Paolo sceglieva i centri più popolosi per il suo lavoro apostolico, perché da essi più facilmente la conoscenza di Gesù e del suo vangelo, si sarebbe diffusa anche nei centri periferici più piccoli. Ora ha in progetto di portare il Vangelo anche nell’occidente dell’impero romano e per questo pensa alle province e popolazioni della Spagna (15,24 e 28). Forse pensa anche che la comunità di Roma possa essergli di aiuto per la sua missione.
Ma il non aver conosciuto direttamente la comunità di Roma lo ha messo in una condizione di maggiore libertà, diciamo così, di spirito e lo ha portato a inviare a questa già celebre comunità uno scritto che comunicasse la sostanza del suo vangelo, per cui questa lettera resta una presentazione della sua fede e della sua predicazione come “servo” e “apostolo” di Gesù, scelto e “messo da parte” da Dio per il vangelo. Sono questi i “titoli” con i quali egli si presenta ai suoi ignoti, per quanto illustri, destinatari (1,1). Forse, esponendo ciò che egli annunciava di Gesù e della salvezza da lui portata a tutti gli uomini (ebrei e “greci”, come lui chiama i pagani), in fondo all’animo suo c’era anche la preoccupazione di chiarire eventuali incomprensioni diffuse da “voci” contrarie e ostili che serpeggiavano sul suo conto, come abbiamo letto in altre lettere.
Ad ogni modo, qualunque cosa Paolo avesse in mente o gli stesse a cuore, egli ha lasciato una lettera di cui la chiesa e ogni cristiano sono e saranno sempre i destinatari.
In questo numero diamo delle indicazioni che servano da introduzione alla lettera, in modo da poter poi leggerla più speditamente conoscendola già in generale.
La chiesa di Roma
La chiesa di Roma si gloria di avere come suoi patroni, ispiratori e protettori i due principali apostoli: Pietro e Paolo, ma non sono essi i fondatori di questa comunità, divenuta tanto illustre già a meno di tre decenni dalla scomparsa di Gesù. Quando Paolo scrive “ai Romani” siamo ancora negli anni 50, probabilmente nell’inverno tra il 57 e il 58 d.C. che egli aveva deciso di trascorrere a Corinto.
Gli Atti degli Apostoli, narrando al c. 2 l’evento di Pentecoste, ci informano della varietà di popolazioni che erano presenti a Gerusalemme al discorso di Pietro. Si trattava in realtà di ebrei provenienti da molte regioni dell’impero romano soprattutto, presenti a Gerusalemme o perché erano venuti in pellegrinaggio per la festa di Pentecoste – una delle tre maggiori per gli Ebrei con la Pasqua e la festa delle Capanne, che erano feste di pellegrinaggio – o perché dalle comunità della diaspora, disperse nelle città pagane, si erano trasferiti a Gerusalemme. Tra costoro, gli Atti nominano anche ebrei provenienti da Roma (2,10) e subito dopo il testo ricorda che si tratta sia di Giudei che di proseliti, cioè persone di origine pagana che si erano avvicinati all’ebraismo come simpatizzanti o che si erano già “convertiti” ad esso.
A Roma esistevano al tempo di Paolo una dozzina di sinagoghe e ciò significa che vi risiedevano migliaia di Ebrei che, naturalmente, avevano varie relazioni e rapporti con la Giudea (parentela, commercio, affari, politica…), per cui si pensa che la comunità cristiana di Roma sia sorta ad opera di cristiani ebrei provenienti da Gerusalemme o dalla Giudea, anche se Pietro e Paolo vi hanno vissuto qualche tempo e soprattutto a Roma hanno subìto il martirio. Ad essi si sono uniti anche dei cristiani di origine pagana, forse già proseliti, cioè simpatizzanti per la religione ebraica e poi attratti dalla figura di Gesù. Nel c. 16 della lettera sentiamo Paolo che dice di salutare quelli che si trovano o si radunano nella casa di Aquila e Priscilla (vv. 4-5) e di altri cristiani (vedi ai vv. 11.14.15).
La comunità cristiana, composta da credenti provenienti sia dall’ebraismo che dal paganesimo, per la diversità di mentalità e cultura, sperimentò qualche incomprensione e disagio, cui accenna anche Paolo, che aveva altre esperienze del genere nelle sue comunità relative ai rapporti tra cristiani “giudei e greci” (cfr. 1,16; 3,9 e 29).
Il tema e la struttura della lettera
Diamo ora un breve riassunto dato che in una lettera lunga e complessa come quella ai Romani è importante dare una traccia che aiuti a seguire il discorso.
La lettera inizia, come di norma, con l’indirizzo, i saluti e la preghiera di ringraziamento (1,1-15) e si conclude con notizie sui progetti di Paolo, una lunga lista di saluti, le ultime raccomandazioni (15,14-16,24) e con la solenne lode a Dio, o dossologia finale (16,25-27). A parte l’inizio e la conclusione della lettera, una prima divisione appare evidente, quella tra una sezione di carattere dottrinale o teologica (cc. 1,16-11,36) e una sezione morale o parenetica (cc. 12,1-15,13).
Anzitutto il tema generale della lettera (1,16-17): Paolo lo ricava dalla iniziale citazione presa dal profeta Abacuc 2,4: “L’uomo vive per la fede”. Egli dice subito che intende ogni uomo, “giudeo e greco”, e che la fede riguarda il vangelo, che allora non indicava i vangeli scritti (che ancora non esistevano), ma ciò che significa la parola “vangelo”, cioè “la buona notizia” che è Gesù Cristo stesso, Figlio di Dio, venuto tra noi, vissuto, morto e risuscitato per noi: è questo il vangelo, “potenza di Dio”, da accogliere con fede per la nostra salvezza.
Il tema quindi è la salvezza dell’uomo che egli raggiunge solo raggiungendo Dio, e ciò non avviene mediante ciò che l’uomo fa per Dio (le opere buone), ma da ciò che Dio fa per l’uomo (l’opera della redenzione compiuta dal Figlio di Dio) e questo è da accogliere con fede, affidandoci a Dio e alla sua parola.
La frase di Abacuc (L’uomo vive mediante la fede) deve avere illuminato come un lampo la mente di Paolo, oltre s’intende all’incontro sulla via di Damasco in cui Cristo risorto gli si era mostrato nella sua gloria celeste: Lui, il Figlio di Dio, era venuto tra noi e lui solo può risalire a Dio portando con sé quanti si affidano a lui con fede. L’uomo, la creatura, da sé non è in grado di arrivare a Dio; solo Dio può elevare fino a sé la sua creatura.
Le due grandi sezioni
A) Sezione dottrinale o teologica (1,18- 11,36). Dopo l’affermazione che la fede nel vangelo, cioè in Cristo, è quella che ci salva, Paolo inizia il suo discorso con una panoramica sul mondo, constatando come esso sia tutto sotto il dominio del peccato, sia il mondo pagano come anche quello giudaico (1,18-3,20). Dio però non condanna il mondo alla perdizione, ma ne realizza il recupero e la redenzione, perché Dio ama l’uomo. Dopo questa panoramica, infatti, Paolo annuncia la salvezza che Dio manda all’uomo in Cristo: “Ma ora…” (3,21) finalmente giunge Cristo e il vecchio mondo comincia a rinnovarsi. Che la salvezza provenga dalla fede Paolo lo dimostra anche ricorrendo alla figura di Abramo (c. 4), il patriarca capostipite d’Israele, il quale credette a Dio e così piacque a lui, prima di compiere opere della legge che sarà data a Israele secoli dopo. Così egli è “padre di tutti i credenti” siano o no suoi discendenti secondo la generazione umana. Paolo qui ha di mira gli ebrei, suoi connazionali, posti sullo stesso piano dei pagani nel progetto di Dio che vuole la salvezza degli uomini, senza distinzioni.
Stabilito il principio della salvezza mediante la fede, Paolo prosegue il suo discorso (cc. 5-8) in cui descrive la vita di chi ha aderito a Cristo con la fede: egli è liberato dalla morte, dal peccato, dalla legge, e può vivere da figlio di Dio, rivolgendosi a lui come Gesù con la parola “Abbà”, papà, la parola confidenziale dei bambini col loro padre (8,15). In questi capitoli incontriamo la figura di Gesù come il nuovo Adamo che ci dà la vera vita, quella di figli di Dio
Nei cc. 9-11 Paolo passa a toccare un problema che lo angustiava particolarmente, come ebreo: si tratta del fatto che Gesù, il Messia inviato al popolo ebreo, dopo tanti annunci dei profeti e atteso con tanto desiderio, quando egli si è presentato a Israele, dopo i primi entusiasmi popolari, è stato rifiutato dal suo popolo, salvo pochi seguaci. Paolo non vede solo una colpa del suo popolo; in questo fatto c’è anche un mistero. Egli intanto vede che il rifiuto di Israele ha favorito la diffusione del vangelo tra i popoli pagani, per cui i seguaci di Cristo non si sono ridotti a una setta o a un gruppo giudaico. Infine egli annuncia una rivelazione: alla fine dei tempi Israele si salverà, arriverà ad accogliere Cristo come il Messia. È un mistero che rimane nascosto in Dio, un mistero per il quale Paolo, chiudendo questa sezione della lettera, loda la sapienza imperscrutabile di Dio (11,33-36).
B) Sezione pratica o morale (12,1-15,13). Questa sezione è più breve e semplice, anche per il fatto che Paolo non conosceva direttamente la comunità di Roma, come si diceva, e quindi non ha questioni specifiche da trattare o problemi da risolvere, come leggiamo per es. nella Prima lettera ai Corinzi. Qui Paolo ricorda “ai fratelli” gli orientamenti fondamentali per il vivere cristiano, basati essenzialmente sulla carità, fondati sull’essere insieme “corpo di Cristo” (12,1-13,14). Egli tocca più da vicino un problema che, sempre all’interno della carità cristiana, riguarda i rapporti tra “forti e deboli”, non certo in senso fisico, e che curiosamente – almeno per noi – riguarda i rapporti tra cristiani provenienti dal paganesimo e quelli dal giudaismo. Paolo deve avere avuto qualche informazione al riguardo e dà discretamente i suoi consigli (14,1-15,6).
La conclusione
Alla conclusione abbiamo già accennato. La “dossologia” finale è particolarmente solenne, come la conclusione di una grande celebrazione liturgica. Questa grande e impegnativa lettera di Paolo suscita nel lettore cristiano, o nell’assemblea che l’ha ascoltata, in profondo e religioso silenzio, il desiderio di riprenderla per poterla assimilare sempre di più: in essa infatti si percepisce il senso e il valore profondo dell’essere e del vivere cristiano, che è quello di offrire la propria vita come un sacrificio continuo, gradito a Dio, qualunque sia la scelta di vita e l’attività svolta, come ci ricorda Paolo proprio all’inizio della sezione pratica (12,1-2): tutto nella nostra vita, a cominciare dalla stessa esistenza, è dono di Dio e tutto può e deve tornare a lui in un’offerta totale quotidiana, senza riserve. Allora la nostra vita è piena, fruttuosa per noi e per i fratelli, è veramente paolina, perché Paolo vive di Cristo e in Cristo, anzi: “Vive in me Cristo” (Gal 2,20).
D. Antonio Girlanda ssp
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