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IL DESERTO

Carissime... il mese di marzo di quest’anno 2011, segna la scadenza del mio mandato. Guardando indietro, a questi sei anni di servizio in mezzo a voi, nasce dal cuore un grande “Grazie” a Dio per l’immenso dono e privilegio che essi hanno costituito per me, nonostante le fatiche che pure hanno comportato; un “grazie” va anche ad ognuna di voi che con la sua vita di consacrata laica è stata per me un esempio di vita cristiana, sorella e mamma per la mia vita di sacerdote paolino. Per il futuro ci affidiamo totalmente alla santa volontà di Dio che sempre, qualsiasi cosa progetti e realizzi, è “il massimo bene” (Alberione) per ognuno di noi e per tutti. In questo mese, con le Ceneri (giorno 9), inizia la Quaresima, tempo speciale per la nostra conversione, tempo in cui dedicare più spazi alla preghiera, tempo propizio per qualche digiuno che ci aiuti a dare il primo posto a Dio nella nostra vita concreta e allo stesso tempo ci liberi da quotidiane schiavitù. Modello perfetto della Quaresima è San Giuseppe (19): uomo di Dio, uomo che, con tutte le sue forze e possibilità, si mette in sintonia con la volontà santa di Dio attraverso il silenzio, l’ascolto e l’obbedienza. Vicino a San Giuseppe in questo mese troviamo la sua beata sposa, Maria, che ricordiamo nella solennità dell’Annunciazione del Signore (25), la festa del nostro Istituto. Come già sappiamo, nello stesso periodo a Casa Annunziatine si svolgerà anche uno dei due nostri incontri vocazionali annuali (25-27). Chiediamo a voi tutte di invitare ragazze per questo weekend e soprattutto di pregare perché questi incontri portino frutti secondo i piani del Signore. In sintonia con la Quaresima, tempo propizio per svuotarsi di sé e per riempirsi di Dio, trattiamo questo mese il tema del “deserto”.

“Pustinia”

La parola “deserto” è ben più di una espressione geografica che richiama alla mente un pezzo di terra disabitato, assetato, arido e vuoto di presenze. Deserto è la ricerca di Dio nel silenzio, “è un ponte sospeso gettato dall’anima innamorata di Dio… sui profondi crepacci della tentazione, sui precipizi

insondabili delle proprie paure che fanno da ostacolo al cammino verso Dio” (C. Carretto).I Russi chiamano il deserto “pustinia”, che può significare sia il deserto geografico sia l’eremo, luogo tranquillo dove ci si ritrova per cercare e stare con Dio nel silenzio e nella preghiera, luogo “dove possiamo riprendere coraggio, dove pronunciare le parole della Verità… Il deserto è il luogo dove ci purifichiamo e ci prepariamo ad agire come toccati dal carbone ardente che l’angelo pose sulle labbra del Profeta” (C. de Hueck Doherty). C’è bisogno di deserto. Mai come oggi, in questo clima di apparente socialità e di reale incomunicabilità, di apparente libertà e di reale schiavitù, diventa urgente il bisogno di liberazione, il bisogno di trovare o di costruirsi un luogo dove poter essere se stessi e coltivare la propria realtà di uomini. Viviamo in un contesto politico e sociale – scrive G. Gonella – in cui il profitto è la principale molla, in cui i riferimenti ultimi gravano sempre intorno all’esteriorità. Tutto sembra congiurare per sopprimere la dimensione dell’interiorità. Il profitto fa correre, la perdita di tempo è ormai considerata come un autentico peccato capitale. L’interiorità esige invece il passo lento, o anche la sosta; esalta la “perdita di tempo” come essenziale per la costruzione dell’essere umano. Il deserto è il luogo della rivelazione di Dio. Dio lo si incontra nel deserto, nella solitudine, nelle difficoltà della vita sempre bisognosa di aiuto divino, nella fatica di un cammino duro e difficile. Finché restano le sicurezze umane, le comodità, le certezze fondate sull’intelligenza e sulla forza, Dio è lontano e non lo si capisce. Finché si può contare solo su se stessi, sulla propria furbizia, sui propri sentimenti, sui disegni nati dalla propria immaginazione, Dio resta sconosciuto. Anzi proprio in queste circostanze nasce il falso culto a Dio, un falso dio che è sempre e solo l’ombra di se stessi, un dio che dà sempre ragione all’uomo, un dio che non fa crescere l’uomo elevandolo alla propria altezza, un dio che viene livellato alle capacità di ciascuno. Solo il deserto insegna a cercare Dio, perché solo il deserto porta via all’uomo quella autosufficienza che inganna, facendogli credere di poter bastare a se stesso (G. Basadonna). Il deserto è il luogo in cui campeggiano le grandi figure della storia della salvezza: Mosè, Elia, Giovanni Battista, Cristo stesso, Paolo: “Il deserto è il noviziato voluto da Dio per formare profeti e apostoli. Da Abramo fino a fratel Charles de Foucauld, gli uomini hanno imparato a conoscere la vicinanza di Dio nella solitudine del deserto” (C. Leger). Scrive C. de Foucauld: “Bisogna attraversare il deserto e nel deserto sostare per ottenere la grazia di Dio. In quei luoghi si caccia fuori da se stessi tutto ciò che non è Dio. L’anima ha bisogno di tanto silenzio, di raccoglimento. Ed è qui che Dio può affermare in lei il suo regno, infondere lo spirito dell’interiorità, abituandola a vivere con lui, a dialogare con lui nella fede, nella speranza, nella carità. E quest’anima darà frutti nella misura in cui l’uomo interiore si sarà in essa formato”.

Sacra Scrittura

Le grandi figure di fede nell’Antico Testamento – riflette J. Hall – furono condotte o mandate nel deserto, per fare lì esperienza dell’amore di Dio e del suo potere, per vivere momenti di purificazione spesso dolorosa, e infine di trasformazione per mezzo della “mano divina”. Abramo è il primo di una lunga discendenza. Al comando di Dio, egli lasciò il suo paese e si incamminò nel deserto, confidando che il Dio delle promesse gli avrebbe mostrato la via e la destinazione. Mosè, nato in una terra desertica straniera dove il suo popolo viveva in schiavitù, quando fu un giovane uomo fuggì nel deserto di Madian, dopo aver ucciso un egiziano assassino. Mentre faceva pascolare il gregge di suo suocero nel deserto, egli vide un roveto che ardeva senza consumarsi. Dio gli parlò e lo inviò a guidare il suo popolo verso la libertà. Quindi per Mosè e per gli Israeliti cominciarono quarant’anni di vita nel deserto. Lì essi dovettero fidarsi di Dio e della sua parola, fidarsi che Dio avrebbe provveduto ai loro bisogni, fidarsi che Dio li avrebbe portati nella terra promessa. Ma sappiamo che gli ebrei non furono fedeli e arrivarono perfino all’apostasia e all’idolatria nel deserto. Avevano inveito contro il Signore e contro Mosè per averli condotti ad una libertà difficile e impegnativa; volevano tornare in Egitto e alla schiavitù. Grazie anche alla fedeltà di Mosè, che Dio invita sul Sinai, viene rinnovata l’alleanza e consegnata la Legge, proprio nella più austera delle terre desertiche. Il deserto è, per antonomasia, il “deserto dell’Esodo”. E già questo nome indica con chiarezza lo scopo del deserto che è quello di “condurre fuori” da situazioni di schiavitù e miseria, verso la libertà e la maturità. Non per niente il popolo ebreo tornerà continuamente con la memoria e con nostalgia a quell’epoca: tempo di durezze e di privazioni, di fatiche e insicurezze umane, ma epoca di certezze divine, dove Dio diventa il padre amoroso e lo sposo appassionato che si prende cura della gente da lui stesso guidata e assistita: “Quando Israele era fanciullo io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio. A Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano” (Os 11,1ss). L’Esodo diventa il paradigma di ogni fede: è l’uscita da se stessi, dalle proprie certezze, dalla propria autosufficienza, è l’uscita dalle proprie idee per fidarsi soltanto di Dio. Il deserto – scrive G. Greshake – è il luogo in cui Dio ha “scoperto” Israele come proprio figlio: “Il Signore lo trovò in terra deserta… lo circondò, lo allevò, lo custodì come la pupilla del suo occhio. Come un’aquila che veglia la sua nidiata…” (Dt 32,10s). Dio “portò” dunque Israele come fanno i genitori che sorreggono il loro bambino, che lo proteggono dai pericoli e lo curano amorevolmente, per cui non gli manca nulla (cfr. Dt 2,7); e questo è palese nella misura in cui Israele è capace di “aprire gli occhi” sulle grandi opere compiute da Dio (cfr. Dt 11,2) e di lasciarsi guidare sempre da lui soltanto. Il deserto è anche il tempo e il luogo in cui Dio mette alla prova Israele. Dio ha voluto che il suo popolo incontrasse difficoltà e tribolazioni di ogni genere, perché voleva capire se Israele gli sarebbe rimasto fedele nella profondità del suo cuore. Ma Israele non regge alla prova e ripone la sua fiducia in altri dei (per esempio il vitello d’oro sull’Oreb: cfr. Dt 9,16). Il deserto diventa allora una “punizione”: dovrà morire un’intera generazione e sorgerne una nuova, perché finalmente si viva di fede e si possa avere un altro inizio. Del resto, se Dio non ritira la promessa fatta, Israele lo deve anche all’intercessione di Mosè. Dio non abbandona Israele per un suo puro dono e per la promessa fatta ai padri. L’educazione di Dio nel deserto non si traduce quindi soltanto in una punizione, ma prevede anche misericordia, perdono e nuove benedizioni. Il deserto è un tempo di preparazione in vista della meta verso cui Israele tende: la nuova alleanza, la vera conoscenza di Dio. Sarà Dio stesso a circoncidere il cuore (Dt 30,6) e a suggellare con il suo popolo la nuova alleanza (Dt 29,6). Il Nuovo Testamento segue la duplice linea dell’Antico Testamento. Da un lato il deserto è il luogo solitario in cui Gesù si ritira per sfuggire alle folle (Mt 14,13), per riposarsi e rilassarsi insieme ai discepoli (Mc 6,31), ma soprattutto per ritrovare la propria relazione con il Padre e vivere momenti in preghiera (Mc 1,35; Lc 5,16). D’altro canto esso è anche pieno di pericoli e di malignità (cfr. 2Cor 11,26; Lc 10,30), un luogo dove il diavolo conduce chi cade in suo potere (Lc 8,29). Entrambi gli aspetti si ritrovano nel brano biblico delle tentazioni di Gesù nel deserto (Mc 1,12ss). Come Dio ha condotto Israele nel deserto “per metterlo alla prova” (Dt 8,16), allo stesso modo lo Spirito conduce Gesù nel deserto perché “venga tentato del diavolo” (Mt 4,1). “Qui egli stava con le fiere e gli angeli lo servivano” (Mc 1,13). Il deserto è entrambe le cose: paese angelico e luogo satanico con al centro l’uomo, costretto a decidere.

Lotta

Durante la lunga marcia nel deserto verso la terra promessa – riflette G. Basadonna – il popolo ebreo scopre via via la propria meschinità, e si accorge di come è lontano dalla grandezza a cui Dio lo chiama: è “un popolo di dura cervice”, ha la testa dura e non vuole piegarla alla verità e all’amore di Dio che si prende cura di lui. Le mormorazioni, le contestazioni, le ribellioni contro Mosè e, attraverso lui, contro Dio stesso, si susseguono e diventano quasi un ritornello nel racconto biblico. Il deserto rivela il vero animo del popolo, la sua fiducia sempre tentennante e la sua fatica di credere. Il deserto diventa una scuola di verità che mette a nudo il cuore dell’uomo. È il deserto che illumina le persone e le pone di fronte a se stesse senza via di scampo, senza più nessuna copertura, senza nessuna ombra: il sole, la luce abbagliante, l’aridità di rocce e di sabbia, non permettono nessun nascondiglio. Finalmente l’uomo appare nella sua verità. E appare anche la verità di Dio che insegue l’uomo e lo vuole condurre a realizzare il suo vero destino. Il deserto è il tempo della lotta. Una lotta contro se stessi, contro i propri comodi, contro le paure e contro le solite abitudini che nel deserto non possono essere assecondate. È la lotta dell’uomo con se stesso per diventare più libero, per non lasciarsi dominare dalle cose. È la lotta per superare i momenti di sfiducia e di stanchezza. Non è facile: siamo sempre capaci di imboscarci, di trovare un’uscita di sicurezza, di non lasciarci investire dalla nuova realtà che propone nuove scelte e nuovi criteri, nuove scale di valori. Non per niente gli Ebrei durante l’Esodo rimpiangevano la loro schiavitù d’Egitto e volevano ritornare ai soliti cibi, invece di nutrirsi della manna che Dio donava loro (cfr. Nm 11,4ss). Il deserto fa vedere quello che c’è dentro il cuore, quello che ciascuno si porta dentro, toglie ogni velo e mostra le pieghe più intime del cuore umano. Il deserto conduce alla conversione, cioè alla decisione di vivere in un altro modo: è una nuova “mentalità”, un nuovo criterio col quale misurare la realtà. Non si può più continuare a tenere un rapporto interpersonale fondato sulla falsità, sull’esteriorità, sulla rivalità camuffata; non si può continuare a pensare a se stessi in termini di successo e di profitto e quindi di forza e di violenza sugli altri. Il deserto fa scoprire il proprio valore e le possibilità immense che si nascondono in noi ed esigono di essere sviluppate e vissute intensamente. Ci si riscopre figli di Dio e si capisce di non aver solo un piccolo destino quotidiano fatto di meschinità e di illusione. La conversione porta a vivere da figli di Dio, immersi nel suo amore, sostenuti dalla sua azione di salvezza e continuamente condotti al di là di se stessi, guariti dalle proprie debolezze, redenti e riscattati dalle proprie immancabili cadute. Nella storia dell’uomo alcuni deserti diventano luoghi luminosi, appuntamenti immancabili, inviti irresistibili: sono le tappe dello spirito, i ritmi del cammino spirituale. Il Salmo 83 al versetto 6 recita: “Passando per la valle della siccità la cambia in una sorgente”: chi è mosso dalla nostalgia di Dio, quando percorre una regione di morte trasforma il deserto in un’oasi. Chi trova in Dio la sorgente del suo vigore trasforma i momenti più difficili della vita in sentieri di salvezza.

Don Vito

(continua nell'area riservata)

 

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