A otto anni si recava ognimattina in chiesa per servire la Messa e comunicarsi, e vi era fedele anche nel più rigido periodo invernale.
“In una mattinata nevosa – scrive don Lamera in una biografia sul Beato – tentò di andare ugualmente fino alla chiesa, sfuggendo alla vigilanza dei genitori, cosicché il babbo dovette andare a rintracciarlo. Lo trovò aggrappato ad una siepe, incapace di proseguire, e se lo caricò sulle spalle per riportarlo a casa”.
Don Alberione incontrò il piccolo Giuseppe per la prima volta a Narzole (CN) quando, novello sacerdote nel 1908, fu inviato ad aiutare il parroco che era ammalato. Don Alberione notò subito, tra i fanciulli che frequentavano la chiesa, il piccolo ‘Pinotu’ (Giuseppe) “per la sua pietà – scrive il Fondatore – per la sua serietà quasi superiore all’età, per il suo amore allo studio… Mi facevano impressione le sue domande e risposte assennate…”.
Una volta Alberione chiese ai ragazzi se non ci fosse qualcuno che volesse farsi prete e Giuseppe subito espresse il suo desiderio: “Io mi farei prete, ma… ci vogliono dei denari per farsi prete… mio padre non può farmi studiare”. Alberione prese allora contatti con la famiglia e, vinti i timori del padre che acconsentì a donare al Signore il suo primogenito, si diede da fare per trovare chi lo aiutasse a far entrare “Pinotu” in seminario.
Con don Alberione
Gli studi di filosofia e teologia arricchirono enormemente la mente e il cuore del giovane seminarista. Don Alberione, intanto, portava dentro il suo cuore la luce che lo aveva illuminato nella famosa notte di adorazione del 31 dicembre 1900. Egli aveva sentito in modo profondo i mali che minacciavano la Chiesa e il mondo, il bisogno di far penetrare il Vangelo nelle masse scristianizzate dalla stampa; bisognava con lo stesso mezzo cristianizzarle, diffondendo la Bibbia, la Parola di Dio.
In seminario il nostro Giuseppe ebbe don Alberione sia come insegnante sia come direttore spirituale e pian piano ne assorbì lo spirito, i desideri, la vocazione speciale verso la quale il Signore lo stava chiamando. E così, poco dopo l’inizio della fondazione della Società San Paolo (1914), il giovane Giaccardo si unì alla piccola famiglia di Don Alberione. Nel 1917 Don Alberione lo presentò ai suoi giovani e gli diede il nome di “Maestro” (che sempre poi gli restò nella Famiglia Paolina), a significare il ruolo di guida che doveva avere per loro. Nel 1919 Giaccardo venne ordinato sacerdote ed annotò nel suo Diario: “Fu un abbraccio con Gesù e uno smarrirmi nel suo Cuore”.
A Roma
Nel 1926 Don Alberione mandò don Giaccardo a Roma per fondare una nuova casa. A Roma il nostro Beato incontrerà ogni genere di difficoltà, ma non mancherà l’aiuto di Dio, specialmente attraverso l’abate della Basilica di San Paolo, il futuro card. Schuster. Egli conobbe poi don Timoteo più da vicino ed ebbe sempre per lui una profonda venerazione: “Supererà tutto; è tanto umile e prega”. In un’altra circostanza disse: “Se don Timoteo dice così non discutete più: egli ci vede bene”. Più volte, lo stesso abate, recandosi a visitare la nuova comunità, ripeteva: “Betlem! Betlem!”. Da cardinale, alla morte di Giaccardo nel 1948, ricorderà ancora: “Oh, anni preziosi di ricca povertà e di eroico abbandono in Dio. Giorno per giorno il corvo recava il pane quotidiano”.
I lavori nella piccola tipografia cominciarono quasi subito dopo l’arrivo a Roma. Raccontava un confratello: “Dovevamo pagare parecchie scadenze… in casa non vi erano i soldi. Dicevo a don Timoteo: “Mandiamo un sollecito…”, ma egli replicava: “Non è necessario…”. Più tardi compresi: don Timoteo aveva messo nel Tabernacolo una lettera con la lista dei debiti e ogni giorno ne aspettava la risposta per la cancellazione, e questa risposta arrivava…”.
L’esperienza di Roma continuò fino al 1936, quando Giaccardo ritornò ad Alba per circa un decennio come superiore della Casa Madre. Il nostro Beato fu di nuovo a Roma nel 1946 per svolgere il ruolo di Vicario Generale della Pia Società San Paolo a fianco del Fondatore. Nel 1948, colpito da una leucemia fulminante, si consegnò definitivamente nelle mani di Dio.
Nel 1955 fu introdotto, per volere del Fondatore, il processo ordinario informativo sulle virtù, la vita e la fama di santità di don Timoteo. Nel 1985 Giovanni Paolo II firmò il decreto sull’eroicità delle virtù del Venerabile Giaccardo e il 22 ottobre del 1989, dopo l’approvazione del miracolo della guarigione della pia discepola suor Luciana Lazzarini, lo proclamò beato in piazza san Pietro.
Alberione e Giaccardo
Don Timoteo è diventato quello che è perché è riuscito a rimanere sempre, volontariamente, al secondo posto. Egli ha costruito la sua personalità collaborando nell’obbedienza al Primo Maestro. Questo richiese a don Timoteo una dura lotta con se stesso.
Ci furono alcuni momenti di tensione iniziale tra il Fondatore e il giovane Giaccardo. Il nostro Beato sapeva, però, che proprio qui era la sua battaglia spirituale più importante: abbattere la propria superbia, ‘lavorarsi’ per diventare docile strumento nelle mani di Dio, tramite la sua totale obbedienza al Fondatore. Così egli pregava: “Tu comandi, o Gesù; il canale della Tua volontà è il sig. Teologo: in lui mi affido. Sopra di lui sei Tu, o Gesù, io ti vedo”. E altrove: “O divino Maestro… io depongo nel calice del ‘sì’ che tu hai detto al Padre, l’olocausto del mio volere e della mia volontà alle disposizioni del Primo Maestro”.
Don Timoteo “dal giorno in cui si incontrò, fanciullo, con don Alberione, fino alla sua morte, lo amò di un amore filiale e devoto” (Lamera). Egli restò fedele al suo motto: “Sempre, tutto in collaborazione col Primo Maestro”. Confidava un giorno a un sacerdote: “Vedi, padre, qualsiasi cosa mi comandasse don Alberione, lo farei senza esitazione perché so che egli mi segue sempre ed ovunque con la sua preghiera”. Ed altrove: “Io avrò verso il Primo Maestro filiale comprensione fino all’eroismo, filiale docilità fino all’eroismo, e pregherò per lui: egli è il padre, la guida, il maestro dell’anima mia”.
Il Fondatore da parte sua lasciò una testimonianza di stima eccezionale del nostro Beato, a un mese dalla sua morte: «Fu il maestro che tutti precedeva con l’esempio, che tutti insegnava, che tutti consigliava, che tutto costruiva con la sua preghiera illuminata e calda. Fatto sempre tutto a tutti; il primo reputandosi l’ultimo; sensibilissimo, dolcissimo, delicatissimo... Nella Fa-miglia Paolina era come il cuore e l’anima. Im-mensa riconoscenza gli deve il Primo Maestro, e con lui tutti, come tutti sapevano di essere da lui amati. Si può dire che fu sempre il vicario di fatto. E certamente io mi fidavo più di lui che di me… A chi volesse conoscere chi incarnò tutto l’ideale del paolino nella sua integrità, si dovrebbe indicare il ‘Signor Maestro’».
Umiltà e superbia
Don Giaccardo, lungo tutta la sua vita, avrà sempre davanti a sé l’obiettivo principale da raggiungere: “Sostituire Gesù all’uomo”. C’era quindi da operare una “completa trasformazione in Gesù Cristo”, egli scriveva nel 1915. Non è un lavoro generico, ma preciso, duro, costante. Egli lottò per decenni per diventare umile, convinto che l’umiltà è il fondamento della santità, a cui aspirò con tutte le forze. “L’oggetto della mia formazione spirituale – egli scrive – sarà l’umiltà verso Dio, verso il prossimo, verso me stesso”. Annota altrove nel suo Diario nel 1918: “Me lo ha detto il mio Padre spirituale: in me vi è un fondo di superbia da riformare radicalmente. Su questa mia superbia Dio non innalzerà l’opera sua; ho bisogno di un lungo tirocinio; è necessario che mi nasconda, stia sepolto e muoia”.
Anche se in questa lotta per dare a Dio priorità sull’io ci possono essere delle debolezze, non bisogna, però, mai perdersi d’animo: “Dobbiamo amare la nostra piccolezza senza scoraggiarci: la piccolezza che scoraggia è figlia della superbia, mentre quella che porta a confidare è umiltà evangelica”. L’umiltà è la strada per la santità: “La nostra spiritualità fa giganti nella santità, nella virtù, ma esige che chi vi entra sia piccolissimo, umilissimo”.
Don Vito
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