Nessun uomo può esimersi dalle domande essenziali della vita: da dove vengo? Dove vado? Perché vivere? Perché morire? Che senso ha la vita? C’è un futuro per noi o davvero “non siamo che pacchi, campioni senza valore, che l’ostetrico spedisce al becchino” (E. Petrolini)? È assolutamente necessario dare una risposta a queste domande, perché se il mio destino è il nulla, è già un nulla ciò che sto facendo e vivendo ora. “Il credere o il non credere in un’avventura eterna – afferma J. Guitton – ha degli importanti effetti sociali: non si vive nello stesso modo se si attende o meno una vita nell’aldilà”. L’uomo rischia di conoscere tutto, tranne il senso e il fine di tutto.
La realtà della morte fa paura. Essa non è solo un evento che succede una volta, quando cioè si raggiunge il punto limite – cosicché ci si potrebbe illudere con la massima di Epicuro: “Quando ci siamo noi, la morte non c’è; e quando c’è la morte, noi non ci siamo” – ma è “una possibilità reale in ogni istante della mia vita, oggi e sempre: la morte mi è vicina” (Landsberg).
L’uomo cerca di fuggire la morte con tutti i mezzi a disposizione, dal non pensarci all’immergersi in febbrili attività: “Questo dilagante bisogno di rumore si può spiegare soltanto col bisogno di soffocare qualcosa (K. Lorenz). Scrive Heidegger: “L’uomo d’oggi è in fuga; e fuggire è sempre confessare che ci si rende conto di un pericolo imminente e di una minaccia”.
L’uomo contemporaneo sa che la vita finisce con la morte, ma non ci pensa e vive come se la morte non esistesse. Il modo migliore per dimenticarsene è darsi da fare, tenersi occupato con mille attività.
Il “divertimento” è un ottimo strumento per distrarsi: “Il divertimento – come distrazione e fuga da temi essenziali da affrontare – è la più grande delle nostre miserie perché ci impedisce di pensare a noi e ci porta alla perdizione. Senza di esso saremmo immersi nella noia e questa noia ci spingerebbe a cercare un mezzo più sicuro per uscirne. Ma il divertimento ci diletta e così ci fa arrivare inavvertitamente alla morte” (Pascal). Vengono in mente le parole del Vangelo: “State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni, e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso (Lc 21,34-35).
Diceva Seneca che “la morte veramente prematura colpisce solo l’uomo indaffarato” e che alle persone molto occupate dovrebbero essere rese le stesse esequie riservate ai bambini morti in tenera età, intendendo con questo alludere all’«infantilismo psicologico» di coloro che sono sempre tanto indaffarati.
È la cultura del carpe diem, del passatempo a tutti i costi che impedisce la totale immersione nell’attimo presente che odora di edonismo: “Mangiamo e beviamo, perché domani moriremo” (1Cor 15,32). “Bisogna fare, fare e poi ancora fare – scrive Susanna Tamaro – perché altrimenti vengono fuori le domande sul senso della vita, quelle domande che per molto tempo sono state soffocate, rimosse, e allora ecco che viene l’angoscia”.
Memento Mori
è il famoso motto dei trappisti: “Ricordati che devi morire!”. Il pensiero della morte, cara sorella, aiuta l’uomo a vedere il mondo, se stessi e tutti gli avvenimenti nella verità. Allora tutto prende il giusto posto. Guardare la vita, come se fossimo in punto di morte, dà un aiuto straordinario a vivere bene: “Sei angustiato da problemi e difficoltà? Portati avanti, collocati al punto giusto: guarda queste cose dal letto di morte. Come vorresti allora aver agito? Quale importanza daresti a queste cose?” (Cantalamessa).
L’Imitazione di Cristo ci esorta così: “In ogni azione e in ogni pensiero, ti dovresti regolare come se oggi tu dovessi morire… Quanto è felice e saggio chi adesso mentre vive, si sforza di essere tale quale desidera essere trovato alla sua morte!… Fa’, fa’ adesso, o carissimo, tutto ciò che puoi fare: perché non sai quando morirai”. Nel medioevo un giovane brillante e pieno di belle speranze guardando la salma di un parente morto sentì una voce salire da essa: “Ciò che tu sei, io ero; ciò che io sono, tu sarai!”. Questo pensiero lo scosse a tal punto da portarlo alla santità e divenne san Silvestro.
La morte, saggia maestra, ci invita ad evitare una vita di contese con gli altri e a vivere in pace; ci aiuta a far crollare i nostri castelli fondati sulla carriera, sull’opinione altrui e sulla fama, sull’avere e sulla ricchezza. La morte pedagoga ci impedisce di attaccarci alle cose e di dimenticare che “non abbiamo quaggiù una dimora stabile” (Eb 13,14): tutto passa, solo Dio rimane.
Riflettere sulla morte ci aiuta a scoprire il vero valore della vita: “Se pensi alla morte – ha scritto Silvano dell’Athos – diventi umile, ti lasci guidare interamente da Dio, desideri essere in pace con tutti e amare tutti”. Allo scrittore P. Rey fu chiesto se pensasse alla morte: “Se non ci pensassi – rispose – non avrei una vita così intensa, né così feconda, né così bella”. Il pensiero della morte conferisce alla vita tutto il suo pregnante significato, aiuta a scoprire il carattere prezioso della vita, l’urgenza di non sprecarla in inezie, orientandosi verso l’essenziale: “Solamente coloro che hanno preso coscienza del significato della morte riescono a dare veramente un senso alla vita” (M. G. Naud).
Il mistero della morte porta con sé, l’urgente questione: “Che cosa sarà la mia morte? Domanda che introduce queste altre: “Che cosa ho fatto finora della mia vita? Che cosa intendo farne?”. Essere consci che il tempo che ci è concesso non è infinito, stimola a vivere pienamente il presente, a prendere sul serio ogni minuto, ogni ora, ogni giorno.
Riflettere sulla morte ci insegna a vivere e a pensare: “È il patire, il soffrire che suscita in noi la domanda, accende la sete di ricerca. Il cammino dell’uomo sta tutto in questo prendere sul serio la tragicità della morte, non fuggendola, non stordendosi rispetto ad essa, non nascondendola” (B. Forte). Non è azzardata l’ipotesi che il rifiuto di pensare alla morte impedisca a molte persone di ‘nascere’, di essere coscienti del valore dell’esistenza umana, e di decidersi a sviluppare fino in fondo tutte le loro potenzialità. “Il giorno in cui abbiamo seriamente riflettuto sulla morte è il giorno nel quale siamo diventati adulti. L’uomo è nato quando, per la prima volta, davanti ad un cadavere, ha mormorato: Perché?” (A. Malraux).
La morte ha così una funzione retrospettiva sulla nostra vita divenendo un appello a cercare e vivere i veri valori della vita, come già ammoniva il Siracide: “In tutte le tue opere ricordati della tua fine e non cadrai nel peccato” (7,36). Anche un salmo ci invita a questa sapienza: “Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore” (90,12).
Don Vito
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