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PADRE NOSTRO
Carissime... il Signore ci mette davanti un altro mese in cui fare esperienza della sua presenza e del suo amore, un mese pieno di possibilità per conoscere e amare ancora di più il Signore e i nostri fratelli e sorelle. In questo mese di febbraio mettiamo nelle mani di Maria gli incontri di Formazione delle Professe temporanee (5-7) e delle Novizie (12- 14), perché queste nostre sorelle, impegnate nel cammino formativo, crescano sempre più nella coscienza della loro chiamata all’interno del nostro Istituto e della Famiglia Paolina. Incomincia in questo mese anche la Quaresima, con il mercoledì delle Ceneri (17), tempo in cui la Chiesa ci invita a riflettere sulla nostra vita per eliminare quei pensieri, sentimenti e azioni che non sono secondo il Vangelo e la volontà del Signore. La giornata mondiale del Malato (11), che ricorre nella festa della Madonna di Lourdes, ci ricorda che siamo tutti bisognosi della grazia di Dio, mentre la giornata mondiale della Vita Consacrata (2) ci invita ad una sempre più totale dedizione a Dio e ad una vita intima con il Padre, per Gesù, nello Spirito Santo. A questa comunione con il Signore ci invita il tema di quest’anno sulla preghiera e a questo ci invita anche la preghiera che Gesù ci ha insegnato: il Padre Nostro. La preghiera di Gesù Il Padre Nostro è il centro della catechesi di Gesù sulla preghiera. Sono le uniche parole che Egli ha espressamente proposto come traccia di dialogo col Padre celeste. Tertulliano definisce il Pater “compendio di tutto il Vangelo”. Qualcuno parla di “membra sparse del Padre Nostro” all’interno di tutti gli scritti del Nuovo Testamento: “Abbà, Padre… ciò che vuoi Tu” (Mc 14,36); “Quando vi mettete a pregare… perdonate” (Mc 11,25); “Vegliate e pregate per non cadere in tentazione” (Mc 14,37). Il curato d’Ars (Giovanni Maria Vianney), di cui stiamo celebrando il 150° anniversario della nascita in questo Anno Sacerdotale, scriveva: “Questo è il bel compito dell’uomo: pregare e amare. Se voi pregate e amate ecco, questa è la felicità dell’uomo sulla terra”. Gesù nel Vangelo ci insegna a pregare e ad amare e ci insegna il Padre Nostro per ritrovare il primo e grande amore: l’amore del |
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Padre. Alla richiesta dei discepoli di insegnare loro a pregare, Gesù non offre delle formule, ma attraverso la preghiera del Padre Nostro invita a ricercare un rapporto nuovo e immediato con Dio. Pregare non vuol dire, infatti, recitare formule, ma entrare in un rapporto dialogico con il Padre per essere in comunione con Lui. Nella prima parte della preghiera del Padre Nostro – scrive E. Menichelli – domina la presenza di Dio, l’attenzione è sugli “interessi di Dio”: ogni desiderio converge su Dio come Padre, e nella serie di richieste c’è una priorità assoluta data alla gloria di Dio (santificazione del suo nome, il suo regno, la sua volontà). Non si possono chiedere altre cose prima di ciò, perché è nella rivelazione del suo disegno glorioso che ogni cosa raggiunge il suo compimento; solo così il suo Regno viene e, solo se viene il suo Regno, c’è un futuro per l’uomo. Nella seconda parte del Padre Nostro prevale la richiesta circa le esigenze fondamentali dell’esistenza umana: il pane, il perdono, la difesa dal male. Il pane perché l’uomo si riconosce in stato di permanente necessità; il perdono perché l’uomo si riconosce in stato di permanente peccato; la difesa perché l’uomo si riconosce in stato di permanente debolezza. Il Padre Nostro è una preghiera “espropriata”, l’orazione in cui mai si dice “io”, “mio”, la preghiera che ci libera dalla tirannia dell’io che vuole mettersi al centro. Il primo atteggiamento per pregare è un decentramento, è imparare a dire “Tu”: il tuo nome, il tuo Regno, la tua volontà; e di conseguenza, imparare a dire “noi”: il nostro pane, i nostri debiti, il nostro male. Pregare è decentrarsi dal proprio io e ricentrarsi nella relazione. Il segreto del Padre Nostro è la relazione. Il Padre Nostro è la preghiera degli appassionati, di Dio e degli uomini (E. Ronchi). Padre “Abbà” è un termine aramaico ed è usato come appellativo affettuoso e riverente dei bambini ebrei che all’interno del rapporto familiare, si rivolgono al proprio genitore. Marco traduce il termine in greco (Abbà ò Patèr) per i suoi lettori di lingua greca, testimoniando così riguardo all’uso abituale di Gesù di questo termine nella sua preghiera. Questo linguaggio però è nuovo, infatti non si riscontra mai nel giudaismo antico, dove la paternità di Dio era riferita sempre alla collettività e mai espressa con questo diminutivo familiare (equivalente al nostro “papà”) che appariva irriguardoso verso la trascendenza di Dio. Gesù quindi ha portato una innovazione assoluta. Egli ha parlato con Dio come un fanciullo parla con suo padre, con la sua stessa semplicità, la stessa intimità, lo stesso abbandono fiducioso. Con l’espressione “Abbà” Gesù ha manifestato l’essenza stessa del suo rapporto con Dio: rapporto fatto di confidenza infinita, ma anche di devota sottomissione (E. Menichelli). L’«Abbà» è un Padre-papà affidabile, che trasmette amore, orientamento e sicurezza a chi si avvicina a lui nella maniera dei piccoli figli e figlie, oltre ogni paura e diffidenza. Con il salmista possiamo dire: “Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre” (131,2), uno “stare in braccio sussurrando un nome: Abbà, papà”. Nostro Nella preghiera del Padre Nostro il discepolo è invitato ad instaurare una nuova relazione col Padre che superi l’aspetto individuale per situarsi in quello comunitario più ampio. I discepoli di Gesù possono rivolgersi a Dio chiamandolo Padre unicamente in quanto accettano che sia pure “nostro”. Solo comportandosi quali fratelli tra loro – riflette A. Maggi – possono essere figli di Dio e solo vivendo da figli possono stabilire una relazione di fratelli. Il Padre Nostro ci rende coscienti che la relazione con Dio è inseparabile dalla relazione con i fratelli. La prima è il fondamento della seconda. Se Dio è mio Padre, lo è anche di tutti gli uomini, i quali – perciò – sono miei fratelli. Il nome “Abbà”, che mi introduce nell’intimità con il Padre, mi lega indissolubilmente a tutti gli uomini, nei quali riconosco dei fratelli. Questa preghiera mi lega a tutta la famiglia umana, di cui Dio è Padre. È l’avere in comune un Padre che ci costituisce nell’essere fratelli. Ne deriva, pertanto, che «non si può arrivare al “nostro” senza aver detto “Padre”; ma che non si può dire nella verità “Padre” se non si aggiunge “nostro” » (S. Marcianò). Che sei nei cieli L’espressione “che sei nei cieli” sottolinea la trascendenza di Dio, la sua infinita grandezza. Il contrasto con l’inizio è vivo e ricco di profondità: la parola “Padre” parla di intimità, di vicinanza; la parola “che sei nei cieli” parla di trascendenza, di infinito. Una espressione completa l’altra: Dio ci è Padre, ci è intimo perché è l’Infinito, il Trascendente. Non basta essere abbagliati dalla trascendenza di Dio, bisogna essere inteneriti dalla sua bontà, dalla sua vicinanza a noi. Sia santificato il tuo nome Avendo Gesù chiamato Dio col nome di Padre, è questo il nome che ci chiede venga santificato: “Che gli uomini ti riconoscano e ti benedicano come Padre!”. Il “sia santificato” più che essere un imperativo, esprime piuttosto un desiderio affidato a Dio. Cosa si desidera? Giungere da parte di tutti gli uomini alla retta, piena conoscenza di Dio come Padre. È Dio stesso che deve manifestare la sua gloria e risplendere nel mondo in tutta la sua luce divina, ma il nome di Dio sarà definitivamente santificato anche dagli uomini mediante una vita realmente degna di un figlio di Dio. In questo senso l’espressione “Sia santificato il tuo nome” è detta per noi, più che per il Signore. Nel libro del profeta Ezechiele è scritto: “Santificherò il mio nome grande profanato da voi tra le genti” (36,23) e più avanti spiega come avverrà la santificazione del suo nome: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno Spirito nuovo”. La santificazione del Signore verrà da una vita diversa del suo popolo: da una vita convertita, trasformata (E. Menichelli). Santificare il nome del Signore significa purificare la conoscenza che gli uomini hanno di lui. Bisogna purificare la percezione, il concetto che si ha di Dio, liberarlo sempre più da ogni errore e idolatria. Si tratta di conoscere Dio in modo giusto, di conoscere il vero Dio. È anche il desiderio del Signore: “Questa è la vita eterna, che conoscano te” (Gv 17,3). Pregare “Sia santificato il tuo nome” è supplicare Dio di liberarci da tutte le idee false di Dio che potrebbero riempire e paralizzare la vita: il dio gendarme, il dio vendicatore, il dio distributore, ecc. Queste immagini impediscono di conoscere il vero Dio, il Padre di Nostro Signore Gesù Cristo. Per essere pregata con sincerità questa invocazione esige che la stessa nostra vita sia santa il più possibile: “Siate santi, perché io il Signore Dio vostro, sono santo” (Lv 19,2); “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48). Don Vito (Continua nell'area riservata) |
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