![]() |
È NATALE!
Carissime ... Sposalizio A Natale festeggiamo un avvenimento stupendo: l’invisibile Dio si rende visibile, prendendo volto e cuore d’uomo in Gesù di Nazaret, il Salvatore che è nato per noi. Il Natale ha portato il Creatore dell’universo ad abitare in mezzo a noi, a farsi nostro familiare, a diventare nostro inseparabile compagno di viaggio. Sembra una favola, ed è invece la più vera e la più concreta delle realtà. Del resto, nessuna fantasia di poeta, nessun ardimento di pensatore o di mistico avrebbe mai saputo nemmeno immaginare |
![]() |
un’avventura così umile ed alta, così stupefacente e così consolante, come quella che ha escogitato e attuato l’amore misericordioso di Dio per le sue creature. L’imparagonabile bellezza di questa notizia è da sé sola un indubbio segno della sua autenticità (G. Biffi). Il Natale cristiano rompe definitivamente l’impenetrabilità di Dio, conclude i tempi del suo dialogo con l’umanità attraverso una persona pienamente umana che si chiama Gesù Cristo: “Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Eb 1,1). È finito il tempo della invisibilità di Dio e della sua indicibilità: “Dio nessuno l’ha mai visto; l’Unigenito che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (Gv 1,18); è finito il tempo della sua inaccessibilità: “Filippo, chi vede me vede il Padre” (Gv 14,9). Col Natale – riflette il cardinale C. M. Martini – prende avvio il cammino di ricomposizione dell’unità: il Figlio di Dio entra nell’oscurità del mondo, nel buio delle nostre rovine interiori ed esteriori per rifare l’unità tra Dio e l’uomo, per rifare l’unità all’interno di ogni uomo e donna, all’interno del consorzio umano, ricucendo le nostre divisioni e mettendo fine alle lotte e alle guerre. Davvero a Natale incomincia a scorrere un fiume di luce, della luce vera, quella del Verbo di Dio che illumina ogni uomo e attraverso i secoli penetra in tutte le realtà, in ogni meandro dell’esistenza per far fiorire la pace. Scriveva Paolo VI nel 1969: “Il tema del Natale è di una tale importanza che chi lo nega, o lo copre di silenzio e d’indifferenza, priva la concezione del mondo d’una luce centrale, castiga se stesso all’ignoranza d’una chiave esplicativa della propria vita e dell’universo e copre ogni cosa d’un velo di oscuro mistero, che invece il mistero luminoso del Natale illumina con bagliori affascinanti”. Parlando ancora del Natale il papa così si esprimeva nel 1971: “Questa meravigliosa notizia… dissipa il dubbio, placa il timore, scioglie l’ansia, purifica l’atmosfera oscura e pesante, in cui sospira – più che non respiri – l’uomo tormentato, nel breve e affannoso momento della sua esperienza naturale, dall’incertezza problematica, che dappertutto lo circonda, questa notizia viene da quel cielo che egli, avido di verità e di vita, disperatamente desidera e che vagamente intuisce dovere essere il suo proprio destino”. La grande novità del Natale è resa evidente già nel Magnificat di Maria. Un tempo si diceva: Un bambino Dio è così grande – riflette Benedetto XVI – che può farsi piccolo. Dio è così potente che può farsi inerme e venirci incontro come bimbo indifeso, affinché noi possiamo amarlo. Dio è così buono da rinunciare al suo splendore divino e discendere nella stalla, affinché noi possiamo trovarlo e perché così la sua bontà tocchi anche noi, si comunichi a noi e continui ad operare per nostro tramite. Sì, nella stalla di Betlemme è apparsa la grande luce che il mondo attende. In quel Bimbo giacente nella stalla, Dio mostra la sua gloria, la gloria dell’amore, che dà in dono se stesso e che si priva di ogni grandezza per condurci sulla via dell’amore. La luce di Betlemme non si è mai più spenta. Lungo tutti i secoli ha toccato uomini e donne, “li ha avvolti di luce”. Dove è spuntata la fede in quel Bambino, lì è sbocciata anche la carità, la bontà verso gli altri, l’attenzione premurosa per i deboli ed i sofferenti, la grazia del perdono. Il segno di Dio è la semplicità. Il segno di Dio è il bambino. Il segno di Dio è che Egli si fa piccolo per noi. È questo il suo modo di regnare. Egli non viene con potenza e grandiosità esterne. Egli viene come bambino, inerme e bisognoso del nostro aiuto. Non vuole sopraffarci con la forza. Ci toglie la paura della sua grandezza. Egli chiede il nostro amore: perciò si fa bambino. Nient’altro vuole da noi se non il nostro amore, mediante il quale impariamo spontaneamente ad entrare nei suoi sentimenti, nel suo pensiero e nella sua volontà; impariamo a vivere con Lui e a mettere in pratica con Lui anche l’umiltà della rinuncia che fa parte dell’essenza dell’amore. Dio si è fatto piccolo affinché noi potessimo comprenderlo, accoglierlo, amarlo. “Il teologo medioevale Gugliemo di S. Thierry – continua ancora il Papa – ha detto una volta: Dio, a partire da Adamo, ha visto che la sua grandezza provocava nell’uomo resistenza; che l’uomo si sente limitato nel suo essere se stesso e minacciato nella sua libertà. Pertanto Dio ha scelto una via nuova. È diventato un Bambino. Si è reso dipendente e debole, bisognoso del nostro amore. Ora, ci dice quel Dio che si è fatto Bambino, non potete più aver paura di me, ormai potete solo amarmi”. A Natale la Parola (Gv 1,1) è un bambino che non sa parlare, la Vita (Gv 1,4) è una creaturina tremante per il freddo, bisognosa di tutto, la Luce (Gv 1,9) è un “esserino” schiacciato dal buio della notte profonda. Un neonato si affida, vive solo se qualcuno lo ama e si prende cura di lui. Come ogni neonato, Gesù vivrà solo perché amato. Dio viene come mendicante d’amore (E. Ronchi). Alla beata Angela da Foligno, mentre godeva del privilegio di stringere tra le braccia il Bambino Gesù, furono dette queste parole: “Chi non mi avrà conosciuto da piccolo, non mi conoscerà da grande”. Chi non capisce il Natale non capirà la Pasqua, chi non capisce il Bambino nel presepio non capisce Colui che è sulla croce. Così ha pregato Giovanni Paolo II: “O Bambino, che hai voluto avere per culla una mangiatoia; o Creatore dell’universo, che ti sei spogliato della gloria divina; o nostro Redentore, che hai offerto il tuo corpo inerme come sacrificio per la salvezza dell’umanità! Il fulgore della tua nascita illumini la notte del mondo. La potenza del tuo messaggio d’amore distrugga le orgogliose insidie del maligno. Il dono della tua vita ci faccia comprendere sempre più quanto vale la vita di ogni essere umano”. Nascita “Se mi venisse chiesto perché Dio si è fatto uomo, io direi: perché Dio nasca nell’anima e l’anima nasca in Dio. È per questo motivo che è stata scritta tutta la Scrittura, è per questo motivo che Dio ha creato il mondo: perché Dio nasca nell’anima e l’anima nasca in Dio” (M. Eckhart). Ora è il tempo del mio natale: Cristo nasce perché io nasca. La nascita di Gesù – riflette E. Ronchi – vuole la mia nascita: che io nasca diverso e nuovo, che nasca dallo Spirito di Dio, che nasca così piccolo e così libero da essere incapace di aggredire, di odiare, di minacciare. Così umile e ingenuo da ragionare con il cuore. Il Natale è la certezza che la nostra carne in qualche sua radice è santa, che la nostra storia in qualche sua pagina è sacra. E nessuno può più dire: qui finisce l’uomo, qui comincia Dio, perché Creatore e creatura si sono abbracciati. L’incarnazione non è finita, Dio “accade” ancora nella carne della vita, accade nella concretezza dei miei gesti, abita i miei occhi perché sappiano guardare con bontà e con profondità. Abita le mie parole perché abbiano luce. Abita le mie mani perché si aprano a dare pace, ad asciugare lacrime, a spezzare ingiustizie. In una predica natalizia papa san Leone Magno così si esprime: “Oggi posso iniziare di nuovo, perchè Dio è nato in me come bambino”. Non è mai troppo tardi per iniziare. Il Natale vuole incoraggiarci a scuotere il carico del passato e, consolati, ad osare un nuovo inizio. “In effetti – ha detto Origene – a che gioverebbe a te che Cristo una volta sia venuto nella carne, se Egli non giunge fin nella tua anima? Preghiamo che venga quotidianamente a noi e che possiamo dire: vivo, però non vivo più io, ma Cristo vive in me (Gal 2,20)”. Don Vito (continua nell'area riservata) |
| Parola del Fondatore | Parola del Papa | Studio | Recensioni | Articoli |