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LETTERA AI COLOSSESI
(4)

Studio


All’inno cristologico (Col 1,15-20) e alla breve esortazione che lo conclude (1,21-23), segue un brano che inizia con una di quelle frasi paoline che lasciano stupefatti, appena ci si pensa un po’, anche se, abituati a sentirle, non ci fanno più sobbalzare dalla sedia.

1) Paolo al servizio del “mistero” (Col 1,24- 2:5)

Consideriamo in questa “puntata” anzitutto il testo di Col 1,24-2,5) in cui emerge l’idea di Paolo al servizio del mistero, e poi il brano 2,6-15 sulla identità di Cristo e il rapporto col cristiano.
a) Osserviamo anzitutto come Paolo inquadri questo brano col motivo della gioia. Inizia dicendo: “Gioisco nelle sofferenze che sopporto per voi” (1,24) e conclude: “Anche se col corpo sono lontano… vedo con gioia… la vostra saldezza nella fede” (2,5). Gioia e sofferenza! Paolo sa da tempo che si fanno sentire insieme nel suo cuore di apostolo, perché ciò che gli costa la fedeltà alla sua missione appartiene comunque alla gioia, non solo perché è una sofferenza che porta frutti nella vita dei suoi figli, ma prima ancora perché assimila la sua vita a quella di Gesù Cristo, l’Apostolo del Padre, forma e modello di ogni apostolo. E Gesù ha concluso la sua vita sulla croce dove ha portato a compimento la sua missione. Così Paolo ha imparato a essere apostolo di Gesù: ogni difficoltà e sofferenza fanno parte della sua gioia di apostolo. Perciò può scrivere con tutta sincerità: “Sovrabbondo di gioia in ogni nostra tribolazione” (2Cor 7,4).

b) Da questo suo essere in Cristo e dalla sua missione di apostolo scaturisce l’espressione iniziale, una di quelle che più profondamente manifestano il cuore e l’anima di Paolo: “Ora io gioisco nelle sofferenze che sopporto per voi e completo nel mio corpo ciò che manca dei patimenti del Cristo per il suo corpo che è la Chiesa” (1,24). Per lui non esisteva nient’altro all’infuori del suo essere apostolo di Cristo, depositario di una missione che lo assimilava alla missione di Gesù e alla persona stessa di Gesù: “Non son più io che vivo; è Cristo che vive in me” (Gal 2,20). Per questo sente la sua sofferenza apostolica come se Cristo l’avesse fatta sua e fosse parte della sua sofferenza redentrice.
Indubbiamente, alla sofferenza redentrice di Gesù non mancava e non manca nulla, e sarà sufficiente per tutto il genere umano fino alla fine dei secoli; ma Cristo partecipando la sua missione di salvezza agli apostoli – di allora e di ogni tempo – li fa partecipi anche della sua sofferenza, come se questa esigesse anche quella dei suoi apostoli. La loro sofferenza pertanto non è solo sofferenza per Cristo e per le anime, ma è sofferenza di Cristo legata alla diffusione del vangelo, che continua da Gesù agli apostoli, come sofferenza intima ed esterna. Paolo parla della sua “carne” (o “corpo”), ma nel suo linguaggio significa tutto il suo essere, qual è finché vive in questo mondo.

c) Paolo ci dice dunque che le sue sofferenze apostoliche appartengono a Cristo  e che quindi sono a vantaggio della sua chiesa di cui egli si sente ed è servo, o “ministro”, e in particolare della chiesa di Colosse di cui egli è responsabile, perché a lui fanno capo i suoi collaboratori, anche quando operano in comunità che non lo conoscono personalmente. La grazia e la verità del vangelo annunciato hanno sempre come riferimento il carisma e la responsabilità dell’apostolo. A lui infatti Dio ha affidato il compito di “realizzare la Parola di Dio” che egli chiama “il mistero”, una parola che Paolo ripete tre volte in pochi versetti (1,26.27; 2,2).
Il “mistero”, nel linguaggio biblico, non è una verità che la mente umana non è in grado di comprendere (come il mistero della Trinità in Dio o dell’Incarnazione), ma è il progetto di Dio per la salvezza dell’uomo, di tutto l’uomo (anima e corpo, diciamo noi) e di tutti gli uomini, non solo del popolo d’Israele che Dio si è scelto. Questo mistero contenuto nella Parola di Dio, il vangelo della salvezza per tutti, era nascosto fino alla venuta di Cristo e ora è rivelato “ai santi” (1,26), parola che, come abbiamo già detto altre volte, indica tutti i credenti in Cristo.
è rivelato di per sé a tutti, ma è rivelato in modo efficace a coloro che lo accolgono come la verità che salva eternamente giudei e pagani (“i gentili”): è Cristo quindi la speranza della gloria per tutti e per questo Paolo lo annuncia a tutti, e poi istruisce e ammonisce coloro che lo accolgono, affinché conoscano sempre di più chi è Cristo e vivano secondo i suoi insegnamenti per essere veri figli di Dio. E questo lo fa con tutte le sue forze, senza risparmiarsi, perché Cristo, oltre all’intelligenza del mistero, dona a Paolo anche la fortezza fisica e spirituale per lavorare senza arrestarsi mai.

d) Iniziando il cap. 2 Paolo ci sorprende ancora parlando di una “dura lotta” che affronta per i fedeli di Colosse e di Laodicea, una località vicina; verso la fine della lettera dirà che anche Epafra, l’evangelizzatore dei colossesi che si trovava a Roma presso Paolo prigioniero, “lotta continuamente nelle sue preghiere per loro affinché si mantengano saldi nel compiere la volontà di Dio” (4,12). Ci sorprende che Paolo senta la preghiera come una lotta per ottenere da Dio ciò che egli chiede… E si tratta di grazie inerenti al suo apostolato e al bene dei suoi fedeli!
Anche la preghiera fa parte quindi di quella fatica e sofferenza che toccano all’apostolo per compiere la sua missione. Egli infatti deve essere convinto, come dice Paolo in 2Cor 3,5, che senza Cristo egli, e ogni cristiano, non può fare neppure un pensiero che giovi veramente alla salvezza, ma che in Cristo che gli comunica la sua forza egli può tutto, può comunicare con efficacia la verità e la grazia che salva. Se pregare è come lottare, un apostolo e ogni cristiano lo fa per qualcosa in cui crede fermamente e di cui ha assolutamente bisogno per sé e per quanti gli stanno a cuore.
Ma lottare con Dio nella preghiera non significa strappargli le grazie per la salvezza nostra e dei fratelli che egli non vorrebbe donarci. Significa invece renderci conto di quanto sia preziosa la salvezza nostra e degli altri e quanto essa sia opera della grazia e non opera nostra. Quanto più questo pensiero è presente alla nostra mente e al nostro cuore, tanto più diventa relativo tutto il resto nella vita, anche se importante.

e) Paolo si sente impegnato nella preghiera per i suoi colossesi affinché si mantengano strettamente uniti a Cristo così come è stato presentato a loro dal suo collaboratore e loro concittadino Epafra, cioè così come Gesù viene presentato dalla predicazione degli apostoli. Solo in lui vi è la piena e perfetta sapienza e conoscenza del mistero di Dio. Qui Paolo mette in guardia i colossesi da idee che li portano fuori strada, invitandoli a riaffermare la loro fede nel Cristo annunciato dagli apostoli, l’unico che corrisponde alla rivelazione che Dio ci ha fatto del Figlio suo.

2) In Cristo risiede la pienezza della divinità (Col 2,6-15)


Con queste parole Paolo afferma che non esiste nulla che si frapponga tra Cristo e l’uomo.
a) I colossesi hanno accolto Gesù di Nazaret come il Cristo, cioè il Messia annunciato, e come il Signore risorto che Dio, il Padre, ha posto accanto a sé al di sopra di tutto (2,6-10). Ricordiamo l’espressione di un altro inno cristologico (Fil 2,11): “…ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre” (cfr. anche Atti 2,36). In questo Gesù, Paolo raccomanda di vivere “radicati e sopraedificati”, utilizzando due immagini efficaci per indicare il rapporto dei credenti con Cristo: la prima fa riferimento alla vita e alla vitalità che proviene dalla radice alla pianta, affinché possa produrre foglie, fiori e frutti; la seconda fa pensare a un edificio che si innalza solido e sicuro perché le fondamenta su cui poggia sono salde e compatte. Di qui l’esortazione a vivere e a stare saldi sulle solide fondamenta della fede ricevuta, ringraziando Dio per il dono della salvezza.
Dopo questa esortazione Paolo accenna ai possibili sbandamenti provocati da alcuni che si presentavano forse come persone colte, che credevano di dovere aggiungere altre idee alla predicazione apostolica, ma che provenivano da  radici estranee alla fede in cui sono stati istruiti i colossesi. Il v. 8 è l’unico in cui ricorre la parola “filosofia” nelle lettere paoline e in tutto il N.T. Paolo la usa in senso negativo; ma non vi è alcun disprezzo per la filosofia in sé, che significa “amore per la sapienza”. Sappiamo però che al tempo di Paolo, cioè nel I sec. d. C., si usava questo termine per ogni corrente di pensiero, anche religioso, come appare in autori sia ebrei che pagani.

Qui Paolo intende evidentemente parlare di idee che alteravano e corrompevano il vangelo annunciato dagli apostoli, soprattutto in ciò che riguardava la salvezza eterna e la via per giungervi. La qualifica di “fatuo inganno” dipende quindi dalle idee religiose che escludevano Cristo come via alla salvezza, oppure ritenevano la sua opera insufficiente per cui si doveva aggiungere anche qualcos’altro per raggiungerla. Le idee religiose che Paolo chiama filosofia, derivavano da “tradizioni umane”, da speculazioni e ragionamenti umani, non da Cristo e dal suo vangelo. Paolo dice che questa filosofia si ispira anche agli “elementi del mondo”, concepiti come realtà dominate da potenze spirituali, come gli angeli, che si dovevano propiziare con atti di culto per poter salire fino a Dio.
Paolo afferma che tutto questo non ha alcun senso di fronte a Cristo nel quale abita, si trova stabilmente, tutta la pienezza della divinità, cioè tutta la potenza, la sapienza e l’amore di Dio. Di fronte a Cristo tutto il resto, comunque lo si chiami, non ha alcun potere per condizionare la salvezza che egli dona a tutti. Paolo dice che questa pienezza abita “corporalmente” in Cristo, per dire “realmente, quasi fisicamente”. Appare chiaro il riferimento a Cristo, Signore di tutto l’universo creato e capo del suo corpo che è la Chiesa.

b) Nei vv. 2,11-13 Paolo intende ribadire l’appartenenza a Cristo dei fedeli che hanno creduto in lui e sono stati battezzati, entrando così a far parte della Chiesa. Egli si richiama alla circoncisione – pratica religiosa tipicamente giudaica come rito di annessione al popolo eletto – sia perché le idee sulle potenze cosmiche provenivano da fonte giudaica, sia perché essa offre qualche somiglianza col battesimo cristiano, sacramento dell’inserimento della persona umana nella Chiesa, “l’Israele di Dio” come la chiama Paolo (Gal 6,16). Anche per il cristiano si può parlare di circoncisione, ma non di quella fatta da un uomo, ma di quella che opera la grazia di Cristo mediante il battesimo asportando dall’anima il peccato che Paolo chiama “il corpo carnale”.
Dopo il richiamo alla circoncisione, torna il linguaggio tipicamente cristiano sul battesimo, come veniva amministrato nei primi secoli, con la triplice immersione ed emersione della persona nella vasca battesimale. Questa celebrazione richiama la partecipazione del credente alla morte e risurrezione di Cristo: l’immersione è segno eloquente della morte al peccato, al culto degli dèi falsi e inesistenti e alle abitudini pagane che trascinavano a vizi e peccati (Paolo chiama i pagani “incirconcisi nella carne”, cioè del tutto estranei al popolo di Dio, anche a quello dell’A.T.). La riemersione segna con evidenza la risurrezione a una vita nuova improntata al modello evangelico di Cristo e alle norme da lui date ai suoi seguaci.

c) Per caratterizzare e far comprendere questa liberazione Paolo ricorre a un altro paragone. Egli usa un linguaggio che potremmo chiamare giuridico (vv. 2,14-15): Dio è rappresentato come un creditore che ci ha condonato tutti i peccati, cioè ha annullato il documento che attesta il nostro debito verso di lui (il chirografo, parola usata da Paolo, era il documento con firma autentica fatta di propria mano su un documento che attesta una obbligazione verso terzi). Il richiamo alla croce indica il passaggio dall’immagine alla realtà: Cristo inchiodato alla croce ha pagato il debito per tutta l’umanità, offrendo a tutti la grazia della salvezza mediante la fede in lui.
Il brano si chiude con un’altra immagine che richiama l’opera di Gesù non più come un sacrificio, ma come la celebrazione di un trionfo. Paolo ne dà un’idea ricorrendo a un uso tipicamente romano, ma conosciuto in tutto l’impero.  Dopo una vittoria in guerra l’imperatore o il generale vincitore saliva, con i suoi alti ufficiali e l’esercito, al Campidoglio a Roma su un carro trionfale, al quale erano legati come schiavi il re o il generale vinto, tenuto in vita per il trionfo dinanzi alla folla in festa. Così Dio, per opera di Cristo, mostra cosa valgono Principati e Potestà, cioè  le forze immaginate come padrone dell’universo di cui si parlava sopra. Qualunque cosa fossero, sono ridotte come quei capi sconfitti e destinati alla morte, dopo il trionfo.
Paolo deve illustrare la realtà cristiana; ricorre perciò a paragoni conosciuti dai suoi destinatari e lo fa da sapiente maestro con linguaggio vivace, per colpire la loro fantasia e così imprimere meglio le verità della fede cristiana nella loro mente.

Per la riflessione personale:

1) Come “figlia” di s. Paolo riesco ad assimilare la sua esperienza di gioia e sofferenza nell’apostolato che posso fare, quando mi costa interiormente ed esternamente?
2) Come persona consacrata a Cristo, sento che la mia vita è sempre in missione e che Gesù fa sue le mie gioie e sofferenze? (Non son più io che vivo…).
3) Ho mai pensato alla mia preghiera come a una “lotta con Dio” per la chiesa particolare (parrocchia e diocesi) in cui egli mi ha posto come segno della sua presenza?

D. Antonio Girlanda ssp

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