| Quando al pastore evangelico Billy Gratam chiesero quale problema affliggesse la gente più di ogni altro, rispose con una sola parola: “La solitudine”. Paul Tournier, uno psichiatra svizzero, ritiene che la solitudine sia la malattia più devastante del nostro tempo.
La solitudine è un oscuro sentimento, una sensazione che parla di alienazione, esclusione, scontentezza, voglia di qualcosa, inquietudine, vuoto, frustrazione, insoddisfazione, incompletezza, ecc. Alcuni autori sottolineano il bisogno di altro che l’uomo porta dentro di sé. Shakespeare parla di “desideri immortali”, mentre K. Rahner dice che “nel tormento dell’inadeguatezza di tutto ciò che si può ottenere, giungiamo a renderci conto che in questa vita tutte le sinfonie rimarranno incompiute”.
Ci sentiamo soli perché vorremmo più amore e più comprensione di quanta ne abbiamo. Siamo insoddisfatti e irrequieti perché non possediamo ancora una vita piena. Siamo costantemente assetati di qualcosa. Siamo frustrati perché i nostri rapporti sono spesso carichi di ambiguità e di incomprensione. Ci sentiamo vuoti e incompleti perché nella nostra vita ci vengono a mancare tante cose. Ci sentiamo costantemente ai margini, incapaci di penetrare il mistero della vita.
Noi aspiriamo ad un amore e unione totale con Dio e con gli altri, mentre spesso la vita ci fa fare l’esperienza della tensione e della solitudine, e questa esperienza ci spinge a porci la domanda fondamentale: qual è il senso della vita? La solitudine può essere pericolosa quando non è riconosciuta, accettata ed elaborata in modo creativo, e allora rischia di far naufragare nel caos la nostra vita. Ma se è riconosciuta e affrontata nel modo giusto, si rivela una forza straordinariamente creativa e umanizzante (R. Rolheiser).
Affrontarla
La solitudine è una realtà. Il problema si pone nel come la si affronta. Imparare a stare soli può aiutare a superare il senso della solitudine, ad acquistare la capacità di convivere con la propria solitudine. Nel momento in cui avremo la forza e la determinazione di guardare la solitudine in faccia per svelarne le ragioni e capirne il senso, potremo avere la meglio, tramutandola da nemica in buona compagna di viaggio (F. Manara).
“Talvolta – scrive H. Nouwen – sembra che facciamo tutto il possibile per evitare il doloroso confronto con la nostra solitudine di esseri umani, permettendo a noi stessi di essere raggirati da falsi dei, i quali ci promettono una soddisfazione immediata e un sollievo veloce”, mentre la solitudine è un invito ad andare oltre le nostre limitazioni e guardare oltre i nostri confini.
Quando riusciamo a rispettare la nostra solitudine, accettandola come un dato di fatto, facciamo un primo passo in una direzione che ci consente di integrarla in modo creativo nella nostra vita. Il primo passo per superare la solitudine è riconoscere che in questa vita la solitudine non potrà mai essere superata del tutto. Dobbiamo cominciare con l’accettare di essere pellegrini sulla terra, destinati a sentirci inquieti e non realizzati. Soltanto se abbiamo accettato questo fatto non ci faremo più sedurre da false soluzioni. Bisogna, da una parte accettare la nostra incompletezza senza aspettarci tutto dagli altri, dall’altra accettare la nostra finitezza sforzandoci di progredire verso quella pienezza spirituale che sta dentro di noi.
Vantaggi
Esiste anche un’esperienza positiva della solitudine. Essa, infatti, ci consente di ritirarci, di sostare presso di noi, di lasciarci alle spalle l’attività febbrile e il chiasso quotidiano e di ritirarci in solitudine, per “guarire”, come scrive C. G. Jung,: “La solitudine è per me una fonte di guarigione che rende la mia vita degna di essere vissuta”.
“Quando siamo soli con noi stessi – scrive Tudor-Sandahl – la giornata acquista un significato nuovo, completamente diverso. Troviamo tempo per riflettere, per consolarci, tempo per riconciliarci, tempo per riparare, tempo per creare, tempo per ricordare l’antico e per prepararci al nuovo. E per poterci confrontare con l’essenziale: cosa ne faccio della mia vita? Dove vado? Questo discernimento matura solo nel silenzio. Nell’estrema profondità di ogni uomo si trova un tesoro: dobbiamo prenderci del tempo per cercarlo”.
Se abbiamo raggiunto un rapporto positivo con la solitudine, trascorriamo anche volentieri del tempo con noi stessi, così come trascorriamo del tempo con un amico. Non consideriamo un male l’essere soli, non abbiamo la sensazione di vivere solo a metà, di essere vuoti e abbandonati. Sono importanti entrambe le cose: vivere come qualcosa di piacevole sia l’essere solo con me stesso che l’essere in buoni e intimi rapporti con altre persone (W. Müller). Henri Nouwen ci ricorda che “nella solitudine vengono coltivate la dolcezza, la tenerezza, la natura pacifica e la libertà interione di avvicinarsi gli uni gli altri e di ritrarsi gli uni dagli altri. Senza la solitudine… ci insospettiamo… cominciamo a controllarci reciprocamente… Senza la solitudine, da conflitti insignificanti si sviluppano conflitti pesanti con dolorose ferite”.
Il cammino della solitudine – riflette R. Rolheiser – è assolutamente necessario. Artisti, poeti, filosofi e pensatori religiosi di tutte le epoche ci hanno sempre invitato a mantenere nella nostra esistenza uno spazio di solitudine e di interiorità. Soltanto sforzandoci in questa direzione raggiungiamo il nostro io più profondo e la ricchezza interiore. Altrimenti la conseguenza è che rimaniamo superficiali.
Accolta e vissuta nel modo giusto la solitudine può favorire un impegno più costante nel dare noi stessi per gli altri e per cause più grandi di noi. Dag Hammarskjöld l’ha espresso così: “Prega che la tua solitudine possa spronarti a trovare qualcosa per cui vivere, grande abbastanza da morire per essa”.
La solitudine può spronarci a raggiungere una nuova altezza nelle nostre capacità creative. Molte delle grandi opere di letteratura, d’arte, di poesia, di musica e di filosofia, sono scaturite dalle profondità della solitudine dei vari artisti. Soren Kierkeegard vide sempre la solitudine come una sofferenza creativa. Per questa ragione, tra le altre, rifiutò il matrimonio, anche se era profondamente innamorato di una persona. Ha sacrificato, così come lui lo vedeva, l’amore coniugale per seguire la sua “vocazione” alla solitudine. Le sue parole sono state liberatrici per molte persone perché provengono dalle profondità di un cuore solitario e possono quindi parlare alla profondità di altri cuori.
La sofferenza della solitudine può essere un immenso aiuto in quanto ci mantiene in uno stato di perenne inquietudine e insoddisfazione, impedendoci così di disfare i bagagli e di sistemarci; ci ricorda le nozze, mantiene viva l’attesa dello sposo.
Una vita che non conosca un luogo di solitudine, una vita, cioè, priva di un “centro” quieto, facilmente diventa preda di dinamiche distruttive. In solitudine acquisiamo la capacità di smascherare la natura illusoria della nostra ossessività. È in questa solitudine che prendiamo coscienza che l’essere è più importante dell’avere, che la nostra vita non è un possesso da difendere, ma un dono da condividere. In solitudine noi maturiamo la consapevolezza che il nostro valore non coincide con la nostra utilità (H. Nouwen).
La solitudine può aiutarci a diventare più comprensivi, comprendiamo infatti gli altri quando comprendiamo noi stessi. La solitudine può “insegnarci” a piangere e, per questo stesso fatto, renderci sensibili a tutto ciò che vi è di più profondo, tenero e degno dentro di noi.
Scrive F. Manara: “Se saprai guardarla dritta negli occhi ti accorgerai che la solitudine è l’angolo tutto per te che hai sempre cercato, il luogo dove rifugiarti per trovare un’oasi di pace: il porto sicuro per una relazione più convinta e rispettosa con te stesso, capace di rivelarti che il mondo, quando lo vorrai incontrare, è lì ad aspettarti e ad accoglierti”.
Amarsi
La capacità di relazionarmi con me stesso – riflette W. Müller – rappresenta un perno e un cardine di tutte le relazioni al di fuori di me. Molte difficoltà, che compaiono con l’esperienza della solitudine, si possono ricondurre al fatto che la persona che ne è vittima non è sufficientemente consapevole che la capacità di poter stabilire una relazione profonda e vincolante con altre persone dipende anche dal relazionarsi intimamente con se stessi, incontrando e conoscendo se stessi. Se non sono in contatto con me stesso, allora non sono neppure in grado di essere presente nella relazione con altre persone. La misura della mia intimità nei riguardi di un’altra persona dipende dalla misura dell’intimità che ho verso me stesso.
Dalla misura e dall’intimità della relazione che ho con me stesso, dipenderà in modo decisivo la capacità di tollerare bene o male la mia solitudine. Mi sarà più difficile tollerare l’esperienza della solitudine se non ho un vero contatto con me o se ho un rapporto con me stesso caratterizzato da sentimenti negativi. Allora non mi tollero, ho bisogno che altri mi diano ciò che io non so dare a me stesso.
La solitudine è intimamente correlata con l’autostima. Più una persona si piace, più ha una buona opinione di sé, meno soffre la solitudine. L’autostima è paragonabile a un fondamento o a una pietra angolare presente in noi. Dalle condizioni di questo fondamento dipende la maniera in cui procediamo nella vita, il modo in cui ci relazioniamo con noi stessi e con le altre persone. L’autostima mi ricorda che, come persona, sono un valore inestimabile, sono prezioso, non mi devo guadagnare questo valore. Sono fondamentalmente prezioso, malgrado tutta la mia imperfezione e debolezza. In me c’è qualcosa come un tesoro intoccabile e indistruttibile. Nessuno può prenderlo. È importante per me venire a contatto con questo tesoro in me, osservare e giudicare la mia vita da questo punto di vista e non in base alle reazioni del mondo esterno.
L’autostima può essere paragonata ad una relazione d’amore con un’altra persona; quando l’autostima è sana e positiva, essa mi porta a coltivare una relazione d’amore verso me stesso. Finché non sono in grado di amare me stesso, di accettarmi totalmente, non sarò neanche in grado di amare veramente un’altra persona. Non appena comincio a stare bene con me stesso, anche gli altri staranno bene con me.
La capacità di stare soli si lega ineluttabilmente alla scoperta di se stessi, alla scoperta dei propri sentimenti, dei propri bisogni più profondi. La capacità a stare soli si conquista anche prendendo coscienza dei propri stati d’animo, delle proprie sensazioni, dei propri sentimenti. Una volta compresi i propri reali desideri, bisogni, stati d’animo, bisogna accettarli e imparare ad esprimerli. Stare soli significa reintegrare la propria personalità, curarla, renderla armonica, arricchirla di significati. Soltanto nella solitudine e nel silenzio la mente funziona al massimo del proprio potenziale. Apprendere, pensare, rinnovarsi, ridurre il grado di nevrosi, conoscere se stessi, divenire consapevoli di sé: tutto ciò può avvenire solo immergendosi nelle profondità del proprio io.
Don Vito
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