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LE BEATITUDINI

 

Carissime...

viviamo, in questo mese, il momento più importante dell’anno liturgico: la Pasqua del Signore (giorno 4), il mistero di morte e risurrezione di Gesù. Le debolezze, le povertà e le sofferenze di tutti gli uomini sono illuminate dalla immensa luce che sprigiona da Gesù risorto: egli è la nostra gioia, la nostra pace, la nostra unica speranza, il nostro unico amore. Nella passione, morte e risurrezione di Gesù, Dio ci rivela la sua Divina Misericordia (giorno 11), si rivela come il Buon Pastore (25) e ci invita a collaborare con lui nell’amare e aiutare gli altri, come fanno le nostre sorelle Pastorelle – di cui celebriamo la festa nello stesso giorno – nelle varie parrocchie in cui sono mandate e in cui portano la presenza della Famiglia Paolina. Il nostro pensiero va anche alla 47a Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni che sarà celebrata il 25 aprile: il Signore mandi sante vocazioni alla sua Chiesa, alla nostra Famiglia, e in particolare al nostro Istituto. Preghiamo anche per i nostri corsi di Esercizi Spirituali, che iniziano con quello di Loreto (26 aprile-4 maggio), perché siano tempo di gioia con il Signore, di rinnovamento, di cambiamento del cuore. La forza della Pasqua e l’esperienza degli Esercizi ci modellino e ci trasformino in persone felici, “beate”, così come Gesù ci vuole. La riflessione di questo mese è appunto sulle Beatitudini.

Beati…

Il termine “beati” può essere tradotto con la parola “felici”. Tutti gli uomini aspirano alla felicità. Su questo concordano sin dall’antichità filosofi, teologi, psicologi, poeti, ecc. L’Antico Testamento dice “beato” l’uomo che osserva i comandamenti di Dio; il Nuovo Testamento applica il termine all’uomo che ascolta e mette in pratica le parole di Gesù: “Beati quelli che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 11,27-28). La felicità si raggiunge mediante un’esperienza che ci viene donata, un’intensa esperienza di Dio, e, allo stesso tempo, dipende dal nostro agire, dall’ascoltare e mettere in pratica le parole di Gesù. Le Beatitudini sono una specie di “carta programmatica” offerta

da Cristo al discepolo che voglia entrare realmente nelle sue intenzioni e nel suo cuore. Mentre la legge di Mosè è caratterizzata da ripetuti “Non fare”, quello di Gesù è un annuncio di gioia: “Beati… Beati…”. Il sogno di Dio è vedere i suoi figli felici.
Ed è Gesù il vero “Beato”. Egli è il povero, il mite, colui che si affligge per la condizione in cui versa l’umanità, è l’affamato e l’assetato di giustizia di Dio, il misericordioso, il puro di cuore, il costruttore di pace, il perseguitato per essersi impegnato a stabilire nel mondo il regno di Dio e la sua giustizia. F. Mauriac ha scritto: “Chi non ha letto il Discorso della Montagna non è in grado di sapere cosa sia il Cristianesimo”. Effettivamente quello che Gesù propone non è un semplice aggiustamento di tiro, una correzione di stile, ma un cambiamento radicale di mentalità. È all’umile che Dio dà la vittoria. Il vincente non è necessariamente il dotato di maggior intelligenza, di maggior chiarezza di idee, di più rapida capacità decisionale, di maggior coraggio, come può avvenire in un’azienda, ma piuttosto colui che sa arrendersi meglio al Signore in una fiducia continua e crescente e sceglie la “porta stretta” del Vangelo (J. Maurus). La beatitudine non è allegria, euforia. Queste sono sensazioni passeggere della vita, parentesi limitate, mentre la beatitudine è una costante della vita. Si dice che nei mari e negli oceani, dieci metri sotto il livello dell’acqua, ci sono sempre pace e tranquillità, anche quando in superficie c’è burrasca. La beatitudine è questo stato di serenità, che perdura anche nei momenti di tensione, di prova e di sofferenza (G. Moretti).

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli

I poveri – riflette il card. Martini – sono coloro che non contano sulle proprie forze perché hanno ben poco di cui gloriarsi o a cui appoggiarsi, ma sono certi del Signore, della sua bontà, della sua potenza, della sua misericordia. Sono coloro che hanno messo in Dio ogni speranza. Si comprende di conseguenza la seconda parte del versetto: “...perché di essi è il regno dei cieli”. Avendo posto in Dio ogni speranza, non fidandosi di sé, sono disponibili alla buona notizia di Gesù, al suo Vangelo. Chi possiede molto, materialmente e moralmente, chi è sicuro di sé, barricato nei suoi privilegi e in tutto ciò che ha e che è, teme sempre di essere disturbato, di vedere vacillare il trono che si è conquistato. Si chiude allora come un riccio di fronte alla proposta nuova e coraggiosa di Gesù. Chi invece ha imparato a non contare su se stesso, chi ha imparato a conoscere la fragilità umana e quella di tutte le realtà cui cerchiamo di aggrapparci, è aperto alla novità del regno, il regno è già suo. La povertà in spirito è una via verso la vera felicità. È l’atteggiamento della libertà e dell’indipendenza interiore. La vera libertà non si conquista facendo ciò che si vuole o possedendo ciò che si desidera, ma facendo ciò che si deve. Chi confonde la libertà con la trasgressione o l’avidità, prima o poi deve medicare ferite laceranti. La povertà è profetica perché, con l’esempio di distacco dai beni terreni, proclama silenziosamente, ma efficacemente, che esiste un altro bene; ricorda che passa la scena di questo mondo, che non abbiamo quaggiù dimora permanente, ma che la nostra patria è il cielo (R. Cantalamessa). Ciò che dà valore religioso alla povertà è il motivo per cui viene scelta e, nel caso di Cristo, il motivo è l’amore: “Si è fatto povero per voi…” (2Cor 8,9). La povertà di Dio è un’espressione del suo essere “amore”. L’ideale del cristiano non è la povertà, ma l’amore. Beati sono coloro che liberamente rifiutano la logica dell’accaparramento (bramosia, arroganza, arrivismo, egoismo, potere…) per condividere con chi è nel bisogno. La fedeltà alla decisione di vivere poveri per costruire il regno di Dio è causa di benessere e non di privazioni: “Cercate prima il regno di Dio… e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta (Mt 6,33; cfr. 19,28-29: “…cento volte tanto”).

Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati

Proclamare beati coloro che sono nel pianto significa affermare che sono beati quanti soffrono nella consapevolezza di tutto il male che regna nel mondo e nel cuore di ogni uomo a causa dell’allontanamento da Dio, fonte della vita e della gioia. Afflitti – scrive G. Moretti – sono coloro che provano tristezza e dolore perché avvertono che non si è ancora realizzata la liberazione dal male che attendono da Dio. Non sono la sofferenza e l’afflizione che vengono beatificate; fonte di gioia è l’annuncio che viene dato: malgrado tutte le opposizioni, il Regno ha cominciato a impiantarsi e si realizzerà. Non sono le sofferenze che ci salvano, ma la prospettiva con cui vengono vissute. La sofferenza in sé non ha nulla di salvifico. Tanti hanno subito mali come Gesù, ma la differenza sta nel fatto che in lui la sofferenza è diventata salvezza per tutti. Per questo il discepolo non è un illuso. Sa che Dio non lo esonera dalla sofferenza, ma è disposto a trasformare la sua sofferenza in cammino di salvezza. La vita del discepolo è come quella del maestro: il Padre non gli ha tolto il calice, ma gli ha dato la forza di berlo; non gli ha tolto la croce dalle spalle, ma gli ha dato la forza per portarla. Scrive l’Autore dell’Imitazione di Cristo: “Molti desiderano la gloria del Regno celeste di Gesù, ma pochi prendono volentieri la sua croce; molti desiderano le consolazioni, pochi vogliono i dolori; tutti vogliono godere con Gesù, ma quasi nessuno vuol soffrire per amore suo…”. Se si cerca di sfuggire la croce, non si trova altro che inquietudine e sofferenza senza speranza, sofferenza non trasfigurata dalla gioia. La croce rifiutata diventa un peso insostenibile; abbracciata con fede e con amore diventa al contrario, una leva che solleva chi la porta (A. M. Canopi). La sofferenza è una forza che fa crescere e fa uscire da se stessi, dal proprio guscio. Aiuta a distinguere ciò che è essenziale da ciò che è marginale. È come lo scalpello in mano all’artista: incide, lavora, libera: “La coppa che vi viene data, sebbene bruci il vostro labbro, è stata fatta con la creta che il vasaio ha inumidito con le sue lacrime sante” (Gibran).

Don Vito

(Continua nell'area riservata)

 

 

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