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MORTE, MAESTRA DI VITA
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Carissime... entriamo nei mesi freddi dell’anno, cominciamo a rispolverare il vestiario pesante per proteggere il nostro corpo dalle temperature basse e riaccendiamo caldaie e stufe varie. La fonte di calore più potente è, comunque, il sole vivo che portiamo dentro il nostro cuore: Gesù, il Signore. Novembre ci aiuta a soffiare su queste braci interiori sin dal suo inizio con la festa di Tutti i Santi e orienta il nostro sguardo al tre volte Santo; questa contemplazione pian piano trasforma i nostri pensieri, sentimenti e azioni, orientandoli verso la santità. Il tutto alla scuola del nostro Beato Fondatore, don Giacomo Alberione di cui ricorre la festa il 26 novembre, anniversario della sua morte. La liturgia di questo mese ci porta a volgere lo sguardo alla realtà della morte, ai nostri cari defunti (2 novembre), per i quali intercediamo presso Dio con preghiere e suppliche. Il mistero della morte fa paura, ma, grazie alla fede in Gesù risorto, riusciamo ad accoglierlo, affrontarlo e superarlo. La realtà della morte non riguarda solo il momento finale della nostra esistenza ma ci coinvolge in una lotta quotidiana, un morire e un vivere continui che ci aiutano a spostare il baricentro della nostra vita da noi a Dio. Lo struzzo Si assiste ormai da decenni all’imporsi, nella mentalità corrente, di un progressivo occultamento della morte. La morte diventa sempre più un fatto privato della persona, un evento da circoscrivere: si muore negli ospedali e nelle case di riposo, da dove poi, attraverso le agenzie funerarie, si passa direttamente ai cimiteri, confinati fuori della città. Nel passato la morte faceva invece parte dell’esperienza quotidiana, della vita: i bambini vedevano morire in casa i malati e i vecchi, si aveva un contatto diretto con la morte. La cultura secolare e laica allontana il pensiero della morte, tutta intenta a proporre di godersi la vita più che si può, nell’uso sfrenato delle cose effimere e passeggere e rifiuta il discorso dell’aldilà, a cui non trova risposta e neanche la cerca, per non turbare l’aldiquà. Di fronte alla morte si mette in atto la politica dello struzzo, nascondendosi o nascondendola per non vederla. Già Pascal diceva: “Gli uomini, non potendo guarire la morte, e sperando di essere più felici, hanno deciso di non pensarci”. Dimenticando, però, la sua miseria, |
l’uomo cancella pure la grandezza e dignità che gli vengono dall’essere l’unica creatura, in tutto l’universo, che sa di dover morire. Rimuovendo la morte l’uomo, allo stesso tempo, rivela la sua malattia: “Un uomo che non si ponga il problema della morte e non ne avverta il dramma, ha urgente bisogno di essere curato” (C. G. Jung). Nessun uomo può esimersi dalle domande essenziali della vita: da dove vengo? Dove vado? Perché vivere? Perché morire? Che senso ha la vita? C’è un futuro per noi o davvero “non siamo che pacchi, campioni senza valore, che l’ostetrico spedisce al becchino” (E. Petrolini)? È assolutamente necessario dare una risposta a queste domande, perché se il mio destino è il nulla, è già un nulla ciò che sto facendo e vivendo ora. “Il credere o il non credere in un’avventura eterna – afferma J. Guitton – ha degli importanti effetti sociali: non si vive nello stesso modo se si attende o meno una vita nell’aldilà”. L’uomo rischia di conoscere tutto, tranne il senso e il fine di tutto. La fuga Memento Mori È il famoso motto dei trappisti: “Ricordati che devi morire!”. Il pensiero della morte, cara sorella, aiuta l’uomo a vedere il mondo, se stessi e tutti gli avvenimenti nella verità. Allora tutto prende il giusto posto. Guardare la vita, come se fossimo in punto di morte, dà un aiuto straordinario a vivere bene: “Sei angustiato da problemi e difficoltà? Portati avanti, collocati al punto giusto: guarda queste cose dal letto di morte. Come vorresti allora aver agito? Quale importanza daresti a queste cose?” (Cantalamessa). L’Imitazione di Cristo ci esorta così: “In ogni azione e in ogni pensiero, ti dovresti regolare come se oggi tu dovessi morire… Quanto è felice e saggio chi adesso mentre vive, si sforza di essere tale quale desidera essere trovato alla sua morte!… Fa’, fa’ adesso, o carissimo, tutto ciò che puoi fare: perché non sai quando morirai”. Nel medioevo un giovane brillante e pieno di belle speranze guardando la salma di un parente morto sentì una voce salire da essa: “Ciò che tu sei, io ero; ciò che io sono, tu sarai!”. Questo pensiero lo scosse a tal punto da portarlo alla santità e divenne san Silvestro. La morte, saggia maestra, ci invita ad evitare una vita di contese con gli altri e a vivere in pace; ci aiuta a far crollare i nostri castelli fondati sulla carriera, sull’opinione altrui e sulla fama, sull’avere e sulla ricchezza. La morte pedagoga ci impedisce di attaccarci alle cose e di dimenticare che “non abbiamo quaggiù una dimora stabile” (Eb 13,14): tutto passa, solo Dio rimane. Sorella morte La nostra vita può essere vista come un tempo per familiarizzare con la morte, come una lezione sull’arte di morire. La morte diventa allora la nostra “sorella” come la chiama San Francesco. Se familiarizziamo con la morte saremo liberi. Bisogna relazionarsi con la morte come con un ospite di famiglia e non come con uno straniero che fa paura. Al padre morente Mozart disse: “Poiché la morte è il vero fine della nostra vita, da un paio d’anni vado familiarizzando con questa vera e migliore amica degli uomini, tanto che la sua figura è per me confortante e consolante. Sono riconoscente a Dio per questa grazia concessami di vedere la morte come la chiave della nostra beatitudine”. Anche Giovanni Paolo II aspettava la morte con serenità: “Trovo una grande pace nel pensare al momento in cui il Signore mi chiamerà: di vita in vita”. La morte è una sorella ‘buona’: “Non aver paura – pensa di suggerire A. Grün a un signore che, vicino alla morte, si tormentava per le ferite della sua vita – non è importante come adesso ti vada, se tu hai fallito oppure no. Non devi decidere tu se la tua vita sia riuscita o meno. Credi nell’amore di Dio! Questo è il fondamento sul quale tu puoi vivere. Esso ti basta. Guarisce le tue ferite. Non curarti dei tuoi errori e delle tue debolezze, delle tue colpe e del tuo peccato. L’amore di Dio cambia quanto in te è oscuro e macchiato. Lasciati cadere in questo amore! Tu sei amato. Questa è la chiave della tua vita”. Il granello di frumento Morire, cara sorella, non è un evento facile, è una grande lotta per distaccarsi in modo definitivo dalla nostra vita. Nella morte ci viene richiesto di abbandonarci completamente a Dio. A questo ci alleniamo per tutta la vita. Tutta la nostra vita è un continuo “lasciare”. Il nuovo può nascere solo se lasciamo il vecchio. Il bambino può nascere solo se lascia il grembo della madre. La vita si sviluppa solo nella dialettica del perdere e del lasciare (Grün). Alla fine ci viene chiesto l’ultimo abbandono: lasciare noi stessi. Scopo di questo lasciare è la nuova nascita. Dobbiamo lasciare l’uomo vecchio e far nascere l’uomo nuovo. Se non si muore non si rinasce (cfr. Gv 3,1ss): “Un granello di frumento si nascose nel granaio, non voleva essere seminato, non voleva morire, voleva salvare la propria vita, non gli importava di diventare pane, di essere portato a tavola, benedetto e condiviso. Un giorno arrivò il contadino e con la polvere del granaio spazzò via anche il granello di frumento”. Il Vangelo ci avverte: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore… rimane solo” (Gv 12,24). Nella morte dobbiamo staccarci da noi stessi per accogliere il nuovo e l’inatteso. Gesù sulla croce ha dovuto lasciare la causa per la quale si era battuto con tutte le sue forze. Ha dovuto lasciare le persone che amava, che aveva guarito. Alla fine si è abbandonato nelle mani amorose di Dio. Anche per noi il morire sarà una lotta nel distacco da noi stessi, dalla nostra vita, per affidarci nelle mani di Dio che ci ama! Il paradosso della vita è che si vive per imparare a morire. Imparare ad essere così liberi da poter essere obbedienti, così autonomi da poter essere dipendenti. Siamo chiamati a fare esperienza in un modo completamente nuovo della nostra totale dipendenza dall’amore di Dio, una dipendenza che non ci toglie la nostra libertà, ma la purifica e la nobilita (Nouwen). Teresa di Lisieux aveva raggiunto questa totale disponibilità a Dio: “È lo stesso per me vivere o morire. Non desidero più vivere che morire; cioè, se dovessi scegliere, preferirei morire, ma poiché Dio sceglie per me, preferisco ciò che vuole Lui. Amo quello che fa” (cfr. Fil 1,23). Le sofferenze della morte sono le sofferenze del travaglio. Attraverso di esse noi lasciamo il grembo di questo mondo e nasciamo alla pienezza dei figli di Dio: “La morte è come un’ostetrica: ci fa passare dal ventre della terra al grembo del cielo”. L’ultima offerta La morte non è soltanto un evento che l’uomo subisce ma è, allo stesso tempo un momento attivo attraverso il quale l’uomo si abbandona in Dio. La morte è l’ultimo e il più profondo atto di fede. Nella morte il cristiano è chiamato a raccogliere tutti gli istanti della sua vita e farne un’offerta d’amore al suo Signore. La vita è un esercizio di offerta di noi stessi a Dio, un continuo abbandonarci in Lui così che possiamo riuscirci anche nel momento della morte. Scrive Tagore: “Signore, la morte è al mio uscio… aprirò la porta e le darò il benvenuto… compiuta la sua missione ripartirà… il mio corpo abbandonato resterà, come ultima offerta a te”. Noi siamo nati per morire, ma questo lungi dall’apparire una condanna, appare un privilegio. C’è forse un modo più alto di vivere la vita di quello di farne dono al Creatore che ci ama? Facendo questo imitiamo Cristo che, “obbediente fino alla morte” (Fil 2,8), ha consegnato la sua vita al Padre per amore nostro. L’offerta della nostra vita ha a che fare con l’intensità del nostro amore. L’amore non ha paura di offrirsi perchè “più forte della morte è l’amore” (cfr. Ct 8,6). Coloro che amano “vanno in maniera semplice e noncurante incontro alla morte in quanto sentono di recarsi non in regioni straniere, ma nello spazio interiore dell’amore” (Boros). Anche san Giovanni ci ricorda il potere di risurrezione dell’amore: “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli” (1Gv 3,14). Vita nuova Siamo fatti per la vita, cara sorella, e la morte ci scandalizza. Dio non l’aveva progettata. Dio l’ha permessa come risultato della superbia dell’uomo che ha scelto di voler camminare senza di Lui. Siamo stati creati per la gioia e per la pienezza di vita. Dio è il Dio della vita, non della morte. Dio non vuole che noi moriamo, ma che viviamo. Il nostro Dio che ci ama dall’eternità, vuole darci la vita in eterno. Quando abbiamo raggiunto la profonda conoscenza interiore che siamo nati dall’amore e moriremo nell’amore, che ogni parte del nostro essere è profondamente radicato nell’amore e che questo amore è il nostro Padre e la nostra Madre, allora tutte le forme del male, della malattia e della morte perdono il loro potere ultimo su di noi (Nouwen). Noi non moriremo perché c’è un Dio che ci ama. La morte non è un salto nel buio, ma un abbraccio con la persona che più ci ama e che ci attende da sempre. È un vedere “faccia a faccia colui che, per tutta la vita, abbiamo conosciuto e amato solo nell’oscurità della fede. Per il cristiano la vita è vigilia di festa e la morte, pur con tutte le sue sofferenze, segna l’inizio di questa festa. “Io nella tomba troverò la culla” ha scritto G. Zanella, intendendo che il giorno della morte è anche il ‘dies natalis’, il giorno della nascita al cielo. La chiesa primitiva chiamava il cristiano “colui che non aveva paura della morte” perché era cosciente che la propria morte non stava davanti ma dietro di sé, nel battesimo. Davanti al cristiano sta la vita e la risurrezione. Scrive Dostoevskij: “Alla fine di questo giorno io so che questa vita terrena trapassa in una vita nuova, a me ancora sconosciuta, ma già ancora avvertita, il cui presentimento fa tremare e fremere la mia anima colmandola insieme di un profondo entusiasmo. Il mio cuore piange di gioia e il mio spirito è raggiante”. “Ai tuoi fedeli, Signore – proclama la liturgia dei defunti – la vita non è tolta ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna in cielo”. La morte ci fa un grande dono: “Se è impossibile che la natura sia ricostruita in meglio senza la risurrezione, e la risurrezione non può darsi se la morte non la precede, allora la morte è un bene, perché risulta per noi principio e via di trasformazione verso il meglio” (Gregorio Nisseno). Ha scritto l’Ariosto: “Io so che di somma bellezza, per mia felice sorte, a poco a poco nascerà la mia morte, colma di ogni dolcezza, sì bella me la formo nel desìo che il pregio di tutta la vita è il morir mio”. In uno dei suoi scritti diceva Cicerone: “Più mi avvicino alla morte, più mi sembra di vedere terra e di essere prossimo ad entrare finalmente in porto, reduce da una lunga navigazione”. E in tema di navi così una nonna descrisse la morte al suo nipotino: “La morte è come una nave che si allontana all’orizzonte. C’è un momento in cui sparisce. Ma non credere che non esiste più solo perché non è più visibile”. E un’altra anziana signora così descriveva la sua morte ormai vicina: “Io ho terminato la mia vita. Adesso aspetto solo che il Signore mandi giù il cestino: io vi metterò dentro le mie quattro ossa e lui mi tirerà su”. “Nella mia fine c’è il mio inizio” ha scritto T. S. Eliot. “Al termine della notte non c’è la notte, ma l’aurora. Al termine dell’inverno non c’è l’inverno, ma la primavera. Al termine della morte non c’è la morte, ma la vita!” Un testo giudaico racconta che un giorno ad Abramo apparve l’angelo della morte. Il patriarca gli domandò: “Può forse un amico [Dio] desiderare la morte della persona amata [Abramo]?” E l’angelo gli replicò: “Può forse l’innamorato non desiderare l’incontro con la persona amata?”. “Voglio vedere Dio – diceva Teresa d’Avila – ma per vederlo bisogna morire”. E Teresina: “Se doveste trovarmi morta un mattino, non inquietatevene; vuol dire che Dio, come un buon papà, è venuto a cercarmi”. E ancora: “Non muoio, entro nella vita”. San Giovanni della Croce ha descritto con una famosa frase il suo intenso desiderio di unirsi a Dio: “Muoio, perché non muoio”. Gesù risorto È chiaro fin dall’inizio della Bibbia che la morte è contraria ai disegni di Dio ed essa è entrata nel mondo a causa del peccato (Gn 2,17). “Dio non ha creato la morte… Dio ha creato l’uomo per l’immortalità… ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo” (Sap 1,13; 2,23-24). L’uomo, dopo il peccato originale, eredita la morte, ritorna nella polvere (cfr. Gn 3,19). Più tardi nasce l’idea di una certa sopravvivenza, per quanto oscura e incerta, in un luogo per i defunti, lo Sheol (luogo dell’assenza del Dio della vita e della luce). Pian piano si fa strada, poi, la credenza di una vita oltre la morte, vita di gioia o di pena a seconda dei meriti o demeriti di ognuno (Dn 12,2-3). Della vita oltre la morte si parla in molti passi dell’Antico Testamento. Nel libro della Sapienza si legge: “Le anime dei giusti sono nelle mani del Signore, nessun tormento le toccherà… la loro speranza è piena d’immortalità” (3,1.4). E nel salmo 16: “Non abbandonerai la mia vita nel sepolcro… dolcezza senza fine alla tua destra” (10- 11). Giobbe, nel suo dolore, intravede la speranza della vita: “Io so che il mio Redentore è vivo… dopo che questa mia pelle sarà distrutta… vedrò Dio” (Gb 19,25-26). L’episodio della madre a cui vengono uccisi sette figli, e infine incontra la morte anche lei, indica una chiara fede nella risurrezione: “La madre… vedendo morire sette figli in un sol giorno, sopportava tutto serenamente per la speranza posta nel Signore” (2Mac 7,7-41). La fede nella risurrezione è la novità del messaggio evangelico. La vittoria di Cristo sulla morte è il cuore della fede cristiana. Gesù, discutendo con i Sadducei, dice che il Padre non è Dio dei morti ma dei vivi (Lc 20,38). Gesù è la risurrezione e la vita (Gv 11,25-26) e la tomba vuota è segno dello straordinario evento: “Non è qui, è risorto!” (Lc 24,6). Chi ascolta la sua parola e crede in lui passa dalla morte alla vita (Gv 5,24). Paolo griderà al mondo la risurrezione di Gesù: Egli è il Signore dei vivi e dei morti (Rm 14,9), “il Primogenito di coloro che risuscitano dai morti” (Col 1,18). Paolo può così sfidare la morte: “Dov’è o morte, la tua vittoria? Dov’è o morte, il tuo pungiglione?” (1Cor 15,55). Allora vivere o morire non ha più importanza, l’essenziale è essere con Cristo: “Sia che viviamo, sia che moriamo siamo del Signore” (Rm 14,8). Bisogna morire con Cristo così da vivere con Lui nella sua risurrezione: “Se moriamo con Lui vivremo anche con Lui” (2Tm 2,11). Paolo desidera morire più che vivere: “Desidero essere sciolto dal corpo per essere con Cristo” (Fil 1,23). Non solo la morte non separa da Dio (Rm 8,38) ma è addirittura un guadagno (Fil 1,21). L’Apocalisse proclama beato chi muore: “Beati i morti che muoiono nel Signore” (14,13), e dichiara la morte eliminata per sempre: “Non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento…” (Ap 21,4). La morte non è più un muro davanti al quale tutto si infrange, ma è diventata una porta, un passaggio, una Pasqua, un “mar rosso” grazie al quale si entra nella terra promessa (Cantalamessa). Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra “nascita”. Amen. Si udì una voce dal cielo che disse a Mosè: “Mosè, è la fine, il tempo della tua morte è venuto”. Mosè disse a Dio: “Ti supplico, non mi abbandonare nelle mani dell’angelo della morte”. Ma Dio scese dall’alto dei cieli per prendere l’anima di Mosè e gli disse: “Mosè, chiudi gli occhi” e Mosè li chiuse; poi disse: “Posa le mani sul petto” e Mosè così fece; poi disse: “Adesso accosta i piedi” e Mosè li accostò. Allora Dio chiamò l’anima di Mosè dicendole: “Figlia mia, ho fissato un tempo di 120 anni durante il quale tu abitassi nel corpo di Mosè. Ora è giunta la tua fine; parti, non tardare”. E l’anima: “Re del mondo, io amo il corpo puro e santo di Mosè e non voglio lasciarlo”. Allora Dio baciò Mosè e prese la sua anima con un bacio della sua bocca.
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