Home| Chi siamo| Cosa facciamo| Perchè siamo nate | Spiritualità| La nostra storia | Libreria| Fondatore|Famiglia Paolina| Preghiere |Archivio|Album | Links | Scrivici | Area Riservata |Webmail | Mappa del sito

 

DON ALBERIONE

 

Carissime...
un nuovo anno è davanti a noi, ricco di possibilità, di grazie, pieno di occasioni di santità, di abbandono in Dio, di gioia nel Signore, in compagnia di Maria. Partiamo per questa nuova avventura proprio assieme a Maria, la Madre di Dio (primo gennaio, 45a Giornata Mondiale della Pace). Lei ci dà il “la” per vivere in pienezza la nostra figliolanza divina, lei che è la Madre del Figlio di Dio. Con lei cammineremo più speditamente nella conoscenza del Signore, il quale si manifesta a noi in mille modi, e celebriamo questo suo “manifestarsi” in particolare nella festa dell’Epifania del Signore (6). Continuiamo poi la nostra contemplazione del Signore Gesù nella festa del suo Battesimo (8), dove ci svela il suo progetto di salvezza: prendere su di sé il nostro peccato, cancellarlo definitivamente e darci una vita nuova. Domenica 15 gennaio, seconda del Tempo Ordinario, ricorre poi la 98a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato: preghiamo il Signore per le tante situazioni difficili e a volte tragiche in cui vivono molti nostri fratelli e sorelle. San Paolo, nella festa della sua Conversione (25), si presenta a noi come modello, indicandoci il vero cammino del discepolato, quello del “dolore dei peccati”, della richiesta di perdono al Signore, dell’esperienza del suo abbraccio, per vivere sempre e solo per Lui. Nel mese di gennaio, come ogni anno, ci sarà anche il Convegno Nazionale delle Responsabili dell’Imsa, che, questa volta, avrà il seguente tema: “Don Alberione e le Annunziatine. Una storia da conoscere”. Invitiamo tutte voi, care sorelle, a sostenere questo importante evento di grazia con la vostra preghiera, perché porti frutti nei cuori delle partecipanti e la grazia si riversi poi in tutti i nostri gruppi. Possa crescere in ciascuna il desiderio di conoscere e amare sempre più il nostro caro Fondatore, il Beato Giacomo Alberione, e la propria vocazione di Annunziatine, membri della grande Famiglia Paolina. Il tema di questa Circolare è appunto la figura di Don Alberione.

Fondatore

gennaio 2012

Fisicamente don Alberione era un uomo di statura al di sotto della media, esile, fragile. La sua bellezza era tutta spirituale: moralmente era un gigante, aveva la tempra del realizzatore come pochi altri, e le fondazioni nate dal suo cuore e dalla sua operosità lo attestano. Per quanto dipendeva da lui, si nascondeva il più possibile. Proprio per questo si può ripetere con il Magnificat che fu l’umile esaltato e che la sua umiltà fu la radice della sua grandezza. Egli riconosceva che tutto quello che era riuscito a fare era opera di Dio e, anzi, temeva di ostacolarla e di danneggiarla con le sue insufficienze, le sue incorrispondenze, le sue colpe. Prima di impegnarsi nell’azione, metteva la preghiera alla base di tutto. Poi venivano gli slanci, le decisioni fermissime che apparivano improvvise, ma che avevano alle spalle lunghe ore di silenzio, di solitudine, di colloqui con Gesù Ostia (S. Lamera). Il 22 aprile 1969 Paolo VI onorò Don Alberione di una udienza particolare insieme alla Famiglia Paolina e gli rivolse parole indimenticabili: “Dobbiamo al vostro Fondatore, qui presente, al caro e venerato Don Giacomo Alberione, la costruzione del vostro monumentale Istituto. Nel nome di Cristo, Noi lo ringraziamo e benediciamo. Eccolo: umile, silenzioso, instancabile, sempre vigile, sempre raccolto nei suoi pensieri, che corrono dalla preghiera all’opera… sempre intento a scrutare «i segni dei tempi», cioè le più geniali forme per arrivare alle anime, il nostro Don Alberione ha dato alla Chiesa nuovi strumenti per esprimersi, nuovi mezzi per dare vigore e ampiezza al suo apostolato, nuova capacità e nuova coscienza della validità e della possibilità della sua missione nel mondo moderno e con i mezzi moderni”. Dopo il discorso il Papa andò incontro a don Alberione, lo abbracciò, lo strinse a sè, gli parlò con la più affabile familiarità, posò per le foto di rito e rimase a lungo con lui nella sala Clementina per interessarsi di alcuni particolari riguardanti la vita paolina. Don Alberione traccia di sé un’immagine eloquente: “Sento la gravità, innanzi a Dio e agli uomini, della missione affidatami dal Signore; il quale se avesse trovata persona più indegna e incapace l’avrebbe preferita. Questo tuttavia è per me e per tutti garanzia che il Signore ha voluto e ha fatto fare lui; così come l’artista prende qualsiasi pennello, da pochi soldi e cieco circa l’opera da eseguirsi, fosse pure un bel Divino Maestro Gesù Cristo”.

Preghiera

La preghiera per don Alberione era la fonte da cui tutto scaturiva: “Nessun contributo maggiore possiamo dare alla Congregazione, della preghiera; nessuna opera più utile per noi della preghiera; nessun lavoro più proficuo per la Chiesa… della preghiera”. Se si facevano obiezioni all’ora di adorazione (“visita”) lui diceva: “È la nostra ragion d’essere; tutto il lavoro che facciamo non è altro che un mezzo che porta il messaggio di Gesù Cristo; se non ci teniamo strettamente legati a Lui nell’Eucaristia, che messaggio potrà essere il nostro?”. Scrive in merito don F. Borrano: “Ci ha avvisati: il giorno in cui avessimo cominciato a trascurare la visita, sarebbe stato il principio della disintegrazione”. È questo il segreto di riuscita di don Alberione: uomo d’azione, ma soprattutto uomo di preghiera: “Non merita il nome di religioso, e non lo è di fatto, chi non mette al primissimo posto la preghiera… Abbandonando la preghiera, tutto l’edificio spirituale cade e rimane un cumulo di rovine, un bel castello, ma diroccato. Lasciare la preghiera per fare più opere è un rovinoso ripiego. Il lavoro fatto a scapito della preghiera non giova a noi né ad altri, perché toglie quello che si deve a Dio”. Don V. Gambi ricorda del Fondatore: “Trascorreva in Chiesa cinque ore abbondanti al giorno. Sempre in ginocchio (eccetto negli ultimi suoi due anni di vita), quasi raggomitolato su se stesso, se ne stava immobile, come una statua. A che pensava? Quali progetti andavano prendendo forma nella sua mente? Noi Paolini sentivamo che da quegli interminabili colloqui con Dio scaturivano la sua vera forza e la sicurezza che irraggiava attorno a sé”.

Apostolato

Nella notte del 31 dicembre 1900, il giovane seminarista Alberione ricevette da Gesù Eucaristia la missione che lo avrebbe impegnato tutta la vita. Così scrisse egli stesso in Abundantes Divitiae (AD 14-21): “Una particolare luce venne dall’Ostia: maggior comprensione dell’invito di Gesù: «Venite ad me, omnes…» (Mt 11,28). Gli parve di comprendere il cuore del grande Papa, gli inviti della Chiesa, la missione vera del Sacerdote. Gli parve chiaro quanto diceva Toniolo sul dovere di essere gli apostoli di oggi, adoperando i mezzi sfruttati dagli avversari. Si sentì profondamente obbligato a prepararsi a fare qualcosa per il Signore e gli uomini del nuovo secolo con cui sarebbe vissuto”. Negli anni di preparazione al sacerdozio, lo studio insieme alla spiritualità, costituì l’asse portante dell’itinerario formativo di Giacomo. Scrive Alberione di se stesso: “Per cinque anni lesse, due volte ogni giorno, un tratto della Storia universale della Chiesa del Rohrbacher; per altri cinque anni, quella dell’Hergenrother; per otto anni, nei tempi liberi, lettura della storia universale del Cantù, estendendosi alla storia delle letterature, dell’arte, della guerra, della navigazione, della musica in specie, del diritto, delle religioni, della filosofia”. Dopo l’ordinazione, avvenuta il 29 giugno 1907, don Alberione, oltre all’incarico di direttore spirituale del seminario, che mantenne fino al 1920, svolse altri uffici, tra cui quello di insegnante di storia civile al liceo, storia ecclesiastica e liturgia, storia dell’arte; fu maestro di liturgia e arte ed insegnò teologia pastorale ai novelli sacerdoti. Svolse il compito di bibliotecario nel seminario, fu maestro di religione nell’Oratorio maschile di Alba, direttore dei terziari domenicani della Diocesi, ecc. Don Alberione sapeva leggere i “segni dei tempi”, sentiva che era l’ora di fare qualcosa di “nuovo”. Scriveva nel 1922: “Le quattro pie donne che fanno la comunione ogni mattina, i quattro giovani che si radunano attorno al parroco ogni sera, non sono tutto il paese, non sono tutto il popolo: molte altre pecorelle stanno fuori dell’ovile... bisogna che il Pastore vada a loro: oggi a queste anime si va con la stampa. Una volta bastava aspettare la gente in Chiesa, oggi è necessario andarla a cercare in casa, sul campo, in officina: quanti amano le anime, lo facciano”. Secondo l’insegnamento di don Alberione tutte le invenzioni umane debbono essere poste al servizio del Vangelo: ogni macchina da stampa diventa per lui un pulpito; il giornale, il film, il disco, si devono trasformare in annunzio di salvezza.

Difficoltà

Numerosi furono gli ostacoli che si frapposero alla nascita e allo sviluppo dell’opera del beato Alberione, per esempio l’incendio scoppiato nella tipografia la notte di Natale del 1918. Alberione accorse, ma poté fare pochissimo tra fuoco e fiamme. Lo raggiunsero i ragazzi, e lo portarono fuori svenuto. Uno di loro, Giovanni Battista Morone, il giorno dopo l’incendio, vedendo don Alberione davanti alla tipografia mentre si rendeva conto dei danni subiti, si avvicinò al Primo Maestro e gli espresse tutto il suo dispiacere; ma don Alberione rispose: “È meno grave di un peccato veniale”. Un altro momento difficile è stato quando una grave malattia colpì il Primo Maestro nell’estate del 1923. I medici che lo visitarono diagnosticarono una grave tisi, che lo avrebbe portato alla morte nel giro di pochi mesi. Nella sofferenza egli fece un’esperienza profonda: “Nel sogno… Gesù Maestro diceva: «Non temete, io sono con voi. Di qui voglio illuminare. Abbiate il dolore dei peccati»” (AD 152). Don Alberione guarì e tornò presto in piena attività. Scrive il Fondatore in AD 166-167: “Talora, le necessità erano urgenti e gravi, e tutte le risorse e speranze umane erano chiuse: si pregava e si cercava di cacciare il peccato e ogni mancanza alla povertà: e soluzioni impensate, denaro pervenuto attraverso sconosciuti, prestiti offerti, benefattori nuovi, altre cose che egli non seppe mai spiegarsi… le annate passavano, le previsioni di molti di certo fallimento, le accuse di pazzia… svanivano e tutto si conchiudeva magari con fatica, ma nella pace. Nessuno dei creditori perdette un soldo… e sempre i fornitori, i costruttori, le ditte continuarono la loro fiducia. Benefattori cui la carità fruttò il triplo ve ne furono parecchi”.

Sofferenze

I malanni fisici, tra cui la sua artrite, accompagnarono don Alberione per tutta la vita. Egli però cercava di non far pesare agli altri la sua condizione fisica. Non si lamentava delle sofferenze e, quando i dolori divenivano più intensi, sussurrava: “Offro! Di cuore! Per tutti! Riparazione! Purificazione! Santificazione!”. Quando i suoi giovani desideravano confortarlo con qualche parola, il Primo Maestro rispondeva: “Devo riparare! Lasciatemi riparare!”. Le notti le trascorreva quasi interamente insonni; anche i dolori non lo abbandonavano, costringendolo a scendere dal letto per passeggiare lungamente nella sua stanza. Madre Tecla Merlo raccolse una confidenza del Fondatore nel 1952: “Sono 30 anni che questi dolori mi seguono come amici”. Il suo medico, il dottor Bussetti, ha così testimoniato: “Sono stato vicino a don Alberione in qualità di medico per dieci anni, gli ultimi dieci anni della sua vita. Gli ultimi due o tre anni gli fui accanto quasi tutti i giorni. Era una docilità unica nel lasciarsi curare. Mai ha rifiutato una terapia, anche dolorosa. Ma la cosa che faceva stupore a noi medici era la sua spina dorsale ridotta a zeta. Questa deformazione della spina gli procurava dolori atroci… Però non se ne lamentò mai… Solo una volta mi confidò: “Quante notti ho passato appoggiato con la schiena al muro a dire rosari”. Quando si tentò di trovare una cura per questi dolori si oppose, perché disse: “I dolori mi sono cominciati con l’inizio dell’opera e mi tengono compagnia”. La sua sofferenza era una continua offerta a Dio per il suo Istituto. Essendogli vicino e confidente, mi sono accorto che soffriva spiritualmente per i peccati commessi dai suoi e offriva i suoi dolori in riparazione per i peccati. Si può dire che tutte le cose grosse che ha fatto, don Alberione le ha maturate nel dolore”.

Don Vito

(continua nell'area riservata)

 

Parola del Fondatore | Parola del Papa | Studio | Recensioni | Articoli