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LA CARITÀ

Carissime ... siamo ancora nel mese delle ferie, agosto, tempo di riposo ma anche di lode e di preghiera a Dio, creatore del mare, dei monti e di ogni cosa; ma ci avviamo anche, pian piano, verso il mese di settembre, dove si ritorna ai ritmi normali di vita: chi al lavoro, chi all’università, chi ai vari impegni, chi all’apparente “non impegno” per motivi di età e/o malattia che sappiamo invece essere “impegno sommo” di pazienza e sofferenza, scuola santa che ci tiene più vicini a Gesù e Maria e rende le nostre preghiere particolarmente efficaci. Liturgicamente il mese di agosto ci guida attraverso vari momenti: la Trasfigurazione del Signore (giorno 6), la festa di S. Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein (9), San Lorenzo diacono e martire (10), l’Assunzione della Beata Vergine Maria (15), San Bartolomeo apostolo (24). Il mese di settembre inizia con Maria, Madre del Buon Pastore (3) e la sua natività (8); segue la festa dell’Esaltazione della Croce (14), la memoria della BVM Addolorata (15), la festa di San Matteo apostolo (21) e la festa dei Ss. arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele (29).
Tra agosto e settembre ci saranno inoltre altri tre momenti che è bene per noi vivere intensamente. Nel mese di agosto avrà luogo l’evento della Giornata Mondiale della Gioventù a Madrid (16-21); preghiamo perché i giovani di tutto il mondo facciano una forte esperienza di Dio e di Chiesa, perché vivano con sempre più passione la loro fede, e anche perché tanti di loro rispondano con una vita di dedizione totale al Signore nella consacrazione. Il 20 agosto, memoria di San Bernardo, inizia per noi paolini il triennio di preparazione al Centenario di fondazione della Società San Paolo e della Famiglia Paolina tutta. Invitiamo ciascuna a sensibilizzarsi all’evento e a leggere e viverne i contenuti, partendo dal documento dei Governi Generali che alleghiamo a questa Circolare, riguardante il programma della Famiglia Paolina per il Centenario. Il mese di settembre vede anche i nostri gruppi impegnati nei Convegni di Zona: invitiamo calorosamente tutte le sorelle a partecipare e preghiamo perché vivano questo incontro come momento di grazia, come condivisione tra i gruppi della Zona, momento di preghiera particolare a Maria e di promozione vocazionale. Il tema di riflessione di questo mese è “la Carità”, virtù cardine della vita cristiana: “Dio è amore” e noi siamo chiamati a diventare “amore”.

L’amore è…

La vita è vocazione all’amore. Abbiamo tutti uno sconfinato bisogno di amore. Ognuno di noi, nel suo intimo, desidera amare ed essere amato. Scrive Giovanni Paolo II: “L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso se non gli viene rivelato l’amore, se non si incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente”. Gesù, nell’ultima cena, ha lasciato un comandamento riassuntivo di tutta la sua dottrina: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,34-35). L’amore è la legge fondamentale su cui poggia l’intero universo; dalla sua osservanza dipende la perfetta armonia, la vera gioia e la fecondità di ogni vita. Quando viene infranta subentra la disarmonia e con essa affluiscono i mali di ogni genere: pensieri di invidia, risentimento, rancore, antipatia, odio contro gli altri e distruzione di se stessi (L. Cian). Scrive E. Fromm: “L’amore è l’unica soluzione valida al problema dell’esistenza umana. Qualunque società che escluda lo sviluppo dell’amore deve, a lungo andare, perire per le proprie contraddizioni con le fondamentali necessità della natura umana”. Per Dante è “l’amor che move il sole e l’altre stelle” e per Teilhard de Chardin “si spiega l’Evoluzione universale quando la si mette in rapporto con l’Amore… perché l’Amore è la più universale, la più potente e la più misteriosa di tutte le energie cosmiche”.

Un’arte

“L’amore è un’arte così come la vita è un’arte: se vogliamo sapere come amare dobbiamo procedere allo stesso modo come se volessimo imparare qualsiasi altra arte, come la musica, la pittura, oppure la medicina o l’ingegneria” (E. Fromm). Ad amare si impara. Come impariamo a scrivere scrivendo, a cucinare cucinando, ad essere cortesi esercitando la gentilezza, così impariamo ad amare amando. Amare è volere il bene dell’altro con tutte le forze, è credere nell’altro, dargli fiducia. Amare è acconsentire alla presenza dell’altro, fargli posto, mettersi a sua disposizione. Amare è ascoltare l’altro, mettersi nel suo stato d’animo. Amare è dire all’altro: “Grazie di esserci!”. L’amore è premura verso l’altro, è responsabilità dell’altro, è rispetto dell’altro. “L’amore è pura gioia di pensare all’altro, di togliersi dal centro della propria vita per lasciare all’altro lo spazio d’onore” (R. Tagore). Quando si ama si impara ad accogliere tutto e tutti con un senso di libertà, di serenità, superando urti e incomprensioni, cercando sempre il buono e il bello che si nasconde in ogni realtà umana. Quando non si ama ci si sente obbligati, quasi schiavi delle situazioni, chiusi in strettoie soffocanti, costretti in rapporti non voluti; tutto diventa noioso, anonimo, abitudinario e genera nell’animo un senso di pesantezza. Con l’annuncio che “chi perde la sua vita la salva”, Gesù intende dire che chi riesce a disfarsi del suo uomo vecchio, egoista, ha accesso alla vita vera e all’amore che salva. Si tratta di barattare gli abiti da lui usati con vesti fresche e leggere, la chiusura con lo spazio, l’egoismo con l’amore, l’interesse personale con quello di tutti. Se si vuole godere il dono dell’amore bisogna allargare il cuore, impegnarsi in una lotta senza fine contro l’egoismo pigro e pavido, che elimina e cancella, rifiuta e ignora, riducendo via via la capacità di donarsi. Certo è che questo “allargare il cuore” non si realizza senza fatica, senza sofferenza, senza operare dei tagli. L’amore esige un apprendistato perenne, una ascesi coraggiosa, un impegno serio e severo, per realizzarsi nella sua verità, per raggiungere quella profondità che attinge alle sorgenti infinite di Dio (G. Basadonna). Già avanti negli anni il filosofo esistenzialista francese Jean-Paul Sartre riconosceva l’importanza dell’apertura agli altri: “La solitudine è la mia prigionia, la punizione per un crimine da me commesso anche se non so bene quale, ma probabilmente di non aver mai veramente amato. L’apertura è fondamentale. Se non si esce da se stessi tramite l’amore si rimane soli”. L’Effatà (“apriti”) che Gesù pronuncia nel risanare il sordomuto (Mc 7,34), è un appello rivolto ad ogni uomo, è l’invito a togliere le palizzate al nostro recinto per lasciarvi circolare liberamente l’amore di Dio e del prossimo. Sant’Agostino, in una sua ardente orazione alla Trinità supplicava: “Se sei riuscito ad aprirmi, entra! Ma se sono ancora chiuso, aprimi!”. Nell’Apocalisse lo Spirito detta all’angelo della Chiesa di Laodicea: “Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20). Scrive A. Camus: “Se dovessi scrivere un trattato di morale, questo libro avrebbe cento pagine: novantanove assolutamente bianche. Sull’ultima scriverei: conosco solo un dovere: l’amore”. Per K. Gibran l’amore va seguito sempre, anche quando è doloroso: “Quando l’amore vi chiama seguitelo. Anche se le sue vie sono dure e scoscese. E quando le sue ali vi avvolgono, affidatevi a lui. Anche se la sua lama nascosta tra le piume potrebbe ferirvi. E quando vi parla, abbiate fiducia in lui. Anche se la sua voce può infrangere i vostri sogni come il vento del nord devasta un giardino. Perché l’amore come vi incorona, allo stesso modo può crocifiggervi. E come vi fa fiorire, allo stesso modo vi recide. Allo stesso modo in cui ascende alle vostre sommità e accarezza i vostri rami più teneri che fremono nel sole, così può scendere fino alle vostre radici e scuoterle fin dove si aggrappano alla terra. Come covoni di grano vi raccoglie intorno a sé. Vi batte fino a spogliarvi. Vi setaccia per liberarvi dai vostri gusci. Vi macina fino a ridurvi in farina. Vi impasta rendendovi malleabili. Poi vi affida alla sua sacra fiamma, per rendervi pane sacro per il sacro banchetto di Dio… E non poter pensare di comandare il cammino dell’amore: se vi trova degni, è lui a dirigere il vostro cammino”. Solo l’amore può diventare il “maestro d’orchestra” della nostra vita, che la dirige con passione, con competenza, fondendo mirabilmente tra di loro i vari strumenti o le varie fasi della nostra esistenza. Scrive Victor Frankl: “D’un tratto tutto mi fu chiaro. Per la prima volta nella mia vita, coglievo la verità cantata da molti poeti e che molti pensatori definiscono la vera saggezza: il fatto che l’amore sia lo scopo supremo e più elevato cui l’uomo possa aspirare. Poi capii il significato del più grande segreto che devono comunicare la poesia, il pensiero e la fede umani, ossia che la salvezza degli uomini è resa possibile grazie all’amore e nell’amore”. C’è una pagina di un famoso libro dello scrittore Saint-Exupery, Il Piccolo Principe, in cui prima di lasciare la sua amica volpe, il Principe le rivolge una frase rimasta celebre sull’amore: “Addio! Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”.

Donarsi

Amare – riflette L. Cian – è donare. Donare non è “cedere” qualcosa, privarsi, sacrificare, ma esprimere nel momento del dono la propria ricchezza, la propria vita e gioia di vivere, per arricchire l’altro, perché anche lui diventi capace di donare e insieme condividere la gioia di sentirsi vivi. Amare è servire. Servire una persona è non solo tener conto di ciò che è, ma anche far attenzione a ciò che può diventare. In ognuno, per quanto mediocre possa essere, esiste un “io” profondo che chiede urgentemente di essere realizzato. Amare una persona vuol dire mettersi al servizio di questo “io” per aiutarlo a svilupparsi e realizzarsi; amarla vuol dire quasi chiamarla all’esistenza, farla vivere, farla essere di più, dandole credito, guardandola con speranza. Amare è rispettare, accettare, cioè è desiderare che l’altro si sviluppi e cresca a modo suo, per quello che è, secondo i suoi progetti. Se io amo una persona mi sento uno con lei, ma con lei così com’è, non come io la vorrei. Quando si ama ci si sente così forti ed entusiasti da avvertire un desiderio di impegni più decisivi. Si guarda più in alto, si sente che si è capaci di “grandi cose”, si intravede il sogno di un altro modo di spendere la vita, si sente la forza per abbattere ogni ostacolo, per lasciare uscire finalmente la creatura nuova che urge dentro. L’amore è veramente una sciabolata di luce, di novità, di creatività che mi fa sembrare ogni giorno sempre diverso dagli altri e mi fa toccare con la punta delle dita uno squarcio di cielo e di eternità. Quando l’uomo comincia ad amare si rende conto di essere un altro, di avere altre dimensioni, di possedere una vitalità che spesso viene mortificata, ignorata. L’amore diventa una splendida avventura che trascina la persona in regioni inesplorate e, nel medesimo tempo, rivela la vera identità umana, la possibilità di rapporti nuovi, di atteggiamenti, di sensazioni, di intuizioni sempre più vaste. L’uomo si accorge che le sue misure sono senza confini: tutto diventa più aperto e prende i colori più belli, sembra che la vita si offra in tutta la sua pienezza (G. Basadonna).

Agápe

Mentre la nostra lingua conosce solamente un termine per “amore”, la lingua greca usa tre parole differenti: éros, filía e agápe. Col concetto di éros viene indicato l’amore passionale, il desiderio sensitivo dell’amore. Non solo il desiderio dell’attrazione tra l’uomo e la donna, ma il desiderio di tutto quanto è degno di essere posseduto. Filía esprime il concetto di amicizia e indica l’amore disinteressato di chi si prende cura dell’altro, di una persona, di un amico, della patria, della propria terra. Agápe è l’amore divino, limpido e puro. Questo è l’amore che Dio ha per noi. Agápe non ha alcuna idea di possesso o desiderio di controllare l’altro. Emana il riflesso dell’amore divino. È l’apice al cui raggiungimento tutti aspiriamo dal profondo dell’anima. Agápe è un dono del Signore prima che una conquista personale. Dio, che è Padre, nel Figlio attraverso lo Spirito effonde l’amore nei cuori che lo accolgono e vitalizza i germi, che già esistono, dell’accoglienza, della pazienza, della comprensione, del perdono, della fedeltà, della devozione, della solidarietà fino all’amore per il nemico. Dio è agápe (1Gv 4,8.16). È questa la rivelazione più alta e sintetica di Dio stesso, della sua natura intima. Con la sola parola agápe la rivelazione del Nuovo Testamento ci lascia intravedere il mistero della comunione eterna e reciproca del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Dio Padre mostra il suo infinito amore per l’uomo quando dona il Figlio: “Se amare significa donare, e se amare molto significa donare molto, e se il più grande di tutti i doni non è che donare se stessi, e se, tra tutte le realtà capaci di donare se stesse, non c’è nulla più grande di Dio, allora è necessario che l’uomo riconosca che non può ricevere delle prove più evidenti dell’amore di Dio se non dal dono che Dio gli ha fatto di suo Figlio” (L. Chardon). La virtù della carità è una partecipazione della carità divina e in forza di questa partecipazione Dio associa l’uomo alla comunione con sé o meglio gli comunica la sua stessa beatitudine. Dio mi ama e mi rende attivamente capace di amare come lui stesso ama; l’amore con cui io rispondo è la stessa virtù della carità, con la quale io, con lo stesso amore con cui Dio mi ama, amo innanzitutto Dio, me, il mio prossimo, il creato. Scrive sant’Agostino: “Ti viene imposto un breve precetto: ama e fa’ ciò che vuoi; sia che tu taccia, taci per amore; sia che tu parli, parla per amore; sia che tu corregga, correggi per amore; sia che perdoni, perdona per amore; sia in te la radice dell’amore, poiché da questa radice non può procedere se non il bene”.

Don Vito

(continua nell'area riservata)

 

 

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