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CASTITÀ PER IL REGNO
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Carissime... Il “tocco” La verginità è la scelta inevitabile del credente che si sente avvolto e ‘toccato’ in modo particolare dall’immenso amore di Dio. La risposta a questo amore è il dono totale di sé a Lui, con il cuore colmo di gratitudine. Verginità come stupore, come meraviglia, come sorpresa davanti al Signore che attira ogni momento col fascino sempre nuovo della sua Parola, della sua Presenza e del suo amore pieno di tenerezza e di perdono. |
La verginità è vivere da innamorati e non c’è nulla di più grande e di più bello che essere amati e lasciarsi amare dall’Amore stesso. Chi si dona al Signore con il voto di castità non rinuncia a qualcosa o a qualcuno, ma sceglie Dio. E a lui si dona con un’appartenenza totale ed esclusiva: diventa sua “proprietà”. Per lui non si restringe l’orizzonte dell’esercizio dell’amore, ma si allarga; non diminuiscono le capacità di amare, bensì si potenziano; non viene compresso e men che meno represso l’amore, ma è dilatato a una misura più grande, alla misura dell’amore di Cristo (U. Terrinoni). La verginità è la “perla preziosa” che il mercante, dopo aver venduto tutti i suoi averi, compra (Mt 13,45-46). Scrive Schillebeckx: “Data la gioia provata per aver trovato la perla nascosta, alcuni non possono più vivere altrimenti che nel celibato”. Infiniti sono i modi di andare a Dio, innumerevoli le strade che conducono a lui. In una, però, la forza sconvolgente e l’unicità totalizzante dell’amore onniassorbente di Dio brilla con abbagliante luminosità. È la via di chi unicamente per il regno va, vende tutto, per correre dietro a quella voce, inseguire quell’implacabile punto luminoso (P. Cabra). Il celibe per il regno – riflette A. Cencini – da sempre è stato considerato come il testimone privilegiato della bellezza e della gioia del rapporto immediato con il Dio della rivelazione. Paolo stesso ha parlato della verginità come di una condizione “bella e nobile” (1Cor 7,35). Non bastano da sole la motivazione teologica (“Dio mi chiama”) o quella etica (“è giusto donarsi”) per autenticare l’opzione celibataria, occorre anche la motivazione “estetica”, ovvero la capacità di lasciarsi attrarre da qualcosa che è sperimentato come intrinsecamente bello e che dà bellezza alla propria vita; la scoperta che è non solo giusto e santo, ma bello darsi a Dio, essere del tutto suoi, cantarlo, celebrarlo, annunciarlo, amarlo, servirlo. La verginità è bella perché affonda le sue radici nel mistero dell’insondabile bellezza di Dio e il celibe, come l’artista o il poeta, manifesta con la sua scelta che l’amore di Dio è così bello da riempire in abbondanza un cuore e una vita. Dio è bello e dolce è amarlo: questo deve dire con gli occhi, con la parola, con l’azione, con il desiderio, con il suo amore vergine il celibe per il regno. Scrive Maritain: “Colui che entra in uno stato di vita di consacrazione diretta all’amore radicale e totale a Dio, dà a Dio il suo corpo e la sua anima. Dà la sua anima attraverso l’amore, e il suo corpo attraverso la castità”. Il grande filosofo Kierkegaard, che era fidanzato, ad un certo punto ruppe questo legame suscitando incomprensioni e sospetti, e così in merito scrisse: “Dio vuole il celibato perché vuole essere amato… Ho bisogno di qualcosa di maestoso da amare. C’è nella mia anima il bisogno di una maestà che non mi stancherò mai di adorare”. Anche un rabbino ebreo, Simhòn ben Azzaj, sfidando la mentalità del tempo rifiutò di ammogliarsi, dando questa giustificazione: “La mia anima è innamorata della Torah [= Legge]. Altri penseranno a far sopravvivere il mondo”. E Giovanni Paolo II a proposito di castità dice che essa “costituisce come un riflesso dell’amore infinito che lega le tre persone divine nella profondità misteriosa della vita trinitaria”. Dio Il “casto per il regno” mette Dio al primo posto, Dio al di sopra di tutto. Dio è per lui l’unico centro della sua vita, Dio il costante punto di riferimento, Dio il padre ricco di amore e di misericordia, sempre pronto con le sue infinite possibilità a entrare nello spazio dell’impossibilità umana per cambiarla radicalmente. La castità non è un generico riferimento al Signore, ma è il coinvolgimento totale e definitivo della propria vita, della propria storia con quella di Dio. È il cammino di una vita che prende il largo, senza ritorno, che punta la prua verso la sponda del mistero. Il vergine, a tutto e a tutti, preferisce l’amore di Cristo, come nel detto di san Benedetto: “Nulla anteporre all’amore di Cristo”. È consacrato per tutta la vita, impegnato incessantemente nel tentativo “di fare di ogni fibra del cuore un’unica perenne preghiera”, secondo l’espressione del monaco Cassiano (U. Terrinoni). Il vergine – commenta P. G. Cabra – è attratto da Dio come l’unica realtà che può dare fondamento all’esistenza. Se sei chiamato alla castità per il regno è come se ti sentissi dire da Dio: “Seguimi, tu ti dedicherai solo a me e alla mia causa; tu non avrai altro cui pensare all’infuori di me e della mia causa”. Allora senti la necessità di concentrarti solo su di Lui, il Tutto, l’Assoluto, la Realtà, l’Amore. Da quel momento non ti appartieni più. Il tuo cuore non è più tuo. Se lo indirizzi altrove non è lieto, se lo distrai è insoddisfatto, se lo riempi di creature è deluso. Se Colui che ha tessuto nel seno di tua madre il tuo cuore lo vuole tutto per sé, come non avvertire la straordinarietà dell’avventura che ti chiama a correre lungo le vie insolite ed inesplorate che si perdono nelle tenebre luminosissime dell’eterno? Il celibato è un cammino d’amore che porta verso l’Amore. Dio è l’Amore che attira a sé tutto il tuo essere e la tua esistenza, le tue pulsioni anche le più profonde, quelle che vorresti riservare a un tuo “tu” più intimo, l’Amore che assorbe le tue più nascoste e meravigliose capacità d’amare. Alla base di ogni vero “celibato per il regno” c’è l’esperienza di essere coinvolti in una avventura d’amore che domanda tutto perché riceve tutto; c’è una sorta di innamoramento che fa sbiadire la luce di ogni altra creatura. E così si decide di impegnarsi per Dio amato come unico Amore e si ristruttura tutta la propria rete di affetti e di relazioni attorno a questo nuovo polo, come avviene nell’innamoramento. Che importa essere “nulla” per un uomo o una donna, quando si è “tutto” per Dio, quando Dio ti ama e ti sussurra continuamente: “Come sei bella, amica mia, come sei bella!”? Dono La verginità è un dono di Dio, è l’espressione di una particolare predilezione verso il chiamato, è un forte e chiaro appello al cuore. È Dio che, “fissando” l’eletto (Mc 10,21), mette nel suo cuore la capacità e il coraggio di un’adeguata risposta; è lui che suscita in ogni chiamato l’ispirazione a rispondergli con amore, “con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Dt 6,5); è lui che sollecita il “sì” al suo appello; è lui che prende l’iniziativa senza che riscontri qualcosa di importante nel chiamato; lo raggiunge con un amore nuovo, gratuito, insospettabile (U. Terrinoni). Il celibato è un carisma, non è il risultato di un nostro sforzo ascetico, di una nostra ricerca, di una nostra virtù: esso procede da una vocazione e da una grazia cui è solo dato di acconsentire colmi di gratitudine. Vivere da celibi è un’esperienza di fede. Il dono elargitoci dal Signore e accolto dal religioso che vive la propria singolarissima vocazione “si capisce solo se lo si vive; e lo si vive solo se ci si crede. Si crede, si vive e, infine, si capisce” (A. Pigna). Il celibato per il Regno, rigorosamente parlando, non solo è difficile, ma impossibile all’uomo, e per nulla attraente per la natura umana. La verginità scelta e amata è di per sé dono e miracolo dello Spirito (A. Cencini). È lo Spirito con la sua azione che fa della verginità consacrata un’avventura unica, irripetibile, sempre nuova; un dono e una chiamata a realizzare un vivo rapporto sponsale con Dio per una dedizione totale di sé alla Chiesa e al mondo. Scrive Agostino: “Pensavo che sarei vissuto troppo infelicemente nello stato verginale e non pensavo che, nella tua misericordia, avrei trovato il farmaco per guarire anche da questa malattia, perché, nella mia inesperienza, credevo che la verginità dipendesse dalle proprie forze e io ero conscio di non averle. Ero tanto stolto da ignorare quello che sta scritto: nessuno può essere continente se tu non glielo concedi (cfr. Sap 8,21). E tu me l’avresti concesso, se col gemito mio interiore avessi bussato alle tue orecchie e, con salda fede, in te avessi gettato la mia preoccupazione”. Gesù Gesù ha scelto di rimanere vergine, di non essere trattenuto né condizionato da alcun vincolo sponsale per essere totalmente ed esclusivamente consacrato all’impegno dell’annuncio del regno di Dio, per lanciare al mondo il messaggio dell’amore misericordioso, libero e gratuito di Dio, per recapitare a tutti la bella notizia che Dio è Padre e che la sua paternità rende gli uomini tutti fratelli tra loro, chiamati ad amarsi scambievolmente. La verginità di Gesù fa fluire incessantemente, come da fonte inesauribile, l’amore totale e immediato da Dio agli uomini. La verginità di Gesù non congela il suo cuore né lo chiude alle più alte e più intense espressioni di affetto. Gesù non rinuncia né all’amore né all’amicizia né al cordiale rapporto umano vissuto e celebrato con una straordinaria carica di affettività. Gli evangelisti, infatti, mettono in evidenza talvolta la sua sensibilità, la misericordia e la compassione come caratteristiche singolari della sua personalità (cfr. Mt 9,36; Mt 19,13; Lc 7,13). Chi sceglie la verginità appartiene totalmente a Cristo e a nessun altro con tutto il suo essere; è di Cristo e vive nell’attesa di congiungersi pienamente e per sempre a lui. Consacra a Lui il suo corpo, il suo spirito e le sue energie. Cristo è il suo tutto, è l’unica sua ricchezza, l’unica luce che illumina la sua vita, il suo unico valore, l’unica speranza. Gesù è al centro della vita del celibe, è colui che unifica la sua persona concentrandola intorno ad un’unica grande passione, colui che diventa il criterio delle sue scelte, colui che gli fa sperimentare il gusto squisito e liberante di “far le cose per amore”, colui che riempie incredibilmente la sua solitudine. Questa centralità di Cristo, mantenuta viva dal dialogo continuo nella preghiera e dal confronto con la Parola, è la condizione che permette di vivere il celibato nella fedeltà e farlo diventare gioia e pace. Una verginità che non si vive in questo clima interpersonale di amicizia profonda con Cristo è condannata all’insuccesso. Senza una relazione spirituale viva e in continuo sviluppo, al celibato vengono a mancare le fondamenta dell’amore. Solo un intenso Amore può legare a sé una persona permettendole per tutta la vita di rinunciare serenamente all’amore umano; solo questo Amore può permettere di far fronte a qualsiasi situazione di difficoltà o di crisi con assoluta fiducia; solo questo Amore permette di rimanere gioiosi nella propria scelta, pur nel succedersi delle diverse stagioni della vita. Don Vito |
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