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LA LIBERTA'

Carissime... avendo percorso, a iniziare dal mercoledì delle ceneri, “le strade quaresimali” con tempi più prolungati riservati alla Parola di Dio, alla preghiera, al digiuno, alle opere di amore verso il prossimo, entriamo, in questo mese, nella Settimana Santa che ci apre alla luce della Pasqua. Il Giovedì Santo (giorno 21) accogliamo da Gesù il dono stupendo dell’Eucarestia, Sua presenza viva donata all’uomo per essere con lui fino alla fine dei tempi. Il Venerdì Santo (22) sostiamo senza parole davanti alla croce, davanti all’Amore senza limiti che Dio ha per ognuno di noi, realtà in cui più di ogni altra si rivelano – ad un tempo – l’immenso peccato dell’uomo e l’immensa misericordia di Dio. Il Sabato Santo (23), giorno del silenzio di Dio, di attesa dell’azione potente del Padre che proromperà nella notte di Pasqua, Domenica di Risurrezione (24): la morte è sconfitta, il male vinto dal bene, satana da Dio, i cieli sono aperti per noi, figli di Dio, che fin d’ora possiamo abitarli nella fede, nella preghiera e nel fare il bene. La festa di luce della Pasqua illumini ogni uomo e in modo speciale tutti i giovani del mondo, in particolare nella ricorrenza della Giornata Mondiale della Gioventù (17): possano vivere sempre più vicini a Cristo e al suo Vangelo, per testimoniarlo con passione e amore sulle strade del mondo. Ricordiamo, in questo mese, anche i corsi di Esercizi Spirituali, che iniziano il 26 aprile a Loreto: il Signore risorto aiuti le sorelle che parteciperanno ai vari corsi (e ancora di più quelle che non potranno parteciparvi per motivi di salute e/o di anzianità) a fare un’esperienza forte dell’amore di Dio. Il tempo liturgico della Pasqua, in cui meditiamo Gesù che attraversa la morte, la vince e libera ogni uomo che crede in lui dal peccato e dalla morte, ci invita a riflettere sul tema della “libertà”.

“La libertade”

Nel profondo del cuore ognuno di noi desidera essere libero, libero dal potere degli uomini, libero dal giudizio altrui, libero dalle costrizioni interiori, dalle paure, dagli scrupoli e dalle dipendenze. La Gaudium et Spes sottolinea il tema della libertà dell’uomo: “Dio volle lasciare libero l’uomo… cosicché esso cerchi

spontaneamente il suo Creatore e giunga liberamente, con l’adesione a lui, alla piena e beata perfezione”. Anche Dante nella Divina Commedia parla del dono immenso della libertà che il Creatore ha fatto alla creatura: “Lo maggior don che Dio per sua larghezza fesse creando, e a la sua bontade più conformato, e quel ch’e’ più apprezza, fu de la volontà la libertate di che le creature intelligenti e tutte e sole fuore e son dotate” (Paradiso V, 19-24).
Scrive Romano Guardini: “La libertà mette l’uomo nelle proprie mani. Egli sarà ciò che la sua libertà lo fa essere. Egli è un seme di essere, il cui esito e sviluppo è nelle mani della sua libertà. La libertà fa l’uomo signore della propria vita”. La religione stessa va misurata sulla qualità della libertà che riesce a veicolare: “La religione è accettabile nella misura in cui si presenta come forza liberatrice per le singole persone e per l’umanità nel suo insieme; e nella misura in cui rende gli uomini degli esseri liberi” (J. Ratzinger).

Peccato

Il peccato dell’uomo, cioè la rottura della sua relazione con Dio, è la ragione radicale delle tragedie che segnano la storia della libertà (cfr. Libertà cristiana e liberazione, Istruzione della Sacra Congregazione per la dottrina della fede). Nella sua volontà di libertà, l’uomo dimentica di essere limitato e creato e pretende di essere un dio. Questa è la profonda natura del peccato: l’uomo si stacca dalla verità, mettendo la sua volontà al di sopra di essa. Volendo liberarsi di Dio ed essere lui stesso dio, egli si inganna e si distrugge. Egli si aliena da se stesso. Peccando l’uomo mente a se stesso e si separa dalla sua verità. Cercando la totale autonomia egli nega Dio e se stesso. Negando o tentando di negare Dio, suo principio e suo fine, l’uomo altera profondamente il suo ordine ed equilibrio interiore, quello della società e anche quello dell’intera creazione. Il peccato ci rende schiavi degli uomini. Ma, prima ancora, ci fa prigionieri di noi stessi: possiede un potere distruttivo che esercita in modo dispotico. Rompe l’armonia interiore, oscura l’intelligenza, indebolisce la volontà, mette disordine negli affetti. Così, allontanandoci da Dio, ci allontana da noi stessi, diventiamo come alienati, e con il tempo finiamo per non “appartenerci”, per essere schiavi del peccato (J. Burggraf).

Libertà interiore

L’uomo spirituale è sempre anche un uomo libero, un uomo che non si lascia condizionare dall’esterno, bensì vive di ciò che ha dentro, libero dalle opinioni e dalle aspettative altrui, libero dalle costrizioni delle sue esigenze e dei suoi desideri. La libertà interiore è parte essenziale della nostra dignità di uomini. Anche se le situazioni esterne possono ridurre la libertà, non possono toglierla del tutto. I condizionamenti – dovuti a situazioni o ad altre persone – limitano, ma non tolgono la libertà. Le situazioni possono essere a favore o contro la libertà; possono aumentarla o diminuirla, ma non determinano l’atto libero. Pertanto, anche se una persona è condizionata in certa misura dal luogo in cui vive, dalla società, dalla famiglia in cui è nata, dall’educazione che ha ricevuto, così come dal suo corpo, dal suo codice genetico, dai suoi talenti, dai suoi limiti e dalle esperienze del passato, malgrado tutto ciò è libera, perché ha la capacità di rendersene conto e di gestire tutti questi condizionamenti. Un uomo può essere libero anche se rinchiuso in un carcere, come hanno mostrato molti personaggi lungo la storia (Boezio, san Tommaso Moro, Dietrich Bonhoeffer, san Massimiliano Kolbe). “C’è una parte in te che nessuno ti può togliere, è tua”, dice un prigioniero a un altro prigioniero in un dialogo del film Sogni di libertà. Un uomo può essere libero anche vivendo in un regime totalitario; può conservare una convinzione, un desiderio o un amore nella sua anima, anche se dall’esterno gli venisse proibito. C’è uno spazio in noi cui gli altri non hanno accesso. “Finché non scopriamo questa antichissima verità – scrive lo psicologo J. Bugental – saremo condannati ad andare errando in cerca di consolazione dove non c’è: nel mondo esterno” (J. Burggraf). Ogni cristiano, anche nelle circostanze esterne più sfavorevoli, ha ancora sempre dentro di sé uno spazio di libertà che nessuno può portargli via, perché Dio ne è la sorgente e il garante. Ma fino a quando non lo scopriremo, ci sentiremo sempre allo stretto nella vita e non gusteremo mai una vera felicità. Al contrario, quando saremo riusciti a dilatare questo spazio interiore di libertà che è in noi, forse molte cose continueranno a farci soffrire, ma più niente potrà veramente soffocarci.

Il “sì”

Se l’esercizio della libertà come scelta fra varie possibilità ha sicuramente la sua importanza – scrive J. Philippe – tuttavia è fondamentale capire che c’è anche un’altra maniera di esercitare la propria libertà, sulle prime molto meno esaltante, più povera, più umile, ma in fin dei conti molto più comune e di una fecondità umana e spirituale immensa: libertà non è soltanto scegliere, ma anche dire “sì” a ciò che non abbiamo scelto. L’atto più alto e più fecondo della libertà umana sta infatti di più nell’accoglienza che nel dominio. L’uomo manifesta la magnificenza della sua libertà quando trasforma la realtà, ma ancora di più quando accoglie la realtà con fiducia secondo come essa gli si presenta giorno dopo giorno. Accogliere le situazioni che, pur senza averle scelte, si presentano nella nostra vita con un aspetto gradevole e piacevole viene naturale e facile. Il problema evidentemente comincia con quello che non ci fa piacere, ci contraria, ci fa soffrire. Ma è appunto in situazioni del genere che siamo spesso chiamati, per diventare veramente liberi, a “scegliere” ciò che non abbiamo voluto. Per “liberare” la grazia nella nostra vita e permettere dei cambiamenti profondi a volte basterebbe semplicemente dire “sì” – un sì ispirato dalla fiducia in Dio – ad aspetti della nostra esistenza verso i quali abbiamo una posizione di rifiuto interiore. Non ammetto di non possedere quella qualità o di avere quella debolezza, di essere stato segnato da questo o quell’avvenimento passato, di essere caduto in questo o quel peccato e così via. E, senza rendermene conto, rendo vana l’azione dello Spirito Santo, il quale ha pienamente presa sulla mia realtà soltanto nella misura in cui io stesso l’accetto: lo Spirito Santo non agisce mai senza la collaborazione della mia libertà. Se non mi accetto come sono, non permetto allo Spirito Santo di migliorarmi. Allo stesso modo, se neppure accetto gli altri come sono, se, per esempio, passo il mio tempo a volergliene perché non sono come li desidererei, neppure in questo caso permetto allo Spirito Santo di agire in modo positivo nella mia relazione con loro, e di fare di quella relazione un’occasione di cambiamento per entrambi.

Don Vito

(continua nell'area riservata)

 

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