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GHERMITO DA CRISTO
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In occasione dell’Anno Paolino, riportiamo, in questo numero della Circolare e nel prossimo, alcune Catechesi che il Santo Padre ha tenuto nei mesi di ottobre e novembre 2006 sull’apostolo Paolo. Possono essere per noi motivo di riflessione e di approfondimento sulla figura di colui che il Primo Maestro indicava quale Padre della nostra Famiglia. Paolo di Tarso Cari fratelli e sorelle! |
che, come scrive Luca nel Libro degli Atti, “hanno votato la loro vita al nome del Signore nostro Gesù Cristo” (15,26). Il primo di questi, chiamato dal Signore stesso, dal Risorto, ad essere anch’egli un vero Apostolo, è senza dubbio Paolo di Tarso. Egli brilla come stella di prima grandezza nella storia della Chiesa, e non solo di quella delle origini. San Giovanni Crisostomo lo esalta come personaggio superiore addirittura a molti angeli e arcangeli (cfr. Panegirico 7,3). Dante Alighieri nella Divina Commedia, ispirandosi al racconto di Luca negli Atti (cfr. 9,15), lo definisce semplicemente “vaso di elezione” (Inf. 2,28), che significa: strumento prescelto da Dio. Altri lo hanno chiamato il “tredicesimo Apostolo” – e realmente egli insiste molto di essere un vero Apostolo, essendo stato chiamato dal Risorto, o addirittura “il primo dopo l’Unico”. Dopo Gesù, egli è il personaggio delle origini su cui siamo maggiormente informati. Infatti, possediamo non solo il racconto che ne fa Luca negli Atti degli Apostoli, ma anche un gruppo di Lettere che provengono direttamente dalla sua mano e che senza intermediari ce ne rivelano la personalità e il pensiero. Luca ci informa che il suo nome originario era Saulo (cfr. At 7,58; 8,1 ecc.), anzi in ebraico Saul (cfr. At 9,14.17; 22,7.13; 26,14), come il re Saul (cfr. At 13,21), ed era un giudeo della diaspora, essendo la città di Tarso situata tra l’Anatolia e la Siria. Ben presto era andato a Gerusalemme per studiare a fondo la Legge mosaica ai piedi del grande Rabbì Gamaliele (cfr. At 22,3). Aveva imparato anche un mestiere manuale e ruvido, la lavorazione di tende (cfr. At 18,3), che in seguito gli avrebbe permesso di provvedere personalmente al proprio sostentamento senza gravare sulle Chiese (cfr. At 20,34; 1Cor 4,12; 2Cor 12,13-14). Fu decisivo per lui conoscere la comunità di coloro che si professavano discepoli di Gesù. Da loro era venuto a sapere di una nuova fede – un nuovo “cammino”, come si diceva – che poneva al proprio centro non tanto la Legge di Dio, quanto piuttosto la persona di Gesù, crocifisso e risorto, a cui veniva ormai collegata la remissione dei peccati. Come giudeo zelante, egli riteneva questo messaggio inaccettabile, anzi scandaloso, e si sentì perciò in dovere di perseguitare i seguaci di Cristo anche fuori di Gerusalemme. Fu proprio sulla strada di Damasco, agli inizi degli anni ’30, che Saulo, secondo le sue parole, venne “ghermito da Cristo” (Fil 3,12). Mentre Luca racconta il fatto con dovizia di dettagli, di come la luce del Risorto lo ha toccato e ha cambiato fondamentalmente tutta la sua vita, egli nelle sue Lettere va diritto all’essenziale e parla non solo di visione (cfr. 1Cor 9,1), ma di illuminazione (cfr. 2Cor 4,6) e soprattutto di rivelazione e di vocazione nell’incontro con il Risorto (cfr. Gal 1,15-16). Infatti, si definirà esplicitamente “apostolo per vocazione” (cfr. Rm 1,1; 1Cor 1,1) o “apostolo per volontà di Dio” (2Cor 1,1; Ef 1,1; Col 1,1), come a sottolineare che la sua conversione era non il risultato di uno sviluppo di pensieri, di riflessioni, ma il frutto di un intervento divino, di un’imprevedibile grazia divina. Da allora in poi, tutto ciò che prima costituiva per lui un valore divenne paradossalmente, secondo le sue parole, perdita e spazzatura (cfr. Fil 3,7-10). E da quel momento tutte le sue energie furono poste al servizio esclusivo di Gesù Cristo e del suo Vangelo. Ormai la sua esistenza sarà quella di un Apostolo desideroso di “farsi tutto a tutti” (1 Cor 9,22) senza riserve. Di qui deriva per noi una lezione molto importante: ciò che conta è porre al centro della propria vita Gesù Cristo, sicché la nostra identità sia contrassegnata essenzialmente dall’incontro, dalla comunione con Cristo e con la sua Parola. Alla sua luce ogni altro valore viene recuperato e insieme purificato da eventuali scorie. Un’altra fondamentale lezione offerta da Paolo è il respiro universale che caratterizza il suo apostolato. Sentendo acuto il problema dell’accesso dei Gentili, cioè dei pagani, a Dio, che in Gesù Cristo crocifisso e risorto offre la salvezza a tutti gli uomini senza eccezioni, dedicò se stesso a rendere noto questo Vangelo, perché Dio è il Dio di tutti. Punto di partenza per i suoi viaggi fu la Chiesa di Antiochia di Siria, dove per la prima volta il Vangelo venne annunciato ai Greci e dove venne anche coniato il nome di “cristiani” (cfr. At 11, 20.26), cioè di credenti in Cristo. Di là egli puntò prima su Cipro e poi a più riprese sulle regioni dell’Asia Minore (Pisidia, Licaonia, Galazia), poi su quelle dell’Europa (Macedonia, Grecia). Più rilevanti furono le città di Efeso, Filippi, Tessalonica, Corinto, senza tuttavia dimenticare Beréa, Atene e Mileto. Nell’apostolato di Paolo non mancarono difficoltà, che egli affrontò con coraggio per amore di Cristo, come egli stesso ricorda nella 2Cor 11,23-28. Da un passaggio della Lettera ai Romani (cfr. 15, 24.28) traspare il suo proposito di spingersi fino alla Spagna, alle estremità dell’Occidente, per annunciare il Vangelo dappertutto, fino ai confini della terra allora conosciuta. Come non ammirare un uomo così? Come non ringraziare il Signore per averci dato un Apostolo di questa statura? È chiaro che non gli sarebbe stato possibile affrontare situazioni tanto difficili e a volte disperate, se non ci fosse stata una ragione di valore assoluto, di fronte alla quale nessun limite poteva ritenersi invalicabile. Per Paolo, questa ragione, lo sappiamo, è Gesù Cristo, di cui egli scrive: “L’amore di Cristo ci spinge… perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro” (2Cor 5,14-15), per noi, per tutti. Di fatto, l’Apostolo renderà la suprema testimonianza del sangue sotto l’imperatore Nerone qui a Roma, dove conserviamo e veneriamo le sue spoglie mortali. Così scrisse di lui Clemente Romano: “Per la gelosia e la discordia Paolo fu obbligato a mostrarci come si consegue il premio della pazienza… Dopo aver predicato la giustizia a tutto il mondo, e dopo essere giunto fino agli estremi confini dell’Occidente, sostenne il martirio davanti ai governanti; così partì da questo mondo e raggiunse il luogo santo, divenuto con ciò il più grande modello di perseveranza” (Ai Corinzi 5). Il Signore ci aiuti a mettere in pratica l’esortazione lasciataci dall’Apostolo nelle sue Lettere: “Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo” (1Cor 11,1). Paolo – La centralità di Gesù Cristo Cari fratelli e sorelle! nella catechesi precedente abbiamo visto come l’incontro con Cristo sulla strada di Damasco abbia letteralmente rivoluzionato la sua vita. Cristo divenne la sua ragion d’essere e il motivo profondo di tutto il suo lavoro apostolico. Nelle sue lettere, dopo il nome di Dio, che appare più di 500 volte, il nome che viene menzionato più spesso è quello di Cristo (380 volte). È dunque importante che ci rendiamo conto di quanto Gesù Cristo possa incidere nella vita di un uomo e quindi anche nella nostra stessa vita. In realtà, Cristo Gesù è l’apice della storia salvifica e quindi il vero punto discriminante anche nel dialogo con le altre religioni. Guardando a Paolo, potremmo formulare così l’interrogativo di fondo: come avviene l’incontro di un essere umano con Cristo? E in che cosa consiste il rapporto che ne deriva? La risposta data da Paolo può essere compresa in due momenti. In primo luogo, Paolo ci aiuta a capire il valore assolutamente fondante e insostituibile della fede. Ecco che cosa scrive nella Lettera ai Romani: “Noi riteniamo che l’uomo viene giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge” (3,28). E così pure nella Lettera ai Galati: “L’uomo non è giustificato dalle opere della Legge, ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo” (2,16). “Essere giustificati” significa essere resi giusti, cioè essere accolti dalla giustizia misericordiosa di Dio, ed entrare in comunione con Lui, e di conseguenza poter stabilire un rapporto molto più autentico con tutti i nostri fratelli: e questo sulla base di un totale perdono dei nostri peccati. Ebbene, Paolo dice con tutta chiarezza che questa condizione di vita non dipende dalle nostre eventuali opere buone, ma da una pura grazia di Dio: “Siamo giustificati gratuitamente per sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù” (Rm 3,24). Con queste parole san Paolo esprime il contenuto fondamentale della sua conversione, la nuova direzione della sua vita risultante dal suo incontro col Cristo risorto. Paolo, prima della conversione, non era stato un uomo lontano da Dio e dalla sua Legge. Al contrario, era un osservante, con una osservanza fedele fino al fanatismo. Nella luce dell’incontro con Cristo capì, però, che con questo aveva cercato di costruire se stesso, la sua propria giustizia, e che con tutta questa giustizia era vissuto per se stesso. Capì che un nuovo orientamento della sua vita era assolutamente necessario. E questo nuovo orientamento lo troviamo espresso nelle sue parole: “Questa vita che io vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). Paolo, quindi, non vive più per sé, per la sua propria giustizia. Vive di Cristo e con Cristo: dando se stesso, non più cercando e costruendo se stesso. Questa è la nuova giustizia, il nuovo orientamento donatoci dal Signore, donatoci dalla fede. Davanti alla croce del Cristo, espressione estrema della sua autodonazione, non c’è nessuno che possa vantare se stesso, la propria giustizia fatta da sé, per sé! Altrove Paolo, riecheggiando Geremia, esplicita questo pensiero scrivendo: “Chi si vanta si vanti nel Signore” (1Cor 1,31 = Ger 9,22s); oppure: “Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale il mondo per me è stato crocifisso come io per il mondo” (Gal 6,14). Riflettendo su che cosa voglia dire giustificazione non per le opere, ma per la fede, siamo così arrivati alla seconda componente che definisce l’identità cristiana descritta da san Paolo nella propria vita. Identità cristiana che si compone proprio di due elementi: questo non cercarsi da sé, ma riceversi da Cristo e donarsi con Cristo, e così partecipare personalmente alla vicenda di Cristo stesso, fino ad immergersi in Lui e a condividere tanto la sua morte quanto la sua vita. È ciò che Paolo scrive nella Lettera ai Romani: “Siamo stati battezzati nella sua morte… siamo stati sepolti con lui… siamo stati completamente uniti a lui… Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio in Cristo Gesù” (Rm 6,3.4.5.11). Proprio quest’ultima espressione è sintomatica: per Paolo, infatti, non basta dire che i cristiani sono dei battezzati o dei credenti; per lui è altrettanto importante dire che essi sono “in Cristo Gesù” (cfr. anche Rm 8,1.2.39; 12,5; 16,3.7.10; 1Cor 1,2.3, ecc.). Altre volte egli inverte i termini e scrive che “Cristo è in noi/voi” (Rm 8,10; 2Cor 13,5) o “in me” (Gal 2,20). Questa mutua compenetrazione tra Cristo e il cristiano, caratteristica dell’insegnamento di Paolo, completa il suo discorso sulla fede. La fede, infatti, pur unendoci intimamente a Cristo, sottolinea la distinzione tra noi e Lui. Ma, secondo Paolo, la vita del cristiano ha pure una componente che potremmo dire ‘mistica’, in quanto comporta un’immedesimazione di noi con Cristo e di Cristo con noi. In questo senso, l’Apostolo giunge persino a qualificare le nostre sofferenze come le “sofferenze di Cristo in noi” (2Cor 1,5), così che noi “portiamo sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo” (2Cor 4,10). Tutto questo dobbiamo calarlo nella nostra vita quotidiana seguendo l’esempio di Paolo che è vissuto sempre con questo grande respiro spirituale. Da una parte, la fede deve mantenerci in un costante atteggiamento di umiltà di fronte a Dio, anzi di adorazione e di lode nei suoi confronti. Infatti, ciò che noi siamo in quanto cristiani lo dobbiamo soltanto a Lui e alla sua grazia. Poiché niente e nessuno può prendere il suo posto, bisogna dunque che a nient’altro e a nessun altro noi tributiamo l’omaggio che tributiamo a Lui. Nessun idolo deve contaminare il nostro universo spirituale, altrimenti invece di godere della libertà acquisita ricadremmo in una forma di umiliante schiavitù. Dall’altra parte, la nostra radicale appartenenza a Cristo e il fatto che “siamo in Lui” deve infonderci un atteggiamento di totale fiducia e di immensa gioia. In definitiva, infatti, dobbiamo esclamare con san Paolo: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” (Rm 8,31). E la risposta è che niente e nessuno “potrà mai separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8,39). La nostra vita cristiana, dunque, poggia sulla roccia più stabile e sicura che si possa immaginare. E da essa traiamo tutta la nostra energia, come scrive appunto l’Apostolo: “Tutto posso in colui che mi dà la forza” (Fi1 4,13). Affrontiamo perciò la nostra esistenza, con le sue gioie e i suoi dolori, sorretti da questi grandi sentimenti che Paolo ci offre. Facendone l’esperienza potremo capire quanto sia vero ciò che lo stesso Apostolo scrive: “So a chi ho creduto, e sono convinto che egli è capace di conservare il mio deposito fino a quel giorno”, cioè fino al giorno definitivo (2Tm 1,12) del nostro incontro con Cristo Giudice, Salvatore del mondo e nostro. Benedetto XVI |