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IL TEMPO E L’ETERNITÀ

copertina febb.2012

Carissime... il mese di febbraio di quest’anno è più lungo con i suoi 29 giorni invece dei soliti 28: siamo infatti nell’anno bisestile. Il mese inizia con la Festa della Presentazione del Signore (giorno 2), in cui si ricorda la 16a Giornata Mondiale della Vita Consacrata. Questa celebrazione ci aiuta a fare memoria della nostra consacrazione a Dio ed è un tempo opportuno per ravvivare il nostro amore per il Signore e riconsegnargli, in modo sempre più pieno, la nostra vita. Il giorno 11 si ricorda la Beata Vergine Maria di Lourdes e si celebra la 20a Giornata Mondiale del Malato. Ci uniamo con il cuore e con la preghiera a tutte le persone sofferenti nel corpo e nello spirito, soprattutto alle nostre sorelle ammalate che tanto soffrono e, volentieri, offrono le loro sofferenze per le vocazioni, per l’Istituto, per la Famiglia Paolina, per la Chiesa e il mondo intero.
Il giorno 14 si celebra la festa dei Ss. Cirillo monaco e Metodio vescovo, patroni d’Europa. A loro affidiamo soprattutto le problematiche economiche che stanno affliggendo in questo tempo l’Europa. Possa questa ricorrenza essere un momento di riflessione e crescita per tutti, di presa di coscienza dei nostri stili di vita perché siano più improntati a giustizia, onestà, solidarietà e amore. In questo mese di febbraio ha inizio, inoltre, la Quaresima, con la liturgia delle Ceneri (22). Entriamo nella ‘stagione penitenziale’, tempo di purificazione più intensa, che la Chiesa Madre ci propone per eliminare vizi e peccati, per incamminarci verso il bene e accogliere più pienamente la vita nuova del Risorto. Ricordiamo, ancora, che questo è il mese dei weekend di Formazione delle Novizie (3-5) e delle Professe temporanee (10-12), che si terranno a Casa Annunziatine. Quest’anno, poi, nei giorni 18 e 19 febbraio, per la prima volta si terrà un incontro con tutte le sorelle incaricate della formazione delle giovani dell’Istituto. Ci affidiamo alle vostre preghiere, care sorelle, perché questi tre momenti importanti siano particolarmente benedetti dalla Vergine Annunziata e portino frutti secondo la volontà del Signore. Il tema di questo mese, prendendo spunto anche dal febbraio di quest’anno che ci regala un giorno in più, è il “Tempo”.

Tempo

Nelle culture arcaiche si trova prevalentemente una concezione ciclica del tempo.

Le stagioni si susseguono l’una all’altra, sempre nello stesso ordine. Il sole sorge e tramonta, il giorno segue alla notte e la notte al giorno. Il tempo non conduce da nessuna parte, non c’è una meta, una fine. La Bibbia invece presenta il tempo come cornice di un succedersi storico, lineare, degli eventi. La storia ha un inizio e una fine. I profeti, nell’Antico Testamento, cercano di immunizzare il popolo di Israele contro i concetti ciclici del tempo delle civiltà che li circondano, ripetendo che il corso del tempo ha una meta misteriosa e che essi sono in cammino verso qualcosa di grande: “Ecco infatti io creo nuovi cieli e nuova terra” (Is 65,17s). Quando alla fine, attraverso Gesù, Dio entra nella storia, viene accelerato il corso della storia ed Egli viene a fare nuove tutte le cose (Ap 21,5). Il fatto che la Bibbia preferisca la concezione lineare del tempo non significa che quella ciclica venga completamente respinta. Al contrario, viene accolta e integrata nella prospettiva lineare. Nella liturgia della Chiesa, l’elemento ciclico assume un posto importante: le feste ritornano, le ore canoniche sono suddivise secondo uno schema che ritorna costantemente. Invece di tempo lineare, forse dovremmo parlare piuttosto di tempo a spirale. La spirale è una sintesi dell’elemento ciclico e di quello lineare. Tutto ritorna eppure tutto è nuovo, perché avviene a un livello sempre più alto. Le stesse cose vengono riprese regolarmente, portando però a profondità sempre nuove (W. Stinissen).

Fretta

Oggi il nostro modo di vivere il tempo è segnato essenzialmente dall’accelerazione e dalla velocizzazione, dall’atomizzazione e dalla frammentazione con conseguenze negative a molteplici livelli. Scrive A. Y. Gourevitch: “Divenuto padrone del tempo, avendo cioè imparato a misurarlo e a dosarlo con grandissima precisione, a economizzarlo e a dispensarlo, l’uomo si è trovato allo stesso tempo reso schiavo da esso”. “Non ho tempo”: questo leit-motiv del nostro quotidiano discorrere è l’indizio di un malessere profondo che concerne il rapporto con il tempo. Un malessere che riguarda veramente tutti e che indica la necessità di un’umanizzazione del tempo, affinché sia reso vivibile (E. Bianchi). Quando l’evangelista Luca scrive che “Gesù cresceva in sapienza ed età” (Lc 2,52), dice con questo che Gesù rispettava il tempo. Non aveva fretta. Seppe aspettare finché i “tempi” furono maturi. Ciò risulta anche, in maniera più che chiara, dalla sua lunga vita nascosta a Nazaret. Noi invece – riflette W. Stinissen – tendiamo a negare il tempo. Cerchiamo di saltare il tempo, di prendere decisioni che non sono ancora mature, di eseguire incarichi che non abbiamo ancora ricevuto. Non è stato proprio questo il peccato nel Paradiso terrestre, il fatto che l’essere umano non ha saputo aspettare che il frutto gli venisse dato? Leggiamo che al vincitore verrà dato da mangiare dell’albero della vita (Ap 2,7). Ma l’uomo non sa aspettare tanto a lungo. Si getta sul frutto e mangia dell’albero sbagliato al momento sbagliato. Ogni peccato, in fondo, è un rifiuto del tempo. Ogni bene viene da Dio, ma Egli non dà tutto in una volta. Il peccato è voler avere qualcosa che Dio non vuole ancora dare, afferrare subito qualcosa che Egli vuole donare solo a poco a poco. L’essere umano rifiuta la lenta maturazione che fa parte del tempo. Perciò comprendiamo come mai il Nuovo Testamento insista tanto nel parlare di pazienza. Ciò che conta è attendere, vegliare, essere pronti (cfr. Mt 24,43s). Non si può andare alla festa di nozze quando si vuole, ma soltanto quando arriva lo sposo (cfr. Mt 25,1-13).

Risposta

Dio ci dona il suo amore e poi attende una risposta in tutta libertà. Aspetta il nostro “sì”. Il tempo è la lunghezza di questa attesa. “Vuoi tu?”, ci chiede Dio e ci dà “tempo” perché il “sì” maturi. Il tempo è un segno della pazienza divina, anzi è la sua pazienza incarnata. “Ecco, sto alla porta e busso” (Ap 3,20). Il fatto che sia alla porta e aspetti è proprio ciò che costituisce il tempo. La maggior parte delle persone non risponde subito, quando sente Dio bussare. Dio però non lascia perdere. Aspetta, e aspettando crea il tempo. Dandoci tempo ci mostra quanto valore dia alla nostra risposta. Una persona completamente sorda all’appello di Dio, che non si interessa affatto a ciò che Dio vuole offrire, sottrae al tempo il suo significato, rendendolo un tempo assurdo. Ma ciò non le riesce in tutto e per tutto, perché Dio non riesce a smettere di continuare a sperare e aspettare. “Cercate, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6,33). Da queste parole si ricava una chiara concezione cristiana della gestione del tempo: le nostre azioni dovrebbero riguardare in primo luogo il raggiungimento del regno di Dio, il risultato materiale seguirà automaticamente. Si vive il tempo cristiano se si vede e si esegue il proprio lavoro come un incarico di Dio. Esteriormente ci si dedica a varie cose, che richiedono tutte “tempo”. Su un piano più profondo, però, tale molteplicità diventa una cosa sola, perché tutte queste cose sono elementi del compito divino. E se qualcuno chiede: “Che cosa fai?”, la risposta dovrebbe essere: “Dico di sì a Dio”.
Lo stress è un segnale quasi infallibile che non viviamo allo stesso ritmo del tempo di Dio. Non appena siamo stressati, perdiamo il contatto con la dimensione profonda dell’eternità. Lo stress ci trascina in superficie, fa sì che Dio non sia più presente, che non vediamo più tutta la realtà.Quando Dio dà un compito, crea anche il tempo per eseguirlo. Se non c’è tempo, non è un compito che viene da lui, bensì un lavoro che ci siamo assunti arbitrariamente, un lavoro che non rientra nel suo progetto per la nostra vita. Non di rado, è la nostra ambizione e non la passione per la gloria di Dio e per il suo regno a spingerci al lavoro. Sarebbe saggio porsi spesso la domanda: “In realtà, perché voglio farlo?” e poi rispondere con la maggiore sincerità possibile. Secondo San Paolo, la creazione è stata sottomessa alla caducità (Rm 8,20) e lo stesso vale dunque per il tempo. È nostro compito liberarlo dalla schiavitù della corruzione (Rm 8,21), trasformare il tempo del peccato in un tempo santo. Ogni volta che ci rifiutiamo di mettere il tempo al servizio dell’egoismo e lavoriamo invece per l’amore, contribuiamo alla liberazione del tempo e lo trasformiamo in vita eterna, che non passa (W. Stinissen).

Passato e futuro

Il passato, per il cristiano, non è visto come forza distruttiva, bensì come fonte di lode e rendimento di grazie. Spesso si vive il passato come tempo degli errori irrevocabili e irreparabili. Le scelte del passato hanno limitato e forse distrutto le mie possibilità. Il mio presente viene plasmato in maniera inquietante da ciò che è stato. Si ha la sensazione di non essere liberi, di vivere sotto la tirannia del passato. Per il cristiano non è così. Ogni cosa negativa del mio passato è perdonata e nel perdono il passivo è stato trasformato in attivo. Ora posso “ringraziare” per i miei errori e i miei peccati. Attraverso di essi e in essi diventa viva per me la misericordia di Dio. Selezionare gli avvenimenti del passato, distinguendo tra quelli positivi e quelli negativi, non ha più senso. Tutto diventa positivo, tutto diventa grazia. Quando si guarda la propria vita con occhi cristiani tutto viene illuminato e trasfigurato. Restano solo la misericordia di Dio e la nostra gratitudine: “Celebrate il Signore perché è buono” (Sal 105,1). Un cristiano, del resto, vive più in Cristo che in se stesso. Quando ricorda il passato, non si ricorda in primo luogo di ciò che ha fatto personalmente, ma si ricorda della “misericordia del Signore”. Il futuro, paradossalmente, non sta interamente nel futuro, bensì, in un certo senso, è già incluso nel presente. La speranza cristiana è una peculiare mescolanza di “già ora” e “non ancora”. Le cose essenziali sono già avvenute. Siamo nella grazia, siamo già figli di Dio. Dio “con lui [Gesù] ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli” (Ef 2,6). Viviamo già nei tempi della fine (1Gv 2,8). Il tempo escatologico è già adesso. Preghiamo che venga il regno di Dio, ma contemporaneamente sappiamo che è già venuto. Il regno di Dio è in mezzo a noi, anzi, in noi (Lc 17,21). Proprio nel battesimo, un avvenimento verificatosi molti anni fa, sono stato “marchiato” con un sigillo divino una volta per tutte dal mio futuro. Nel battesimo passato e futuro si incontrano e io ricevo la mia identità autentica, eterna, che è Cristo: “Poiché tutti quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo” (Gal 3,27). Hjalmar Ekstrom scrive che “in ogni punto del cammino” puoi già essere “alla meta definitiva. La meta, infatti, è il Suo abbraccio e in esso sei sorretto lungo il cammino verso la meta tanto quanto lo sarai all’arrivo” (W. Stinissen).


Don Vito

(continua nell'area riservata)

 

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