pienezza;egli lo vive tutto; ne scandaglia i profondi misteri della dottrina del cuore, della santità, della umanità e divinità… ci presenta il Cristo totale” (AD 159-160).
Le lettere dell’Apostolo Paolo sono la sorgente del pensiero e dell’azione del Fondatore. Questo è chiarissimo negli scritti di don Alberione: “Ho contato nelle sue pagine – scrive don Roatta – 3.500 citazioni esplicite o implicite dalle Lettere, circa 150 dagli Atti e oltre mezzo migliaio di cenni su san Paolo e sulle nostre relazioni con lui… Rileggendo don Alberione sotto questo aspetto, mi è parso anche di aver cominciato a capire più concretamente cosa significhi avere lo ‘spirito paolino’, cioè pensare, pregare, scrivere, orientarsi e agire ispirandosi a Paolo”.
Scrive il nostro beato Alberione: “Prima di mettere l’Istituto sotto la protezione di san Paolo apostolo si è pregato molto. Si voleva un santo che eccellesse in santità e nello stesso tempo fosse esempio di apostolato. San Paolo ha unito in sé la santità e l’apostolato” [Pr SP 302]. Don Sassi, nella sua prefazione al recentissimo volume L’Apostolo Paolo, ispiratore e modello (APIM), sottolinea questo binomio: “L’ammirazione alberioniana per la personalità di San Paolo nasce dalla sintesi tra amore a Cristo e amore alla missione apostolica, che l’Apostolo vive in pieno e che non esita a indicare alle sue comunità come modello da imitare. Il carisma paolino ha la sua sorgente nell’impegno di cristificazione, da cui scaturisce la totale dedizione all’apostolato. San Paolo incarna queste due dimensioni complementari di una fede compiuta: ‘Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me’ (Gal 2,20) e ‘mi sono fatto tutto a tutti’ (1Cor 9,22)”.
Una presenza tangibile
Paolo, per Alberione, è stato una presenza viva nella sua vita di fondatore. Egli racconta di momenti difficili in cui l’aiuto dell’Apostolo è stato veramente tangibile: “Si corsero vari pericoli – ricorda il Primo Maestro riguardo ai primi tempi della fondazione – e di vario genere: personali, economici; accuse in relazioni scritte e verbali: si viveva pericolosamente giornate e giornate. San Paolo fu sempre salvezza” (AD 164).
La guarigione dalla tisi nel 1923, don Albe-rione la fa risalire all’Apostolo: “A san Paolo va attribuita anche la guarigione del Primo Maestro” (AD 64). Anche riguardo a difficoltà apostoliche si percepiva sempre la protezione di san Paolo: “Fin dall’inizio della Congregazione san Paolo ci ha ottenuto molte grazie per l’apostolato stampa… È san Paolo che ha fatto superare certe difficoltà per noi! È san Paolo!” (Pr C 342).
Il Fondatore stesso visse in intima compagnia di san Paolo fino alla fine: “Ricordo un pomeriggio – scrive don Roatta – in volo tra Rio de Janeiro e Caracas: egli (il Primo Maestro) trasse di tasca il suo libriccino e lesse a lungo. Sbirciai anch’io: si trattava di una edizione minuta delle lettere di san Paolo: mi parve stesse leggendo un capitolo ai Filippesi. Egli aveva 80 anni: era il suo ultimo viaggio intorno al mondo; ma non poteva tralasciare, anche un solo giorno, il viatico che lo aveva sempre accompagnato”.
Galati 2,20
Don Alberione è affascinato dalla personalità di Paolo. Gal 2,20 è per lui la citazione che sintetizza tutto l’Apostolo: ‘Non sono più io che vivo, ma è il Cristo che vive in me’. È il passo più citato da Alberione (150 volte). In queste parole di Paolo, il Fondatore vede “la lente che converge nell’unità tutta la persona di san Paolo, tutti i suoi scritti, tutti i suoi pensieri, tutta la sua attività… Gal 2,20 è visto da Don Alberione come la sintesi e il punto culminante della maturazione personale dell’Apostolo” (A. Castegnaro). La Catechesi Paolina vede in questo versetto della Lettera ai Galati la “sommità dell’esperienza di Cristo a cui deve convergere ognuno di noi quando vuole ripetere nella storia la presenza di Paolo” (pag. 140).
Per don Alberione qui è tutto il cuore di san Paolo: “Tutta la forza di san Paolo è in Gesù Cristo. Come nella vita, così nella preghiera, san Paolo afferma: ‘Non son più io che vivo: è il Cristo che vive in me’. Egli non conosce che Gesù e di Gesù ha riempito la sua predicazione e le sue epistole” (Pr SP 270). È la mèta di tutti i paolini: “Nell’Istituto nostro ha vera e giusta personalità chi vive integralmente l’ideale paolino… come san Paolo: ‘Vivo, ma non più io: è il Cristo che vive in me’ (CISP 783)… Si ha il religioso completo, felice, in vera spiritualità paolina, solo quando arriva al ‘Vive in me il Cristo’ (UPS IV 201)… Sempre, sia nella meditazione che nella ricreazione, e in tutto, ci sia questo pensiero dominante: ‘In me vive il Cristo’ (Pr E 395)”.
Il vero Fondatore
Se da un lato don Alberione scopre ed è attratto sempre più da san Paolo e ‘lo sceglie’ come figura di primo piano nella spiritualità che sarà perciò chiamata ‘paolina’, dall’altro si accorge che la vera scelta l’ha fatta san Paolo: “È il vero fondatore dell’Istituzione. Infatti egli ne è il padre, maestro, esemplare, protettore. Egli si è fatta questa Famiglia con un intervento così fisico e spirituale che neppure ora, a rifletterci, si può intendere bene e spiegare. Tutto è suo… tutto mosse, tutto illuminò, tutto nutrì; ne fu la guida, l’economo, la difesa, il sostegno: ovunque la Famiglia si è stabilita… Non è che noi lo abbiamo eletto; è invece, san Paolo che ha eletto noi” (CISP 147). Nella sua autobiografia, don Alberione sottolinea questa sua convinzione: “Per lui è nata, da lui fu alimentata e cresciuta, da lui ha preso lo spirito” (AD 2).
Fra i molti titoli che Alberione ha dato a san Paolo un particolare posto occupa quello di Padre: “Persuadiamoci che san Paolo è un padre tenerissimo (Pr SP 268)… Ecco la sua tenerezza: ‘Figlioli miei, che partorisco, fino a che sia formato il Cristo in voi’ (UPS II, 16)… Quale affetto non nutrì per i suoi primi discepoli: Tito, Timoteo, Tecla, Luca, Filemone! Quanti santi non gli fiorirono intorno! Gli fiorirono allora, gli fioriranno anche adesso! (Pr SP 268)”. Ai fratelli maggiori della Società San Paolo, riunitisi ad Ariccia nell’Aprile del 1960 per un corso di Esercizi spirituali, rivolgeva queste parole: “Benvenuti, cari fratelli, in questa Casa… Vi accoglie il nostro Padre, Maestro e Protettore San Paolo: quanto ci ha amati, custoditi, sostenuti! E voi ne avete portato la dottrina, la devozione, il nome, glorificandolo nelle varie nazioni. Fu Padre e Madre per tutti i suoi figli e crebbe la Famiglia Paolina che è sua. Veramente, se anche avete diecimila maestri, uno solo è il vostro padre: ‘Mediante il Vangelo vi ho generati’, cfr. 1Cor 4,15” (UPS I, 11).
San Paolo è nostro Padre e quindi noi siamo gli eredi. “I figli e le figlie ricevono l’eredità dal Padre. Figli e figlie di san Paolo, accogliete con gioia l’eredità del Padre, di san Paolo, la sua sapienza, i suoi consigli, i suoi esempi in ogni virtù, il suo spirito di pietà, il suo zelo per tutte le anime, per tutti i popoli (CISP 695-696)… Tutto ciò che è di san Paolo è nostro. Chi trova la verità nella lettura, nello studio delle lettere di san Paolo, se la prenda: ne ha diritto: deve avere parte nella eredità del Padre! (Pr SP 250)”.
San Paolo è vicino e ha cura di noi: “Egli dal Paradiso ci guarda con tenerezza, si può dire che vive con noi, in mezzo a noi, sente i palpiti del cuore, osserva tutti i nostri desideri, partecipa alle piccole battaglie del nostro cuore, veglia su di noi nei pericoli, ci conforta nelle pene, ci ottiene dal Signore infinite grazie, allevia i nostri dolori, ci provvede del necessario alimento, smuove tanti cuori a beneficarci”.
Don Vito
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