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LA PRESENZA DI MARIA

 

Carissime...
è il mese di maggio e l’aria è profumata di Maria. Ce lo ricordano la ricorrenza della Beata Vergine Maria di Fatima (13 maggio), la festa della Visitazione (31), e soprattutto la festa della Regina degli Apostoli (22) e Solennità Titolare delle Suore Apostoline e del Santuario Regina Apostolorum. Accanto alla Madonna troviamo in questo mese anche il compagno fedelissimo di Maria, l’uomo di fiducia di Dio Padre: san Giuseppe, il lavoratore (1). La liturgia ci fa inoltre esultare di gioia a Pentecoste (23) con la discesa dello Spirito Santo, che ci inserisce nella vita della Santissima Trinità (30). E ancora con la Solennità dell’Ascensione del Signore (16), che è anche la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Chiediamo al Signore di comprendere sempre più la cultura mediale in cui viviamo, per poter essere, oggi, efficaci annunziatori del suo Vangelo, così come ci vorrebbe il Beato Alberione.

Maria


Maria: questo brevissimo nome, poco più di un soffio, ha il potere di creare un’atmosfera di silenzio e di pace, di confidenza e dolcezza inesprimibile. È il nome della Madre di Dio. Chiunque a lei si rivolge trova riposo (A. M. Canopi). Andare da Maria – scrive E. Ronchi – è andare a scuola di cristianesimo, conoscere la grammatica per capire l’umanità, per parlare la lingua della vita, del Vangelo. Il primo atto di fede cristiana, il Fiat, è pronunciato da lei nell’Annunciazione; la prima beatitudine riguarda lei (Lc 1,45); il primo inno di lode che da sempre la Chiesa canta è cantato da lei, il Magnificat (Lc 1,46-55); il primo miracolo avviene attraverso lei, a Cana (Gv 2,1ss); la prima professione di fede della Chiesa nascente, quella dei discepoli avviene lì a Cana (Gv 2,11). E fede, beatitudini, miracolo e lode riassumono il Vangelo. Maria, insomma, riassume il Vangelo. “Dobbiamo tornare a Maria, se vogliamo ritornare alla verità su Gesù Cristo, la verità sulla Chiesa, la verità sull’uomo” (J. Ratzinger). La conoscenza di Maria e l’amore a lei trasformano tutta la nostra vita, rende tutto più puro e ci conduce al cielo.

Annunciazione

Nel mistero dell’Annunciazione di Maria salutiamo l’arrivo di Cristo nel mondo: è il mistero centrale della storia dell’incarnazione; è l’avvenimento più singolare, più innovatore, più bello dell’umanità: il Verbo di Dio che si fa uomo (Paolo VI). Scrive il card. Martini: “L’Annunciazione è come un roveto ardente: c’è tutto in questo mistero”. Gioia è la prima parola: “Châire”, cioè “Sii lieta, sii felice Maria”. E non un saluto rispettoso – riflette E. Ronchi – ma un invito, quasi un ordine, un imperativo: “Rallegrati! Esulta, gioisci: sei piena di grazia. Dio si è chinato su di te, Dio ha posto in te il suo cuore, tu piaci a Dio!”. Un invito alla gioia apre il cristianesimo, prepara il primo atto di fede cristiana, ripete che credere in Dio è, e rimane, la prima parola di felicità per l’umanità, che c’è una felicità nel credere, un “piacere di credere”. Il primo vangelo è lieta notizia, qualcosa che precede la tua risposta. L’angelo non dice: “Fa’ questo o quello, ascolta, prega, vai”. Semplicemente: “Gioisci!”. Kecharitoméne, cioè “piena di grazia”. La grazia indica la vita stessa di Dio. L’anfora della tua esistenza è riempita di Dio. Dio non può dare nulla di meno di se stesso (G. Ruysbroek). “Grazia” deriva dal verbo greco charitóo, che indica il chinarsi amoroso di Dio, il venire di Dio che porta pienezza di grazia, l’avvicinarsi che porta vita. L’angelo parla di amore donato e dice: “Tu sei amata teneramente, gratuitamente, per sempre”. Il nome di Maria è: “Amata per sempre”. E la sua funzione nella Chiesa è di ricordare nel suo stesso nome questo amore che porta gioia. “Sono la serva del Signore”: ‘serva’ è una parola che non deve evocare rinuncia alla libertà, ma per prima cosa collaborazione. Nella Bibbia, il ‘servo del re’ è il secondo dopo il re; e la regina è detta la ‘serva del re’. Il servo diventa familiare e affine al suo signore. Dirsi ‘serva del Signore’ non è un’affermazione di indegnità, ma una dichiarazione che il vivere d’ora in avanti sarà un porsi al suo servizio, un partecipare allo stesso suo progetto, un cooperare, anzi un con-creare con lui di una storia nuova. Servo è il nome di coloro che dicono: la mia vocazione conta più della mia vita; la causa per cui dare la vita conta più della vita stessa (cfr. Mt 10,39). ‘Essere servo di’ vuol dire non fare del proprio io il centro del mondo, non fare del successo personale, della propria autorealizzazione l’ideale della vita. Vuol dire saper pronunciare la parola fondamentale che non è “io” ma “Tu”. Servizio è l’altro nome dell’amore. “Avvenga di me quello che tu hai detto”: il verbo usato da Luca è ghenóito, un verbo ottativo dal tono gioioso, festoso, entusiastico, di adesione: “Sono felice di ciò che hai detto, desidero che accada”. Non si tratta quindi di adesione passiva, di sottomissione banale, ma di desiderio: “Accada finalmente, accada presto, avvenga davvero ciò che tu dici!”.

Visitazione

Nell’episodio dell’Annunciazione contempliamo il mistero di Maria da lei vissuto; nell’episodio della Visitazione contempliamo poi un’altra donna, la cugina Elisabetta, che lo riconosce e lo loda. È la prima persona tra tutti coloro che, di generazione in generazione, “la diranno beata” (Lc 1,48). Maria risponde alle parole di Elisabetta con il Magnificat che è – scrive E. Ronchi – la celebrazione dell’impossibile reso evento. E allora, colui che ha presieduto all’esplosione degli astri, degli infiniti soli, colui che tagliava la sua legge nelle pietre in mezzo al fuoco, colui per il quale Davide ha danzato con tutte le sue forze, per cui Salomone ha costruito una casa d’oro, colui che i profeti hanno cantato, lui, il Signore che non cessa di sorprendere, ha iniziato la sua storia di uomo. Da allora le prime parole che si possono dire sono parole di canto. E Maria canta il suo Magnificat, Zaccaria canta il suo Benedictus, Elisabetta grida la prima beatitudine evangelica e il bimbo dentro il suo grembo inizia a danzare, canta con il corpo. Il canto di Maria ha la sua sorgente nella meraviglia: “Ha fatto in me cose meravigliose”, ha fatto dei miei giorni un tempo di stupore, della mia vita un luogo di prodigi. La bella notizia, cioè il vangelo che lei trasmette, narra di un Dio che compie meraviglie. Maria ci insegna la possibilità di una religione felice, ci ricorda che la nostra riserva di gioia viene dalla meraviglia, dal saperci stupire per ciò che la mano di Dio compie nelle nostre vite, lui che riempie di gemme la primavera e riempie di vino le giare di pietra. Il Magnificat pone al centro non quello che io faccio per Dio, ma quello che Dio fa per me. Non si fonda sul dovere, ma sul dono.

Betlemme

Il formarsi delle galassie, delle miriadi di stelle che si muovono nello spazio celeste, è un avvenimento meno grande e meraviglioso di Dio che si fa uomo. Maria nella stalla di Betlemme, con in braccio il Bambino Gesù, è l’immagine della gioia, il massimo della gioia. Infatti quando c’è Dio – scrive A. Comastri – si può vivere anche in un tugurio ed essere contenti; quando c’è Dio, si può essere poverissimi ed essere felici, come san Francesco d’Assisi; quando c’è Dio, si può essere ammalati e, allo stesso tempo, pieni di gioia e di speranza, come Benedetta Bianchi-Porro. Perché oggi c’è tristezza? Perchè manca Dio, l’abbiamo rifiutato e allora, prima o poi, appare lo squallore della vita ridotta a stalla senza Cristo. Con il benessere non si risolve il problema della gioia: il problema della gioia si risolve soltanto con la fede in Dio. Bisogna far nascere Cristo in noi, dopo che è nato dalla Vergine Maria, perché “anche se Cristo nascesse mille e diecimila volte a Betlemme, a nulla ti gioverà se non nasce almeno una volta nel tuo cuore. Ma come potrà accadere questa nascita interiore? Eppure questo miracolo nuovo non è impossibile purché sia desiderato e aspettato. Il giorno nel quale non sentirai una punta di amarezza e gelosia dinnanzi alla gioia del nemico o dell’amico, rallegrati perché è segno che quella nascita è prossima. Il giorno nel quale non sentirai una segreta onda di piacere dinanzi alla sventura e alla caduta altrui, consolati perché la nascita è vicina. Il giorno nel quale sentirai il bisogno di portare un po’ di letizia a chi è triste e l’impulso ad alleggerire il dolore o la miseria anche di una sola creatura, sii lieto perché l’arrivo di Dio è imminente. E se un giorno sarai percosso e perseguitato dalla sventura e perderai salute e forza, figli e amici, e dovrai sopportare l’ottusità, la malignità e la gelidezza dei vicini e dei lontani, ma nonostante tutto non ti abbandonerai a lamenti né a bestemmie e accetterai con animo sereno il tuo destino, esulta e trionfa perché il portento che pareva impossibile è avvenuto e il Salvatore è già nato nel tuo cuore” (G. Papini).

Gesù nel Tempio

La “perdita di Gesù nel tempio” (Lc 2,41- 52) ci fa riflettere sulla ricerca di Gesù da parte di Maria e Giuseppe e ancora più profondamente sulla ricerca di Dio in cui ogni uomo, cosciente o no, è coinvolto. Lo smarrimento di Gesù – riflette D. Barsotti – oggi significa il rapporto di Maria con tutti coloro che sono i suoi figli nel Figlio Unigenito. Essi sono smarriti ed ella li cerca. Questo figlio smarrito, che la Vergine cerca ancora, è ciascuno di noi. Il suo rapporto con noi, che siamo in Cristo suoi figli, dice l’iniziativa della Madre: ella ci cerca. Ella è tutta in questa ricerca dell’uomo, come Dio. Noi possiamo averla dimenticata, noi possiamo essere lontani da lei, ma la Vergine non può stare senza di noi! Ella non può abbandonarci nel nostro smarrimento. La passione di Maria nella ricerca del Figlio è come una parabola che indica l’angoscia di Maria nella ricerca dei suoi figli. L’angoscia che ella visse nello smarrimento del figlio, anticipò profeticamente quello che sarebbe stato il suo rapporto con tutti i suoi figli.

Don Vito

(continua in area riservata)

 

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