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CIRCOLARE

POVERO PER DIVENTARE RICCO

 

Carissime...

siamo già nel mese di Dicembre e il nostro pensiero va immediatamente al Natale. Ci prepariamo a questa grande festa contemplando le meraviglie che il Signore ha fatto nella vita della Madonna, l’Immacolata Concezione (8 dicembre), la Vergine purissima che ha offerto il suo grembo perché Dio si potesse fare uomo.
A lei, Madre santissima – che abbiamo da poco potuto contemplare nella grotta di Lourdes dove è apparsa a Bernardette – chiediamo di benedire il nostro incontro vocazionale del 6-8 dicembre a Roma, perché porti frutti secondo il suo cuore.
“Il Verbo si è fatto carne” ci annuncia Giovanni nel prologo del suo Vangelo, l’Onnipotente si veste di debolezza, la Ricchezza prende i panni della povertà: paradosso di un “Dio misterioso”, le cui “vie non sono le nostre vie” e di cui facciamo bene a “seguire le orme” perché “la debolezza di Dio è più forte degli uomini”. Mettiamoci dalla parte del Dio debole, del Dio umile, del Dio povero. Solo attraverso la povertà possiamo entrare nella Ricchezza.

AVERE O ESSERE

L’argomento ‘povertà’ è oggi decisamente fuori moda. Verbi come ‘lasciare, abbandonare, perdere, distaccarsi’ non hanno molti ascoltatori. Quelli che si impongono oggi sono piuttosto verbi come ‘produrre, guadagnare, comprare, arricchirsi, avere sempre di più’. Oggi impera la cultura che “fa dell’avere, del possesso e del consumo un ideale di vita e il parametro del valore delle persone” (F. M. Diez).
L’errore sta nel confondere il mezzo con il fine – commenta U. Terrinoni – l’avere con l’essere; sta nel tendere ad una sempre più crescente ricchezza, cedendo all’illusione di trovare finalmente la felicità piena. Ma la ricchezza non può essere il fine ultimo della vita: “La ricchezza può comperare la buccia di molte cose, ma non il seme; può darti il cibo non l’appetito, le medicine non la salute, i conoscenti non gli amici, giorni di piacere non la pace dell’anima” (Ibsen).

Ogni uomo si trova ben presto nella vita di fronte al dilemma “avere o essere”. Chi insegue l’avere corre seriamente il rischio di smarrire la propria identità. In una società in balìa dell’avere come la nostra, è urgente recuperare la dimensione spirituale dell’uomo, ricomporre l’unità lacerata da una vita piena di mille cose esterne all’uomo, in modo da restituirlo al giusto destino di “aviatore verso l’eterno”.

INCOMPIUTEZZA

L’essere umano è “incompiuto, fragile, solitario, non autosufficiente. La sua esistenza è precaria, contingente: non dipende da lui nascere, determinare la durata della sua vita, fissare il momento della sua morte. Appare (e scompare) quasi per caso in quell’ambiente, in quel momento storico. Incompleto, sempre alla ricerca incerta della sua pienezza, incapace di compiersi da sé, minacciato dalla sofferenza e dalla morte, l’uomo è, per natura, una figura di incompiutezza aperta e di povertà” (T. Matura).
L’uomo, proprio perché limitato, è un intreccio di dipendenze. Vive attraverso e per gli altri, è fatto per l’accoglienza e per il dono. L’interdipendenza, la solidarietà e la condivisione sono inscritte nel cuore della sua esistenza. La sua dipendenza riguarda anche il suo essere in rapporto al cosmo. I beni della creazione sono indispensabili per assicurargli la sussistenza e la felicità. Non può vivere senza aria, cibo, abbigliamento, casa, protezione, ecc. Da qui il suo legittimo desiderio di questi beni.
Segnata nel suo essere dalla incompiutezza, la persona è chiamata a vivere in armonia con la sua condizione di creatura limitata. Il riconoscimento e l’accettazione di questa povertà fondamentale, la mettono in armonia con se stessa e in relazione con l’umanità intera.

I POVERI

Se è vero che vi sono paesi che vivono nella ricchezza, è altrettanto vero che la povertà imperversa in tanti paesi del ‘terzo mondo’. La ricchezza è l’eccezione e la condizione della povertà costituisce, per la maggioranza dell’umanità, una condizione frequente se non abituale: una buona parte di essa, infatti, è non solo nella povertà, ma nell’assoluta miseria (E. Bianchi).
Il più grande peccato dell’opulenta società occidentale contro i poveri è forse l’indifferenza, il far finta di non vedere e non sentire, il “passar oltre, dall’altra parte della strada” (cfr. Lc 10,31). Quello che Gesù rimprovera al ricco epulone, più ancora del suo lusso sfrenato, è l’indifferenza verso il povero che giaceva alla sua porta.
Si tratta allora di far entrare la preoccupazione per i poveri nel nostro cuore, di modo che non sia più un problema che riguarda gli altri e non noi, ma divenga come un problema di famiglia. Mettiamoci un istante dalla parte di Dio, cerchiamo di vedere le cose come le vede Lui: “Egli è come un padre di famiglia che ha sette figli e ad ogni pasto assiste alla stessa scena: due figli da soli si accaparrano quasi tutto quello che c’è in tavola, lasciando gli altri cinque a stomaco vuoto” (R. Cantalamessa).
Scrive Giovanni Crisostomo riguardo al bisogno di condividere le proprie ricchezze con i poveri, anche le eventuali ricchezze ‘superflue’ della Chiesa: “Che vantaggio vuoi che abbia Cristo se la mensa del sacrificio è piena di vasi d’oro mentre poi muore di fame nella persona del povero? Prima sazia l’affamato e solo in seguito orna l’altare con quello che rimane. Gli offrirai un calice d’oro e non gli darai un bicchiere d’acqua?”. Blaise Pascal, durante la sua ultima malattia, non potendo ricevere il viatico perché non tratteneva nulla, chiese che gli portassero in camera un povero, perché “non potendo comunicare nel Capo, possa almeno – diceva – comunicare nel suo corpo”. San Martino di Tours, ancora soldato e catecumeno, incontrò un povero nudo, semintirizzito dal freddo; tagliò allora il suo mantello in due e ne diede metà al povero. La notte gli apparve Cristo vestito del suo mantello che diceva agli angeli: “Martino mi ha ricoperto con questa veste”.
Il povero è Gesù che gira ancora in incognito nel mondo. Un po’ come quando, dopo la risurrezione, apparve sotto altre sembianze – a Maria come giardiniere, ai discepoli di Emmaus come un viandante, agli apostoli sul lago come uno che si intendeva di pesca – aspettando che i loro occhi lo riconoscessero: “È il Signore!” (Gv 21,7).
A che serve, dice San Giacomo, impietosirsi davanti al fratello o sorella privi del vestito e del cibo dicendo loro: “Poveretto, come soffri! Vai, riscaldati, saziati!”, se tu non gli dai nulla di quanto ha bisogno per riscaldarsi e nutrirsi? La compassione, come la fede, senza le opere è morta (cfr. Gc 2,15-17). L’esempio di tanti uomini e donne del nostro tempo, come dom Helder Câmara, l’Abbé Pierre, Marcello Candia e tanti altri, ci mostra che ci sono tante cose che si possono fare per soccorrere i poveri, ognuno secondo i propri mezzi e possibilità.

Don Vito

(Continua nell'area riservata)

 

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