annunziatina e forse il modo migliore per coniugare in noi al tempo stesso i caratteri “mariani” e “paolini” propri dell’Istituto (Sentii una volta una sorella del mio gruppo commentare l’episodio evangelico delle nozze di Cana e dire che probabilmente, dietro il miracolo richiesto da Maria a Gesù, non c’era forse tanto e solo un aver prevenuto la difficoltà degli sposi, ma soprattutto un trepidare dal desiderio di far conoscere il suo Figlio...). La vigilanza pastorale di carattere mariano che caratterizzò il nostro fondatore, lo portò a non interdire ai suoi figli alcuna forma di apostolato ma nello stesso tempo a caldeggiare per loro l’apostolato con i media che più gli sembrava rispondere alle esigenze spirituali del nuovo secolo. E questo invito del Fondatore non possiamo che sentirlo rivolto anche a noi.
Il “mai abbastanza” di don Alberione
Se è vero che la dimensione dell’apostolato è la dimensione caratteristica di ogni consacrazione, è vero anche che essa ha da sempre assunto nella Chiesa le forme più svariate e coperto gli ambiti più diversi. Il soccorso della Chiesa a tutte le necessità fisiche e spirituali dell’uomo trova però un unico e solo motivo d’essere: far conoscere il Cristo! Ecco che ci sarà chi lo farà conoscere soccorrendo i malati, chi aiutando le famiglie in crisi, chi promuovendo la formazione dei giovani, ecc..., e chi, come i paolini e le paoline utilizzando la parola, lo scritto o qualunque altro mezzo pur di comunicarLo nel modo più efficace e veloce.
Il primato dell’annuncio, rispetto ad altre forme di apostolato, è confermato dalla Parola di Dio: da Gesù stesso che un giorno a Pietro, che gli parla delle urgenze corporali della gente venuta a Lui, risponde di dover dare la priorità alla predicazione (cfr. Mc 1,38); dagli apostoli, i quali arrivano a un certo punto a decidere una ripartizione di ruoli tra i fratelli al fine di non trascurare, per il servizio delle mense, l’ufficio della preghiera e della predicazione (cfr. At 6,4); e infine da San Paolo, il quale afferma di non essere stato mandato a battezzare bensì a predicare (cfr. 1Cor 1,17) “volendo indicare – a dire di Papa Pio X – che l’ufficio di evangelizzazione precede e supera ogni altro” (CISP, p. 823).
La sublime missione della diffusione capillare del messaggio evangelico è oggi nella Chiesa e dalla Chiesa affidata a quella che Don Alberione, forse anche per questo, amava definire “la mirabile Famiglia Paolina”. Egli così si esprime a riguardo: “Dio ha collocato in voi un tesoro senza prezzo, un tesoro che gli Angeli vi invidiano: la vocazione alla buona stampa” (G.T. Giaccardo, Diario, p. 206). E in un’altra occasione aggiunge: “È tanto utile ricordare che: la Famiglia Paolina ebbe il miglior sigillo delle vocazioni ottime per virtù, intelligenza, pietà e zelo... che l’intervento divino, in cose di ordine naturale e di ordine soprannaturale, fu evidente (...). Altri sarebbero ben felici se avessero le prerogative nostre! (...) siamone santamente orgogliosi... ed avendolo abbracciato amiamo ciò che è nostro!” (CISP, p. 1051).
Si capisce dunque perché il Fondatore si premurasse spesso di mettere in guardia i suoi figli dal pericolo di non essere se stessi nella Chiesa e dunque ciò per cui erano nati: “Noi siamo nati per dare Gesù Cristo Via, Verità e Vita... Noi siamo venuti per compiere un apostolato con lo spirito, con la forza di San Paolo e dobbiamo fare questo” (DC, p. 202). E in effetti la nostra missione di Famiglia Paolina, come si legge anche nei Documenti Capitolari del ’69-71, è davvero “una missione che non ha precedenti nella storia” perché mai nella storia ad alcun apostolo, come a noi oggi, è stata offerta la possibilità di raggiungere milioni di uomini in un istante solo (cfr. DC, p. 57).
Don Alberione, riferendosi a se stesso e ai suoi figli, così si esprimeva: persone “rivolte con i loro passi alla mèta: stanno come un viaggiatore sempre orientato verso... la gloria di Dio; senza deviazioni, senza fermate inutili, senza incertezze su pericoli.... Camminando come l’orologio che non si arresta, come non deve cessare il respiro, il polso, il tempo” (G. Alberione, Con il cuore..., p. 15). A loro diceva: “Abbiate fede nel vostro apostolato: credete che esso salva le anime: non lo considerate dal punto di vista materiale! Sarebbe un grave danno per voi! Credete all’efficacia della parola di Dio!” (DC , p. 111).
Egli, aveva l’assillo del «tutto», aspirava cioè all’unificazione e alla sintesi scientifica, religiosa, ecclesiale, mondiale di tutta la storia umana in Cristo Maestro, alla “ricapitolazione in Cristo di tutte le cose” (cfr. Ef 1,10): “La Famiglia Paolina ha una larga apertura verso tutto il mondo. Le edizioni debbono essere indirizzate a tutte le categorie di persone; tutti i problemi e tutti i fatti vanno giudicati alla luce del Vangelo... Nell’unico apostolato di far conoscere Gesù Cristo si deve illuminare e sostenere ogni apostolato e ogni opera di bene; si deve portare Cristo nel cuore di tutti i popoli; si deve far sentire la presenza della Chiesa in ogni problema con spirito di adattamento e comprensione per tutte le necessità pubbliche e private” (DC, p. 24-25). “Non c’è lato umano o qualsivoglia attività o espressione che non debbano diventare oggetto di apostolato della Famiglia Paolina (ATP, p. 147 in E. Atzori, Le sfide del nostro tempo e le risposte della Chiesa, p. 19). Egli considerava di frequente: “Chi riflette al valore di un’anima ed al significato delle parole: eterna perdizione ed eterna salvezza, come non si sentirà acceso di zelo?” (CISP, p. 859). Ed è per questo, come ci viene riferito da più parti, che anche amava consultare spesso il globo geografico (che teneva costantemente sul tavolo) e invitava a considerare le zone del mondo dove il cristianesimo era vissuto nella famiglia, nelle scuole, nelle leggi, nelle relazioni sociali, ecc.. e quelle dove i battezzati vivevano una vita quasi paganeggiante. “Spettacolo desolante! – osservava – solo un quinto degli uomini godono tutti i benefici della Redenzione” (cfr. Sgarbossa E., Un fuoco nell’anima, «il cooperatore paolino», 7 (2007), pp. 12–13).
A un frate che un giorno chiese a S. Francesco, il poverello di Assisi, cosa dovesse fare di più di quanto non avesse già operato per amore del Signore, egli rispose: “Dio è: mai abbastanza”. Don Alberione è stato appunto il “mai abbastanza di Dio per l’annuncio del Vangelo”. Egli diceva di sentirsi come San Paolo “debitore ai Greci e ai Barbari, ai sapienti e agli ignoranti” (Rm 1,14) e tali voleva che si sentissero anche tutti i paolini: “Invadere il mondo. La Congregazione ha il cuore di San Paolo. Il cuore di San Paolo dimenticava forse qualcuno? qualche nazione? qualche regione? No! Sentirci come San Paolo debitori a tutti gli uomini, ignoranti e colti, cattolici, comunisti, pagani, musulmani” (DC, pp. 36 e 48). Di San Paolo don Alberione sottolineava spesso l’aspetto dello zelo apostolico: “lo zelo dell’Apostolo non ebbe confini. I suoi, non sono viaggi di piacere: la sua sete, la sua febbre, la sua aspirazione di ogni giorno lo penetrava, lo infiammava per la salvezza degli uomini” (Eco di Casa Madre, 7, 1934 in Equipe Carisma, Sequela..., p. 55). Egli, “il segregato di Dio, il prigioniero di Cristo, che vive in Cristo” (CISP, p. 602) “era sempre, dappertutto, con tutti e con tutti i mezzi. L’Apostolo ardimentoso che, ad onta della salute precaria, delle distanze, dei monti, del mare, dell’indifferenza degli intellettuali, della forza dei potenti, dell’ironia dei gaudenti, delle catene, del martirio, percorse il mondo per rinnovarlo in una luce nuova: Gesù Cristo (AE, 37, p. 59).
In effetti però, la tenacia, l’audacia che il Fondatore ha sempre dimostrato nell’adottare a uno a uno tutti i mezzi che il progresso scientifico e tecnologico andava ponendo a servizio della Parola di Dio, la concezione sacrale, quasi mistica e sacramentale della «macchina» (Pensieri, p.170: “La macchina, il microfono, lo schermo, sono nostro pulpito; la tipografia, la sala di produzione, di proiezione, di trasmissione è nostra chiesa”) non ce lo fanno apparire molto lontano dall’Apostolo delle genti, anzi potremmo quasi dire che don Alberione è stato “il San Paolo dei nostri tempi”.
Diceva ai suoi figli: “Tutto il mondo si può paragonare a un’immensa parrocchia; la parrocchia del Papa. Essa è il vostro campo... la immensa parrocchia paolina, che per limiti ha solo i confini del mondo” (UPS, I, 371, p. 157; I, 382, p. 169).
Gli uomini di tutto il mondo, che noi consacrate dobbiamo sentire come figli da presentare continuamente nella preghiera al Signore, sono oggi raggiunti da altri messaggi che non sono Cristo, e anzi, rispetto a Lui, completamente antitetici. In questi messaggi la gente crede, da essi è persuasa, su di essi scommette la vita. Dice in proposito don Alberione: “Rivoluzioni pacifiche e rapide avvengono attraverso la stampa, la radio, il cine, la televisione, l’aviazione, i movimenti politici, sociali, industriali, l’energia atomica... Occorre che la religione sia sempre presente; si valga di tutto per un miglior tenore di vita in terra e la gloria in cielo. Chi si ferma o rallenta è sorpassato; lavorerà in un campo ove il nemico ha già raccolto” (CISP, p. 1010).
Come rimanere indifferenti a queste rivoluzioni, proprio noi, figlie di don Alberione, che portiamo nel nome il programma di vita dell’annuncio e che dallo stesso Statuto veniamo sollecitate ad avere particolare sensibilità circa l’impiego dei mezzi di comunicazione sociale nell’opera di evangelizzazione?
CAPITOLO II
L’APOSTOLATO DELLA COMUNICAZIONE SOCIALE
Uno sguardo allo Statuto
Conosciamo l’importanza dello Statuto per la nostra santificazione. Lo Statuto è la nostra carta d’identità, è ciò a cui il Signore guarderà per vedere “se a Cristo ci siamo conformate”. Diceva don Alberione alle prime Annunziatine: “Avete il vostro Statuto il quale è letto, riletto, corretto e migliorato dalla somma autorità; dopo di ciò viene presentato al Papa, il quale lo fa ancora esaminare e finalmente, quando vede che è buono, lo dà; così che praticamente lo ricevete dal Santo Padre” (MCS, p. 31). E ancora: “L’approvazione determina che un Istituto è veramente conforme alla Santa Chiesa e che, quindi, è gradito ad essa, per cui si è sicuri che coloro che vi entrano sono sulla via della santità. Cosa vuol dire allora approvazione? Vuol dire che le regole, anzi ogni articolo delle regole è approvato, cioè riconosciuto buono, santo e capace di condurre alla santità” (Idem, p. 257).
Ora, fin dal primo capitolo dello Statuto, quello in cui si spiega la natura e il fine del nostro Istituto, si fa riferimento allo stretto legame esistente tra la nostra vocazione e l’apostolato, e in particolare l’apostolato di colore “paolino”: nella loro condizione secolare e nell’ambito dei loro impegni sociali, i membri dell’Istituto si dedicano «per un’evangelizzazione efficace», alla diffusione del messaggio della salvezza, principalmente secondo l’apostolato e lo spirito della Società San Paolo e delle altre Congregazioni della Famiglia Paolina, allargando così ai settori più diversi l’azione e l’influsso della sua missione specifica (art. 3). Nel capitolo dello Statuto dedicato interamente all’apostolato, poi, si fa esplicita raccomandazione ai membri di avere particolare attenzione circa l’uso dei mezzi tecnici e organizzativi moderni per fini apostolici (art. 27); si ricorda inoltre loro che sono associati per un particolare dono di Dio alla Società San Paolo e che per questo il loro apostolato è vera predicazione (Ibidem). All’articolo 28.3, poi, si rimarca il fatto che i membri nello svolgimento dell’apostolato devono curarsi di tener presente le direttive, lo spirito e i metodi della Famiglia Paolina, il cui fine è salvare le anime e al punto seguente dello stesso articolo si suggerisce loro una serie di iniziative apostoliche da mettere in atto relative all’ambito della comunicazione sociale. Così recita infatti l’articolo 28.4: Nelle parrocchie, per quanto possibile: costituiscano centri di diffusione (=librerie) per buona stampa, dischi, cassette, videocassette, pellicole cinematografiche ed altri mezzi ideati dal progresso tecnico; erigano stazioni radio-televisive a scopo apostolico; segnalino le trasmissioni radio-televisive che procurano un vero vantaggio spirituale e sociale e quelle che vanno evitate; curino, in particolare, la celebrazione della «giornata» annuale dei mezzi di comunicazione sociale.
Dalla lettura dello Statuto, dunque, risulta abbastanza evidente che l’impegno apostolico con i mezzi di comunicazione sociale non è per l’Annunziatina un qualcosa che si aggiunge alla sua consacrazione come parte marginale, secondaria, bensì uno degli elementi caratterizzanti della sua consacrazione. L’apostolato con i mezzi della comunicazione sociale non è un optional nel nostro impegno ecclesiale, al contrario è lo specifico che ci qualifica all’interno della Chiesa e di fronte al mondo, appunto perché lo Spirito ha suscitato l’Istituto proprio per essere al servizio della verità.+Dice don Alberione: “Molte anime aspirano alla volontà di Dio, ma se la fabbricano un po’ secondo la loro e qualcuna se ha un capriccio, crede sia volontà di Dio. La volontà di Dio, per me sono le Regole, le Costituzioni” (per noi Annunziatine lo Statuto). E ancora: “Non disprezzare le norme e regole anche piccole delle costituzioni, non dire: Ma queste sono sciocchezze! Sono passate per varie commissioni... le ha approvate il Papa: possibile che tali personalità abbiano lasciato passare delle sciocchezze? (AA. VV., Chiamate per l’annuncio, p. 228). Di fronte a espressioni così forti come queste del Primo Maestro non possiamo dunque non interrogarci seriamente su se e quanto prendiamo in considerazione quello che lo Statuto ci chiede relativamente all’ambito della comunicazione sociale.
Il Signore vuole da noi il servizio dell’annuncio del suo Vangelo nell’attuale società. L’annuncio della Parola va fatto agli uomini di oggi e con i mezzi di oggi. Dice don Alberione: “Anche nell’apostolato ci vuole il senso di progresso, certamente. Perché? Perché dobbiamo parlare agli uomini di oggi, mica agli uomini del secolo XVI o XVIII! Dobbiamo parlare agli uomini di oggi, non a quelli che sono già passati a destinazione, cioè che sono già arrivati al loro posto nell’eternità; ma aiutare gli uomini di oggi. E se il Signore vi ha affidato apostolati che sono adatti e sono necessari ai tempi d’oggi, amarli, studiare sempre meglio le cose per compierle con maggior perfezione (...). L’Istituto deve riflettere il suo tempo” (MCS, pp. 444-445). L’apostolato delle comunicazioni sociali potrebbe a primo acchito apparire meno gratificante di altri apostolati perché nell’apostolato con i media noi seminiamo solamente, senza un riscontro immediato del bene che facciamo, senza avere la gioia di raccogliere i frutti delle nostre fatiche, talvolta anche i nostri tanto sospirati “grazie”. Questa logica è però una logica pericolosa perché può portarci, senza che ce ne accorgiamo, a sentirci tranquille in coscienza e a mortificare invece nella pratica il carisma che lo Spirito ha affidato al nostro Istituto. Se leggiamo con attenzione il testo Meditazioni per Consacrate secolari – testo-base per noi Annunziatine perché unica raccolta di prediche del Fondatore rivolte direttamente ed esclusivamente a noi – ci rendiamo conto che don Alberione quando tratta dell’apostolato non è restrittivo perché non ne esclude alcuno, anzi, dice addirittura che l’ampiezza degli apostolati possibili è una delle ricchezze del nostro Istituto. Ciò però non significa che egli non raccomandi alle Annunziatine in modo particolare la scelta di apostolati tipici della Famiglia Paolina. Ascoltiamolo: “Gli apostolati sono molti: vi è l’apostolato del buon esempio, della preghiera, della sofferenza, dell’organizzazione cattolica, della parola, per esempio attraverso il catechismo; delle opere, quando si aiutano opere sociali che hanno un fine particolarmente orientato al sollievo del popolo, al sollievo dei bambini, degli orfani, dei vecchi, eccetera (...). Negli Istituti Secolari i membri esercitano il loro apostolato e quindi ci possono essere tanti apostolati quante sono le persone (...). L’apostolato quindi è varissimo e si può compiere nella maniera in cui ci si è preparati. Per una persona sarà un apostolato più semplice, per un’altra sarà diverso” (Idem, pp. 76-78). In occasione degli Esercizi Spirituali tenuti ad Ariccia nel 1962 ad un altro gruppo di Annunziatine egli, però, precisa: “Vi sono persone tra voi che hanno questo dono, che hanno ricevuto un’istruzione più ampia da poter mettere a servizio di Dio e della penna il loro intelletto, il loro impegno, le cognizioni, il talento che il Signore ha loro dato. Spendiamo tutti i talenti; il primo è quello della mente: carità di verità. Insegnare anche catechismo, si capisce, ma anche con la penna (...). Salviamo le anime dal peccato per quanto è possibile” (Idem, p. 340). E ancora, ad un gruppo di Annunziatine in ritiro a Torino nel 1964, così spiega il Primo Maestro:
“Oh, ecco la vostra missione: portare più che si può, quanto più si può, la Parola di Dio, la parola buona, perché tutto l’Istituto è per illuminare. Non con la predicazione soltanto, ma soprattutto con l’apostolato che riguarda i mezzi tecnici, ossia quello che il Concilio Vaticano II ha solennemente sancito, cioè con gli strumenti della comunicazione (...). Adoperare tutto quello che serve perché la parola di Dio arrivi con l’organizzazione nelle famiglie, ai singoli individui” (Idem, p. 452-453). E in diverse altre occasioni più e più volte il Primo Maestro, sempre rivolgendosi alle Annunziatine, ha parole simili: “Alcuni apostolati che si possono esercitare: apostolato del cinema, cioè allontanare le persone dal cinema cattivo, procurare che non si diano scandali pubblici attraverso proiezioni immorali; apostolato della stampa, come scrittori, tecnici, propagandisti; apostolato della radio, apostolato della televisione, apostolato della scuola. Una può costituire le biblioteche parrocchiali e un’altra può fare la catechista (...)” (Idem, p. 87).“Noi, in primo luogo, consigliamo gli apostolati della stampa, del cinema, della radio e della televisione; però tutti gli apostolati sono validi, nessuno è escluso. Ognuna si sceglie il suo, secondo le circostanze di luogo e di tempo, secondo le sue inclinazioni e attitudini. Lavorare per le anime, il Signore vi mette in mano tante anime!” (Idem, p. 185).
Come possiamo vedere le possibilità di apostolato che abbiamo come Istituto sono infinite e sono tutte buone se sapremo scegliere nell’obbedienza ciò che è più urgente e utile (cfr. Statuto p. 33: l’obbedienza è sicuramente la via della pace, del merito, della grazia, delle benedizioni di Dio nell’apostolato. Dio benedice solo quello che è conforme alla sua volontà).
Prendiamo forza da quanto raccomandava don Alberione a tutti i suoi figli circa la loro missione nella Chiesa e proseguiamo dunque “sempre avanti nella gioia”: “Tieni sempre presente la tua missione, come la stella del tuo cammino, ideale della vita, ragione della tua esistenza, oggetto del rendiconto nel giudizio particolare. Vivi per essa, pensa, lavora. Concentra tutte le tue forze nella tua riuscita. Non disperdere altrove intelligenza, tempo, denaro, ingegno, cuore... non lasciarti abbattere da ostacoli, sacrifici, incomprensioni. Nel richiamo della decisione che un giorno hai presa dopo la preghiera, riflessione, consiglio, ritroverai te stesso, ritroverai coraggio e forza a perseverare” (CISP, p. 1094). E la nostra missione non può prescindere dall’impegno anche nell’ambito delle comunicazioni sociali.
Lo “stato apostolico” dell’Istituto
Il nostro Fondatore, piemontese dalla mentalità laboriosa e pratica, invitava spesso i suoi figli a ragionare con i numeri soprattutto quando si trattava di apostolato. Per avere una conoscenza più veritiera di quello che siamo e di quello che dovremmo essere per la società e per la Chiesa del III Millennio, mi sembra particolarmente utile servirci di quanto emerso dal questionario che nel 2005 la Società San Paolo ha chiesto di compilare ai quattro Istituti Aggregati e all’Associazione Cooperatori Paolini.
Da tale indagine si è potuta delineare un’immagine dell’Istituto Maria Santissima Annunziata come di un Istituto centrato sulla preghiera, sulla santificazione dei membri e sulla coerenza di vita, molto impegnato nell’ambito dell’apostolato, poco, però, in quello della comunicazione sociale. La situazione che è emersa è all’incirca la seguente:
-in generale l’apostolato viene svolto dalle Annunziatine a livello individuale; solo il 27% delle Annunziatine lo svolge con altre sorelle e meno del 9% con altri membri della Famiglia Paolina; – la maggior parte delle Annunziatine conosce i Paolini e la loro missione, non è però aggiornata sulle varie iniziative di apostolato e attività di animazione da loro promosse. Solo una percentuale molto bassa di esse inoltre partecipa e collabora attivamente alle iniziative apostoliche della Società San Paolo. Perlopiù i membri dell’Istituto manifestano poca propensione o incertezza di fronte alla possibilità di collaborare con la Società San Paolo, anche nel caso in cui questa si facesse promotrice di nuove realtà apostoliche;
– in generale i membri dell’Istituto come attività di apostolato prediligono l’impegno parrocchiale e liturgico, diverse sorelle poi si dedicano alla diffusione della buona stampa e alla promozione/animazione di incontri di preghiera e adorazione eucaristica;
– di fronte alla domanda: “Senti che personalmente potresti fare di più per l’apostolato?”, molte Annunziatine hanno risposto di SÌ in termini di preghiera e testimonianza, poche in termini di impegno con i mass media;
– in generale nelle varie diocesi i membri dell’Istituto affermano di non rappresentare un punto di riferimento nell’evangelizzazione attraverso gli strumenti della comunicazione e ciò a causa del fatto che in alcune zone si è poche di numero o poco conosciute come realtà ecclesiale;
– di fronte alla domanda: “Ti ritieni preparata per essere un’apostola della comunicazione?”, le risposte variano tra il NO e l’IN PARTE;
– di fronte alla domanda: “Per annunciare agli uomini di oggi con i mezzi di oggi, saresti disposta a imparare l’utilizzo di un nuovo strumento adatto all’evangelizzazione?”, il grosso delle Annunziatine, ad eccezione della componente “giovane” dell’Istituto, risponde di NO e ciò, per anzianità, impre-parazione o problemi familiari. Interrogate su quali strumenti ritengano più utili alla evangelizzazione nel mondo attuale, la maggior parte risponde, in ordine di priorità: librerie, internet, centri multimediali, televisione;
– tutti i membri, indipendentemente dalle fasce d’età, affermano di sentire la necessità di una continua formazione e sensibilizzazione apostolica. (Per eventuali approfondimenti: cfr. Assemblea circoscrizionale, Per raggiungere…, pp. 49-103). Il sintetico resoconto dei risultati del questionario deve necessariamente costituire per ciascuna di noi motivo di analisi e verifica. Dice il nostro Fondatore: “La stampa, il cinematografo, la radio, la televisione costituiscono oggi le più urgenti, le più rapide e le più efficaci opere dell’apostolato cattolico... Nel presente pare che il cuore dell’apostolo non possa desiderare di meglio per donare Dio alle anime e le anime a Dio” (VA, p. 434). Ogni Istituto paolino ha certamente la sua specificità. Ma tutti hanno anche come proprio l’impegno nella comunicazione. Ed io, Annunziatina, in questo ambito cosa sto facendo? Paure e resistenze Nel capitolo introduttivo di una relazione propostaci dall’Istituto qualche anno fa si legge un’interessante nota biografica sul nostro Fondatore: «Quando era direttore e proprietario solo d’un settimanale diocesano di quattro pagine, e per un certo tempo ridotto anche a due per mancanza di carta, con un bilancio tutt’altro che all’attivo, non riuscendo ancora a saldare il debito di quattromila lire con cui aveva iniziato, egli si espresse così: “La Casa si estenderà in Italia, poi in Europa, e nel mondo... i giornali di tutto il mondo, i nostri, si aiuteranno materialmente, moralmente con ogni mezzo”». Ed egli pronunziava queste affermazioni quando i suoi ragazzi erano appena dodici... (cfr. C. Pietrarossa, Don Alberione, un profeta, un carisma, p. 3).
Queste parole ci danno la misura di quanto siano distanti i ragionamenti dei santi dai nostri, e del “nostro Santo” in particolare. Le innovazioni nel campo delle comunicazioni sociali che si susseguono ad un ritmo vertiginoso e che tanto infervoravano di zelo apostolico il nostro Fondatore, in noi, al contrario, certe volte suscitano sentimenti tutt’altro che positivi: paura, senso di inadeguatezza e scoraggiamento, come pure – ammettiamolo – fredda indifferenza o sterile condanna.... Per ognuno di questi sentimenti la figura del nostro Fondatore ha però qualcosa da comunicarci.
Nella sua “famosa” notte carismatica la prima sensazione che egli stesso racconta di aver provato di fronte alla missione che intuiva il Signore volesse affidargli, fu proprio una sensazione di inadeguatezza: “Una particolare luce venne dall’Ostia santa... Si sentì profondamente obbligato a prepararsi a far qualcosa per il Signore e gli uomini del nuovo secolo... Ebbe senso abbastanza chiaro della propria nullità” (AD, 15-16, pp. 9-10). Ma la sua miseria non costituì per don Alberione ostacolo a ciò che il Signore gli chiedeva e ad essa rispose orientando tutto se stesso alla mastodontica missione destinatagli: “Da allora questi pensieri ispirarono le letture, lo studio, la preghiera, tutta la formazione” (AD, 21, p. 11). Per questo sempre incitava i suoi figli a guardare con fiducia, più che a se stessi e alla propria debolezza, a Dio e alla missione e, insieme, diceva loro di fuggire due atteggiamenti apparentemente diversi ma entrambi negativi: l’apatica indifferenza alle opere del male così come la condanna inerme e inattiva di tutto ciò che “sa di mondo”: “Oggi non è lecito stare sulle difensive; occorre passare all’attacco con umile audacia (...)” (CISP, p. 857). Contro i nuovi mezzi del male don Alberione sentiva di non poter rimanere a guardare, ma di dover rispondere opponendo “stampa a stampa, organizzazione a organizzazione” (cfr. AD, 14, p. 9).
L’invito pressante del nostro Fondatore all’impegno nell’apostolato della comunicazione sociale, trova spesso invece in noi – come già accennato – un’eco di paura, nelle Annunziatine più avanti negli anni come nelle più giovani che, teoricamente, dovrebbero invece essere più addentro alla realtà dei media o comunque più aperte alla novità. Il timore di non riuscire, di far brutta figura, di non essere all’altezza, ci impediscono di essere santamente audaci. E la nostra fiducia in Dio? E la nostra fede nella grazia che ci accompagna come Istituto? Non temiamo di scommettere sulle comunicazioni sociali, non temiamo di lavorare negli “avamposti”, noi non possiamo sapere le vie di bene che il Signore vuole utilizzare per giungere ai fratelli.
Si è avvicinata da poco al nostro gruppo di preghiera una ragazza che ci raccontava di come fosse arrivata a porsi interrogativi su Dio e sulla sua esistenza pur essendo prima completamente lontana: dopo aver trovato per caso tra gli oggetti personali del nonno defunto un libro sulle apparizioni di Fatima... Noi non sappiamo che fine può fare un libro, un foglietto, una semplice parola. Non diciamo “Sono troppo giovane, non so parlare” (cfr. Ger 1,6) né “sono anziana ormai, ed è meglio, soprattutto con i giovani, lasciar fare ai giovani”. Si racconta che Charles De Foucault fosse arrivato alla fede perché a lui, che aveva fatto mille esperienze e tanto lavorato come soldato in varie parti del mondo, una nipotina un giorno aveva rivolto inspiegabilmente questa espressione: “E per Gesù nella tua vita cosa hai fatto?”. Dio sa servirsi di tutti, anche dei bambini, e a maggior ragione – oserei affermare – di chi ha la grazia dell’annuncio che gli viene dal carisma (cfr. Statuto, 27: Il loro annuncio è vera predicazione, perché produce la fede).
«Di fronte alle grandi necessità del popolo di Dio e alle sfide che vengono lanciate alle nuove generazioni, non possiamo contentarci del poco o, addirittura, ripararci dietro il paravento della nostra poca capacità operativa. Noi siamo chiamate a non chiuderci nel “poco”; noi dobbiamo pensare al mondo, anche se poi il nostro mondo concreto sarà piccolo e, talvolta, anche meschino» (T. Righettini in SP, 1990, p. 494). Se teniamo in considerazione le nostre «capacità tecniche» non partiremo mai.... Del resto, non a tutte e sempre il Signore chiede di incidere dischi o realizzare “pellicole cinematografiche”, spettacoli teatrali, ecc..., “ognuna fa ciò che può, ma ciascuna può fare qualcosa. Tra lo zero e l’uno c’è l’infinito. Chi può darà dieci” (dalla riflessione di un’Annunziatina contenuta in: Assemblea circoscrizionale, Per raggiungere... , p. 54).
Non ho più dimenticato un’esperienza di comunicazione di cui io, fresca novizia, sono stata testimone e che da allora ho fatto mia. Una sorella che aveva partecipato al corso di esercizi in cui ero entrata, tornate a casa, si tenne in contatto più volte con me spedendomi delle lettere. Ogni volta che le ricevevo notavo che sulla busta venivano riportate espressioni di qualche santo o frasi tratte dalla Parola. Inizialmente non capii il perché la sorella avesse tale abitudine, ma poi tutto mi fu chiaro: quelle frasi non erano per me ma per chiunque prima di me avrebbe preso in mano quella busta (il postino, gli impiegati dell’ufficio postale, ecc...). Quella sorella, con grande amore al Signore, aveva fatto suo, nel piccolo, l’invito di don Alberione a impiegare i mezzi di comunicazione per il Vangelo! Nessuno è così “povero” da non poter attuare piccole iniziative apostoliche di comunicazione. Pensando alle cose grandi e lasciandoci magari schiacciare da esse, finiamo con il dimenticarci di quelle piccole eppure tanto necessarie. Non mortifichiamo lo Spirito, lasciamoLo agire, e vedremo che le occasioni di apostolato e di apostolato delle comunicazioni sociali, non mancheranno. Non è forse alla portata di tutte approfittare ad esempio di un’occasione-regalo per donare un libro o un abbonamento a Famiglia Cristiana? E di semplici iniziative come queste ne possiamo mettere in campo varie senza grandi difficoltà.
Si racconta che una volta il Primo Maestro stesse passeggiando con un altro sacerdote su un marciapiede in attesa della coincidenza che li avrebbe portati da Alba a Torino e che lì ci fosse una réclame di un certo tipo di scarpe. Don Alberione la fissava volentieri e ad ogni giro vi si fermava davanti in contemplazione. Quando gli fu chiesto dall’altro sacerdote se si fosse innamorato delle scarpe reclamizzate, egli così rispose: “Non delle scarpe, ma della réclame! Come mi piacerebbe mettere dappertutto della pubblicità al Vangelo così piena di richiamo!” (cfr. Testimonianze, Don Alberione, umanità..., p. 37). Davvero è solo l’amore al Signore l’unica molla che può, a dispetto delle nostre titubanze, farci tuffare nel dinamismo dell’apostolato paolino senza paura di annegare così da dire con Pietro: “Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque”. E sentirci rispondere: “Vieni!.....” ( Mt 14, 28-29).
Il dono dell’aggregazione
Per concludere la nostra riflessione sul tema dell’Annunziatina e della comunicazione, penso che non sia superfluo fermare la nostra attenzione sul grande dono che don Alberione ci ha fatto pensandoci come “aggregate” alla Pia Società San Paolo. È vero che più e più volte abbiamo riflettuto su questa peculiarità del nostro Istituto, ma è pur vero che essa costituisce il punto di forza della nostra identità e del nostro apostolato, la corazza che può farci affrontare la sfida della comunicazione del messaggio evangelico con la consapevolezza di “avere una marcia in più”.
Così si legge nello Statuto: L’Istituto «Maria SS. Annunziata», formato da laiche, è opera della Società San Paolo e ad essa aggregato (Statuto, 1); associati per un particolare dono di Dio alla Società San Paolo, i membri rammenteranno sempre che il loro apostolato è vera predicazione, cioè un atto salvifico in quanto produce la fede (Statuto, 27). Per comprendere l’ “ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità” (cfr. Ef 3,18) di quanto espresso in questi articoli dello Statuto bisogna che andiamo un po’ più indietro, che arriviamo all’anno 1963, anno in cui i Padri Conciliari approvavano il decreto Inter Mirifica riguardante gli strumenti della comunicazione sociale. Con questo atto, infatti, la Chiesa sanciva indirettamente, con la sua autorità divina, anche quanto don Alberione tanti anni prima aveva intuito sotto l’azione dello Spirito Santo. Dice lui stesso a riguardo: “In moltissimi documenti della Chiesa si era parlato del nostro apostolato, sia occasionalmente che espressamente. Il Concilio Vaticano II ne ha trattato per esteso, parlando, discutendo e approvando i mezzi di comunicazione sociale. Il nostro apostolato è stato perciò approvato, lodato e stabilito come dovere per tutta la Chiesa, secondo le diverse condizioni. L’attività paolina è dichiarata apostolato accanto alla predicazione, circondata d’alta stima dinanzi alla Chiesa e al mondo (...)” (cfr. CISP, p. 342.323).
E per capire bene la portata del riconoscimento da parte della Chiesa dell’apostolato paolino come predicazione bisogna capire a fondo che si intende per “predicazione”. Dice San Paolo: “Come invocheranno uno nel quale non hanno creduto? E come crederanno in uno che non hanno udito? E come udranno senza predicatore? E come predicheranno se non sono mandati?... Ora la fede dipende dalla predicazione e la predicazione a sua volta si realizza per mezzo della parola di Cristo” (Rm 10,14-17). La predicazione dunque non è altro che una forma di comunicazione per mezzo della quale le anime, grazie alla mediazione della parola umana, si incontrano con Dio. In altre parole Dio e Cristo parlano alle anime in, con e dietro la parola degli apostoli di tutti i tempi, i quali, quando parlano, hanno la capacità “per grazia” di produrre la fede in chi li ascolta (cfr. DC, pp. 81-83). Per una volontà delicata e del tutto gratuita di Dio, cioè, il farLo conoscere o il nasconderLo agli occhi delle genti, dipende esclusivamente dall’uomo.... il quale, se si fida di Lui, lo vedrà meravigliosamente “nascere” nel cuore delle persone in seguito al suo annuncio e alle sue parole.
Ora, dire che l’apostolato paolino ha il valore della predicazione, significa dire che quando un paolino scrive libri, stampa riviste, incide dischi, produce film o semplicemente diffonde la buona stampa, il suo apostolato assume i caratteri della predicazione e dunque è capace di produrre la fede in chi legge, ascolta, ecc... E se ciò è vero per i paolini è vero anche per noi Annunziatine che alla Società San Paolo risultiamo aggregate. La forza della nostra azione apostolica scaturisce dall’associazione allo zelo sacerdotale. In proposito il Fondatore è molto chiaro e dissipa eventuali remore, se ancora dovessero essercene: “Voi siete chiamate a cooperare al Sacerdozio facendo un solo apostolato con essi. Voi partecipate dello stesso loro ministero (...). L’anima del vostro apostolato deve essere il sacerdozio che, per voi è rappresentato dalla Società San Paolo. Bisogna che questo ci unisca a Gesù Cristo Ostia: la vostra vita deve essere offerta con Cristo. Sarete consofferenti, compredicanti, concatechizzanti. Questa partecipazione al Sacerdozio di Cristo, attraverso la Pia Società S. Paolo è nell’essenza della vostra istituzione: “Chiamate in aiuto alla Chiesa” (G. Alberione, Haec Meditare, III, pp. 140-142 in M. A. Giudice, L’Evangelizzazione in Giovanni Paolo II e in don Alberione, p. 34).
Ricordiamoci dunque del grande dono dell’aggregazione, della forza apostolica che è ad esso intrinsecamente legata, teniamolo a mente quando ci viene proposto di avviare o sostenere attività apostoliche nell’ambito della comunicazione o anche semplicemente quando siamo chiamate ad aprire la bocca per parlare di Dio ovvero per proclamare la Sua Parola dall’ambone, ecc.... Diceva la Prima Maestra, ven. Tecla Merlo: “Il Signore non ti dà ciò che chiedi ma ciò che credi”. E nella potenza del nostro annuncio, come anche del nostro apostolato nell’ambito della comunicazione, abbiamo urgente bisogno di credere fermamente. (Per un maggiore approfondimento del tema dell’aggregazione: cfr. T. Righettini, Istituti Aggregati, pp. 61-72; Baione E., L’Annunziatina consacrata paolina nel nuovo millennio, pp. 30-32; AA.VV., Chiamate per l’Annuncio, pp. 159-160).
CAPITOLO III LA RADICE DELL’APOSTOLATO
Una vita è apostolica solo se è santa È interessante soffermare ancora l’attenzione, prima di concludere la nostra riflessione, su uno dei primi passaggi del capitolo dello Statuto dedicato all’apostolato in cui si dice che l’apostolato si dovrà compiere: usando tutti i mezzi efficaci, in primo luogo: la preghiera, il sacrificio, il buon esempio (Statuto, 28). Lo Statuto cioè, prima di presentare la vasta gamma di possibilità apostoliche offerte alle Annunziatine, ci ricorda che, per la salvezza delle Anime, c’è bisogno innanzitutto dell’impegno della preghiera, del sacrificio e del buon esempio. Don Alberione, predicando ai suoi figli, li ammonisce più volte e in diverse occasioni sul pericolo, insito nella vita religiosa, di trascurare la preghiera a danno dell’apostolato e per far comprendere quanto erroneo sia tale costume arriva addirittura a usare espressioni forti come “maledetto quell’apostolato fatto a scapito della preghiera!” (cfr. Pensieri, p. 98). Con un gruppo di Annunziatine, durante una meditazione sul tema della preghiera, così si esprime: “Alle volte si lavora molto e si ottiene uno scarso frutto. Cosa c’è? C’è tanta azione, magari a detrimento dell’orazione. Attenti a questo punto! L’anima di ogni apostolato è la preghiera, (...) la vita interiore, la vita di orazione” (MCS, p. 306). “Pregare, questa è la prima carità. Poi c’è l’azione” (Idem, p. 503). E in un’altra circostanza, meditando sulla figura di San Paolo, così afferma: “Perché San Paolo è così grande? Perché compì opere meravigliose? Il perché va cercato nella sua vita interiore. È qui il segreto. I palloni pieni d’aria, gonfi, svaniscono, si svuotano, ma quando vi è la vera dottrina, la vera vita interiore, si diventa germe...” (Pensieri, p. 49). Racconta una Figlia di San Paolo che una volta, essendo tornata in Italia dal Brasile per occuparsi delle Novizie, andò a trovare il Primo Maestro in Via Alessandro Severo. Questi le chiese: “Quante Novizie avete quest’anno?”. Ella rispose: “Venti, Primo Maestro”. E lui: “Se tu avessi fede, ne avresti duecento” (Testimonianze, Don Alberione, umanità..., p. 112). Don Alberione dunque non dice “se avessi una vita apostolica più attiva... se lavorassi instancabilmente per far conoscere la tua vocazione”, ecc..., ma dice “se avessi più fede” cioè “se pregassi di più.... se fossi più santa...”. In un’altra occasione ancora, sempre il Primo Maestro, rivolgendosi alle Annunziatine, così le invita a considerare: “Lo spirito materno con la consacrazione viene elevato. Se si lascia una famiglia, è per avere una famiglia più grande di anime. È questo l’apostolato della donna, essere madre di anime” (MCS, p. 336); “voi siete come le mamme spirituali di tante anime. Le mamme devono mangiare per due quando hanno il bambino da allattare: mangiare per sé e mangiare per avere il latte sufficiente per la vita del bambino. Se volete fare l’apostolato, oltre che pregare nel modo comune e con la quantità comune di preghiera, aggiungerne un po’ di più per dare il latte della fede, il latte dello spirito, alle anime (...)” (Idem, p. 306).
E sulla stessa linea di don Alberione così si esprimeva anche il nostro carissimo Santo Padre Giovanni Paolo II: “I grandi evangelizzatori sono stati eminentemente anime di preghiera, anime interiori: essi hanno sempre saputo trovare il tempo per una prolungata contemplazione” (G. Paolo II, All’Assemblea internazionale delle Superiore Generali, 13/05/1983 in M. A. Giudice, L’Evangelizzazione in Giovanni Paolo II e in don Alberione, p. 28).
In effetti, anche se l’ordine espositivo del presente lavoro ci porta a riflettere in primo luogo sull’apostolato delle attività e delle iniziative, è logico che il primato indiscusso è da riservarsi sempre e solo all’apostolato della vita interiore e della santificazione personale. E il nostro Statuto in questo è come sempre illuminante: l’apostolato è il fiore di una vera carità verso Dio e verso le anime; è frutto di vita intensa, interiore (Statuto, p. 37); l’apostolato dovrà essere sempre unito alla propria santità personale in quanto chi santifica se stesso contribuisce alla santificazione di tutta la Chiesa (Statuto, 27).
Il nostro Fondatore insiste molto sulla necessità che ad usare i mezzi dell’apostolato ci sia un gruppo di santi. Ascoltiamolo: “L’essere santi è come mettere una buona stufa in una camera. Supponiamo che sia molto freddo e che la stufa sia magari nascosta in un angolo; ma dopo un po’ tutto l’ambiente è caldo. Così è la santità, si diffonde” (MCS, p. 136). “Il Signore ci ha chiamati all’apostolato dei mezzi della comunicazione sociale affinché compiamo questa missione non solo con dedizione, ma con avvedutezza e prudenza. L’apostolato nostro richiede la scienza (...). Il Signore, però, soprattutto ci chiede che ad usare questi mezzi ci sia un gruppo di santi e che non si facciano peccati. Accanto alla potenza di questi mezzi (...) c’è la potenza di Dio” (CISP, p. 343). E ancora: “Vi sia la persuasione che in questi apostolati si richiede maggior spirito di sacrificio e pietà più profonda. Tentativi a vuoto, sacrifici di sonno e di orari, denaro che mai basta, incomprensioni di tanti, pericoli spirituali di ogni genere, perspicacia nella scelta dei mezzi.... Salvare ma prima salvarci! Occorrono dei santi che ci precedano in queste vie non ancora battute ed in parte neppure indicate. Non è affare da dilettanti, ma di veri apostoli (CISP, p. 807). “Quella persona che è sempre retta, che parla sempre bene, che compie il suo dovere con coscienza, di quanto buon esempio è! Magari, qualche volta, per leggerezza gli altri la derideranno anche; ma in cuore, in fondo in fondo, sentono che è una persona migliore di loro, una persona retta e ne hanno una impressione buona. Presto o tardi quella buona impressione produrrà forse un atto di pentimento, forse un nuovo orientamento della vita” (MCS, p. 17).
Il Primo Maestro aveva così forte il senso di responsabilità della missione affidatagli dal Signore che non faceva altro che ammonire i suoi giovani anche sulla necessità di tutto operare solo ed esclusivamente in vista della santificazione delle anime. E se si rendeva conto ad esempio che una produzione non portava al bene, alla santità, era pronto a mandare tutto a rotoli: “Noi siamo nati per correggere qualche cosa del mondo, non per seguire il mondo” (Pensieri, p. 124). “Moltissime volte non conta il numero dei lettori, ma il frutto che essi ne ricavano, fossero anche solo cinque o uno solo. Se hai guadagnato un’anima, salvi te stesso! Ma se le copie fossero anche 5.000 o 50.000 o 500.000 o un milione, o più, e non portassero alla vita eterna, distruggete pure anche le case, perché non servono ad altro che ad illudere. Bisogna che si senta lo spirito. Dobbiamo dare il soprannaturale (Pensieri, p. 128).
E per far questo dunque, per santificare, la raccomandazione di padre che il Primo Maestro rivolge a tutti i suoi figli, oggi come allora, è: santificatevi!
Il patto o segreto di riuscita
Mi sembra particolarmente opportuno concludere il presente lavoro riflettendo su un aspetto della nostra spiritualità che il Primo Maestro ritenne sempre fondamentale per il benessere spirituale della sua Famiglia e su cui noi non possiamo non puntare, se vogliamo imparare a scommettere o riscommettere sull’apostolato della comunicazione: la fiducia nel patto o segreto di riuscita.
Nell’introduzione al testo Segreto di riuscita, editato dall’Archivio Generale della Famiglia Paolina, si legge che “dal 1919 e forse prima, fino al 1963 e forse dopo, il «segreto» o «patto» è stata la preghiera per eccellenza per i membri della Famiglia Paolina per chiedere al Signore la riuscita nell’altissima missione (...)” (Segreto di riuscita, p. 7).
Don Alberione amava raccomandare ai suoi figli: “La preghiera o Patto si deve recitare ogni giorno almeno nella Visita e poi quando si deve iniziare qualche opera, qualche casa, o prendere qualche nuova attività. Ma... qui non possiamo, lì non sappiamo... Ma con Gesù ci sono difficoltà? Ricordiamo a Gesù il Patto, allora! Non cominciare a dubitare di Dio, ma dubitare di noi, sì, quella è umiltà! Ma che ci sia anche la fede. Fare solo il proposito dell’umiltà è uno sbaglio, e fare il proposito sulla fede è uno sbaglio: bisogna che facciamo due propositi assieme: Da me nulla posso, con Dio posso tutto (...). C’è la grazia preparata, perché il Signore quando ti ha dato la vocazione e quando ti manda per obbedienza in un ufficio, ecc... ti dà la grazia!” (Segreto di riuscita, p. 29).
In un’annotazione personale del Beato Timoteo così si legge: “Quando il nostro Padre (=don Alberione) parla della fiducia nella Divina Provvidenza non trova più il termine della predica (non smette più!), lo dice egli stesso, le parole gli escono infiammate...” (G. T. Giaccardo, Diario, p. 203). E quando don Alberione comincia a proporre la prima scommessa ai suoi ragazzi, quella dello studiare per uno e del rendere per quattro, con fiducia illimitata in Dio arriva ad ammonirli con queste parole molto dure: “Uno vale quattro. Chi non è disposto a far così, chi non ha questa fede, vada a studiare altrove, dove potrà studiare quattro ore per imparare per quattro (...). Chi ha tanta fiducia di credere che farà quattro con uno faccia il patto, se no, non lo faccia, ma allora neppure studi in casa” (G. T. Giaccardo, Diario, pp. 202-203).
In occasione della festa della conversione di San Paolo del 26 gennaio 1919, così come la fidata penna del Beato Timoteo Giaccardo riporta nel suo Diario, don Alberione allarga poi il discorso sulla riuscita oltre che allo studio anche a tutti gli altri ambiti del paolino. Arriva perciò ad affermare che se i paolini avranno una fede tale da contare più su Dio che su se stessi vedranno meravigliosamente crescere in poco tempo il loro grado di santità e questo perché il Signore è pronto a moltiplicare tutto di loro, farli “in ogni sforzo guadagnare dieci, e in un giorno progredire come dieci, e in dieci anni far[li] santi come in cento” (Per una lettura integrale del discorso sul patto o segreto di riuscita di don Alberione ai suoi ragazzi, vedi Appendice a p. 16).
Con la fiducia nel cuore del nostro Fondatore non ci resta dunque che concludere con lui: Maestro buono, per la intercessione della nostra Madre Maria, trattaci con la misericordia usata con l’apostolo Paolo: sicché fedeli nell’imitare questo nostro padre in terra, possiamo essergli compagni nella gloria in cielo (A Gesù Maestro – Segreto di riuscita, in Le preghiere della Famiglia Paolina, p. 190). Amen!
APPENDICE
“Il caro Padre ci tenne la meditazione e ci ha detto con la solita parola piena di ardore e di ispirazione come sempre quando tratta questi argomenti: Nella via della santità si può progredire per uno, per cinque, o anche per dieci, come nelle biciclette con un giro di gamba si può correre un metro o fino a dieci metri. Vi ho insegnato come si moltiplica il tempo dello studio; ora dovete imparare a moltiplicare il corso sulla via della santità. Voi dovete avere una “moltiplica” facendo uno sforzo; dovete guadagnare per dieci facendo un esame di coscienza; guardare il frutto, progredire nella santità come in dieci esami, in una Comunione come in dieci Comunioni. Ma statemi bene attenti, aprite bene le orecchie e non dormite col cuore: siate svegli. In ogni sforzo dovete progredire per dieci. E perché questo? Perché il Signore vi chiama ad una santità altissima, a cui non potete giungere con le sole vostre forze e con le grazie ordinarie (...) Voi dovete sorpassare i sacerdoti e i frati che vivono nei conventi. Ma il Teologo è matto! Non sono matto: quando parla don Alberione può essere matto, ma quando parla vostro Padre quale sono adesso, vi dico che non sono matto. Dovete essere più santi dei preti e dei religiosi (...) perché Dio ha collocato in voi un tesoro senza prezzo, un tesoro che gli angeli vi invidiano: la vocazione alla buona stampa. Voi siete ai piedi di una grande montagna, salitevi... mirate il vostro orizzonte: è tutto il mondo. Quando una palla è ben liscia e rotonda, poggia su un marmo ben levigato, tocca per un punto solo e tutte le parti della palla pesano su quel punto. Sulla vostra coscienza pesano un milione, tre milioni, dieci milioni di anime... ecco perché dovete essere molto santi e molto più santi dei sacerdoti ordinari. Si tratta di salvare molte anime, di salvarne dieci milioni o di salvarne un milione solo. Ma il Teologo è matto a parlarci stasera di dieci milioni. Ed io vi dico che un buon giornalista ne salva di più. Alzate gli occhi, mirate in alto un grande albero di cui non si vede la cima: questa è la nostra Casa che è davvero un alberone, voi non siete che alle radici. La Casa attuale non è che la radice di questo grandissimo albero. Oh, se voi capiste mai il tesoro che è in voi, dove il Signore vi chiama, voi sareste tutti pieni di vita, non mi lascereste più stare, cioè non lascereste più stare il Signore, Gli sareste sempre attorno a dirgli: “Ma io ho ancora bisogno di questo, ma io ho ancora bisogno di quello, ma fammi ancora questa grazia...”. Ma voi direte, dove vuole portarci stasera il Teologo? Voglio portarvi sul monte della perfezione. Capite quanto dovete essere santi? (...) Voi dovete avere lo spirito di San Paolo.
Io vi dico: siate santi come è santo Iddio. Bisogna essere così. Ecco perché dovete in ogni sforzo guadagnare dieci, e in un giorno progredire come dieci, e in dieci anni farvi santi come in cento. Ma come si fa? Dove sta questa moltiplica? Noi siamo carichi di difetti e di miserie. Bisogna che ci umiliamo, che ci riconosciamo pieni di miserie. Se noi vedessimo una sola volta la nostra anima, sveniremmo. La beata Margherita Alacoque, che era già una serafina e aveva già ricevuto tante apparizioni del Sacro Cuore, una volta che Dio le fece vedere la sua anima, svenne! Che ci umiliamo, perché da noi non possiamo progredire. Poi ci vuole una volontà buona, energica, risoluta, generosa di farsi santi e gran santi. Santi come ci vuole Iddio, come vi ho detto: una volontà a tutta prova, risoluta di compiere ogni sforzo e ogni sacrificio. Questo è il primo mezzo. Il secondo, che non confidiamo in noi, nelle nostre forze, ma poniamo tutta la fiducia in Dio, e preghiamo. Bisogna credere che Dio può liberarci dai nostri difetti, credere che Dio ci vuole molto santi, santi come vi ho detto, credere alle mie parole, che Dio vuol farvi questa grazia; che ogni vostro sforzo produca il frutto di dieci; in ogni atto di pietà Dio vi conceda tante grazie come in dieci. Questo è vero, Dio lo vuole, credete. Chi crede correrà sulla via della santità, sul monte della perfezione. Chi [si] fida solo dei suoi sforzi, camminerà lento, stentato, farà un passo e inciamperà, otterrà una vittoria, poi cadrà, si rialzerà e cadrà e andrà innanzi a gran fatica. Bisogna contare più su Dio, contare per la salute, contare su Dio per il lavoro, di imparare presto e bene, e imparare solo per la gloria di Dio, contare per lo studio, di imparare presto e il quadruplo, contare specialmente per la pietà.
La fede di qualcuno si estende solo fino a credere che Dio non ci lascerà mancare il pane, ma queste sono gofferie, il Signore non è contento e ci rimprovera: numquid regnum Dei esca et potus? (= forse che il regno di Dio è cibo e bevanda?). Bisogna che noi abbiamo più fede per la nostra santificazione. Da questa fede siamo ancora lontani. Nessuno di voi ha già la vera fede che ci vuole (...) la fede che trasporta le montagne. Dio ha posto in noi un infinito, vi chiama ad un’altissima santità, ma vuole fare Lui, lavorare con le Sue braccia, perché la nostra Casa vive di Provvidenza. Il torto più grave che Dio riceve dalla nostra Casa è la mancanza di fiducia in Lui, mentre Egli dimostra che è tutto Lui che fa, mentre noi siamo goffi, stupidi a non fidarci di Lui. Come fare? Gesù ha detto a Marta: «Ego sum resurrectio et vita, qui credit in me, etiam si mortuus fuerit, vivet et omnis qui credit in me non morietur in aeternum»(= Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno). E poi ha risuscitato Lazzaro morto da quattro giorni e puzzolente. Gesù è risurrezione che ci risuscita dalla tomba dei nostri difetti: vita che ci mantiene sulla via del progresso spirituale. Egli ha detto: «Amen, amen dico vobis, quodcumque petieritis Patri meo in meo nomine, dabit vobis» (= In verità, in verità vi dico che qualunque cosa chiederete al Padre in nome mio, ve la darà). Gesù ha giurato due volte (e i giuramenti di Dio non sono quelli di un monello che dice: io giuro) che il Padre suo ci darà qualunque cosa che noi chiediamo per i suoi meriti: or Dio ci vuol dare la santità e vuole che noi gliela chiediamo. Bisogna che noi andiamo davanti al Tabernacolo, davanti a Gesù: ricordare a lui le sue parole, i suoi giuramenti, prenderlo in parola Gesù, dirgli che non manchi ai suoi giuramenti, che ci conceda, che ci dia, pregare e pregare. Oh! Allora la santità ci sarà facile e in breve tempo Dio ci farà giungere ad altissima perfezione, come ha fatto con molti santi; fate quindi animo, coraggio, grande è la santità cui Dio vi chiama, ma col suo aiuto vi perverrete in breve tempo. Dite: io ho molti difetti; ho ancora questo e quel vizio; che importa? Io pregherò bene Gesù e Gesù me ne libererà. A me mancano queste e quelle virtù; che importa? Io pregherò bene e Gesù me le darà. Chi abbraccia questa fede, di qui ad un anno si troverà totalmente cambiato. Voi stupirete: come io ho potuto vincere quel difetto, acquistare quella virtù? Sì, ma non ego tantum, sed gratia Dei mecum (= non io soltanto, ma la grazia di Dio con me). Coraggio, quindi, mirate dove Dio vi chiama. Buona volontà, niente fede in noi, ma fede totale in Dio e preghiera. Chi fa così di qui a un anno si vedrà cambiato. Gesù ha cambiato S. Paolo in un momento, questa deve essere la nostra conversione in questa festa. La misura del nostro profitto noi l’avremo nell’esame particolare, se lo facciamo bene e con fedeltà (G. T. Giaccardo, Diario, pp. 205-209).
ABBREVIAZIONI
AE G. Alberione, L’Apostolato dell’Edizione, San Paolo, Roma 2000
ATP G. Alberione, Appunti di teologia pastorale, San Paolo, Roma 1960
CISP G. Alberione, Carissimi in San Paolo, Paoline, Roma 1971
DC Documenti Capitolari, Capitolo Generale Speciale, Paoline, Roma 1971
MCS G. Alberione, Meditazioni per Consacrate Secolari, Paoline, Roma 1976
UPS G. Alberione, Ut Perfectus Sit Homo Dei, San Paolo, Cinisello Balsamo 1998
VA G. Alberione, Vademecum, Paoline, Cinisello Balsamo 1992
BIBLIOGRAFIA
AA. VV., Chiamate per l’annuncio
Alberione G., Con il cuore di Paolo, Paoline, Milano 2003
Alberione G., La mano di Dio sopra di me, Paoline, Albano 1981
Alberione G., Pensieri, Paoline, Cinisello Balsamo 1987
Alberione G., Segreto di riuscita, Edizioni Archivio Storico Generale Famiglia Paolina, Roma 1985
Assemblea circoscrizionale, Per raggiungere una mentalità di comunione come Famiglia Paolina, San Paolo– Provincia Italia 2006
Equipe Carisma, Sequela di Cristo Maestro nell’intuizione del Fondatore, FSP, Roma 1980
Giaccardo G. T., Diario, San Paolo, Cinisello Balsamo 2004
Righettini T., Istituti Aggregati, IMSA
Testimonianze, Don Alberione, umanità e fascino, San Paolo, Alba 2006
INDICE
PREMESSA.........................................................................................................................p. 1
CAPITOLO I
L’URGENZA DELL’APOSTOLATO
Vita cristiana e vita consacrata..................................................................................p. 2
L’apostolato dell’Annunziatina.................................................................................p. 3
Il “mai abbastanza” di don Alberione.......................................................................p. 4
CAPITOLO II
L’APOSTOLATO DELLA COMUNICAZIONE SOCIALE
Uno sguardo allo Statuto...........................................................................................p. 6
Lo “stato apostolico” dell’Istituto.............................................................................p. 8
Paure e resistenze...................................................................................................... p. 9
Il dono dell’aggregazione..........................................................................................p. 11
CAPITOLO III
LA RADICE DELL’APOSTOLATO
Una vita è apostolica solo se è santa......................................................................... p. 13
Il patto o segreto di riuscita.......................................................................................p. 14
APPENDICE........................................................................................................................p. 16
ABBREVIAZIONI E BIBLIOGRAFIA..............................................................................p. 18
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